Spread It
2.13K subscribers
5.32K photos
3.1K videos
1 file
3.9K links
Canale di propaganda e informazione per la sovranità popolare e l'eguaglianza sociale.
Download Telegram
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
La devastazione provocata dal terremoto che ha colpito il Venezuela.
Queste immagini arrivano dalla provincia di La Guaira
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
La Guaira, Venezuela, stamattina dopo le scosse di terremoto
L'esercito di occupazione sionista annuncia la morte di uno dei suoi soldati a causa di un esplosione nel sud del Libano.
❤4🍾3
L'Iran non rinuncerà al suo programma missilistico e non permetterà la caduta dei suoi alleati nella regione, ha dichiarato una fonte iraniana di alto rango a TASS Russia.

Teheran non intende discutere con Washington la questione degli alleati iraniani nella regione.
❤2
Un interessante riflessione di Yahya Barakat pubblicata da Forum Palestina

Il mondo nato dopo il 7 ottobre ha iniziato a emergere dalle tenebre?

Di Yahya Barakat*
Nei primi giorni successivi al 7 ottobre, scrissi che il mondo prima del diluvio non sarebbe stato lo stesso mondo del dopo.
Allora non stavo scrivendo una frase dettata dall'emozione e dallo shock, né stavo prevedendo cosa sarebbe successo settimane o mesi dopo.
Stavo cercando di comprendere un momento che sembrava più grande della guerra stessa.
Un momento che avrebbe potuto non solo cambiare il campo di battaglia, ma anche il modo in cui il mondo vede questo conflitto.
Oggi, a più di due anni e mezzo di distanza, credo che la domanda non sia più cosa sia successo il 7 ottobre.

Ma che tipo di mondo è emerso dopo?
E questo mondo ha davvero iniziato a emergere dalle tenebre?

Inizialmente, molti pensavano che ciò che stava accadendo fosse solo un'altra guerra.
Una guerra brutale, certo.
Ma una guerra che sarebbe finita come le precedenti.
Tuttavia, ciò che è emerso dopo è stato diverso.
La guerra non ha rivelato solo l'entità della distruzione a Gaza.
Ha anche messo a nudo profonde fratture nella politica internazionale, nei media, nella coscienza pubblica e nelle narrazioni che avevano governato la regione per decenni.
Ciò che sembrava statico ha iniziato a cambiare.
Questi che sembravano tabù sono diventati oggetto di discussione.
Ciò che veniva sussurrato ora veniva detto ad alta voce.

Dopo Oslo, il mondo è riuscito, o voleva riuscire, a convincersi che la questione palestinese fosse sulla via della risoluzione.
È nata l'Autorità Palestinese.
Si sono tenute conferenze.
Tutti parlavano di pace.
E gradualmente, la radice del conflitto è passata in secondo piano.
La parola "occupazione" è scomparsa da molti titoli di giornale.
Si è parlato meno di insediamenti.
La Palestina a volte appariva più come un problema di sicurezza che come una lotta di liberazione nazionale.
I palestinesi che resistevano all'occupazione hanno iniziato a essere presentati come il problema.
L'occupazione stessa è scomparsa dal quadro generale.

Ma ciò che accadde dopo il 7 ottobre riportò alla ribalta un problema fondamentale.

Riportò in auge la domanda che molti avevano cercato di evitare:
Se tutta questa violenza continua a ripetersi, qual è la ragione?
E se tutte queste guerre non finiscono mai, qual è la causa principale? Ed è qui che la Palestina ha cominciato a tornare al centro dell'attenzione.
Non come notizia.
Ma come causa.
Non come evento.
Ma come storia.
Israele cercò di presentare la guerra come una guerra contro Hamas.
Poi una guerra contro Gaza.
Poi una guerra contro Hezbollah.
Poi una guerra contro l'Iran.
Ma nel mondo stava accadendo qualcosa di diverso.
Più la narrazione si allontanava dalla Palestina, più le domande vi ritornavano.
Nelle università americane ed europee.l
Nei sindacati.
Nei festival culturali e cinematografici.
Nelle strade.
E nei nuovi media.

Un'intera generazione ha cominciato a tornare alle origini.
Alla Nakba.
All'occupazione.
Agli insediamenti.
All'assedio.
Alla terra stessa.
Come se la telecamera che tutti cercavano di allontanare dalla Palestina stesse ricominciando a puntarla su di essa.
E forse l'aspetto più sorprendente è che questo cambiamento non è visibile solo nelle strade.
Ma nel linguaggio stesso.
Nei media occidentali, che non scrivono più allo stesso modo.
Nei giornali che hanno iniziato a porre domande mai poste prima.
Nei libri pubblicati oggi su Gaza, i media e l'occupazione.
Nel dibattito in corso sul significato di genocidio, colonialismo di insediamento e apartheid.
Non perché ci sia un nuovo consenso.
Ma perché il dibattito stesso è diventato possibile.
E questo, di per sé, rappresenta un cambiamento epocale.

Persino l'accusa preconfezionata di antisemitismo non funziona più come ha funzionato per decenni.
❤3
Ora sentiamo funzionari americani distinguere pubblicamente tra critica alle politiche israeliane e antisemitismo.
E assistiamo a dibattiti aperti alle Nazioni Unite che non sempre si concludono come in passato.
E le risposte alla narrativa israeliana vengono ora trasmesse in diretta, davanti a un vasto pubblico globale, senza il vecchio timore di accuse o isolamento.
Questi possono sembrare dettagli di poco conto.
Ma la politica spesso inizia con il linguaggio.
E quando il linguaggio cambia, anche altre cose iniziano a cambiare con esso.
In politica, l'immagine non è meno significativa.

Un presidente americano come Trump, che ha dato a Israele più di molti dei suoi predecessori, è ora impegnato in pubblici dissensi con Netanyahu sulla guerra e sugli accordi regionali.
Un vicepresidente americano parla un linguaggio diverso da quello che ha prevalso per tanti anni.

La stampa israeliana parla del giorno dopo Netanyahu.
Circolano indiscrezioni su contatti con l'opposizione israeliana.
L'Europa, che un tempo parlava quasi con una sola voce, è diventata più divisa e più critica. Non si tratta di eventi isolati.
Sono segnali che qualcosa di più profondo si sta agitando sotto la superficie.

Nel frattempo, la guerra non è riuscita a nascondere ciò che sta accadendo sul terreno in Palestina.

L'attività degli insediamenti si è espansa.
Gli attacchi dei coloni si sono intensificati.
I villaggi palestinesi sono stati oggetto di ripetuti attacchi.
I terreni agricoli sono stati presi di mira.
I raccolti di olive sono stati vandalizzati.
In breve, la realtà stessa ha ricordato a molti ciò che hanno cercato di ignorare:
Che il nucleo del conflitto rimane l'occupazione.
E che tutte le guerre, i conflitti e le alleanze che la circondano non possono essere compresi senza questa verità.

Questo non significa che il mondo sia completamente cambiato.

Né che gli equilibri di potere si siano improvvisamente modificati.
Né che la strada da percorrere sia diventata chiara.
Ma qualcosa ha cominciato a emergere.
Qualcosa che non è più facile da nascondere.
Il mondo nato dopo il 7 ottobre non è ancora completo.
Ma non è più nascosto come un tempo.
Ha iniziato a emergere in politica.
Nei media.
Nelle università.
Nella cultura.
Nelle strade.
Nelle domande che la gente si pone.
Forse la trasformazione più grande è che il mondo ha iniziato a tornare a vedere le cause, dopo anni di preoccupazione per le conseguenze.
È tornato alle radici, dopo un lungo periodo in cui si è concentrato sui rami.
Ed è tornato alla Palestina, dopo anni in cui si è cercato di estrometterla dal centro del quadro.

Pertanto, la domanda oggi non è più cosa sia successo il 7 ottobre.
Ma piuttosto: cosa ha rivelato il 7 ottobre?
E cosa ha fatto vedere al mondo?

E forse, cosa più importante:
Il mondo sta finalmente tornando al cuore della questione?

Alla terra.
Al popolo.
All'occupazione.
Alla verità che in tanti hanno cercato di seppellire sotto strati di politica, guerre e narrazioni contrastanti.
Perché tutto ciò che vediamo oggi, per quanto diverso e disparato possa sembrare, alla fine ci riconduce allo stesso punto.
Palestina.

*Regista e sceneggiatore palestinese

(Traduzione di Bassam Saleh)
❤5
Nonostante l'annuncio del cessate il fuoco intensi attacchi israeliani mirati su Nabatiyeh
🤬1💩1
Gravi danni alla base statunitense in Bahrein da parte dell'Iran — Il WSJ ha riferito che gli attacchi iraniani con missili e droni hanno danneggiato il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, incluso l'edificio di comando, 12 altri edifici e due terminali di comunicazione satellitare.

I danni sono stimati a 400 milioni di dollari
❤4🍾2
Grandi manifestazioni nella periferia meridionale di Beirut per commemorare il decimo giorno del mese di Muharram , uno dei mesi più sacri del calendario islamico.

Per gli sciiti in questo mese di preghiera e riflessione durante il decimo giorno (ashura) che ricadeva ieri si ricorda la battaglia di Kerbala e il martirio dell' imam Hussein , nipote di Maometto.
❤3
Il CENTCOM conferma di aver condotto attacchi contro la Repubblica islamica di Iran come ritorsione dopo che la Sepah aveva impedito il passaggio a due petroliere che stavano transitando nel corridoio aperto dall' Oman questa settimana
Le Relazioni Pubbliche dell'IRGC dell'Iran:

"A seguito della violazione del cessate il fuoco da parte del regime israeliano nel sud del Libano, anche il regime statunitense che ha violato il trattato ha nuovamente violato i suoi impegni.

Sotto vari pretesti, incluso il transito di una nave accusata di navigare attraverso una rotta non autorizzata nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco aereo contro le coste della Repubblica Islamica dell'Iran.

In risposta a questa aggressione, la Marina dell'IRGC ha colpito le posizioni in cui è di stanza l'esercito terroristico statunitense nella regione.

Ai sensi dell'Articolo 5 del Memorandum d'Intesa di Islamabad, la responsabilità di regolare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz spetta alla Repubblica Islamica dell'Iran.

Tuttavia, gli Stati Uniti hanno cercato di violare questo impegno incoraggiando varie parti a sfidarlo. Ha ricevuto la risposta necessaria, e lo stesso si applicherà in futuro. Se l'aggressione si ripeterà, la risposta dell'Iran sarà più ampia di questa."
❤4
Ieri in serata è stato raggiunto un accordo fra Israele e il Libano che comprende un ritiro delle truppe israeliane dalle posizioni acquisite a sud del fiume Litani in cambio del disarmo di Hezbollah e di tutte le organizzazioni della resistenza palestinese.
Le zone verrebbero poi prese in custodia dall' esercito libanese che dovrebbe formalmente anche vigilare sul ritiro del IDF
💩3🖕1
L'AIPAC elogia l'accordo quadro Libano-Israele mediato dagli Stati Uniti, che lega il ritiro israeliano e la ricostruzione sostenuta a livello internazionale al disarmo verificato della resistenza libanese nell'ambito di un meccanismo di sicurezza guidato dagli Stati Uniti.
🖕2
Alla notizia della firma dell' accordo , nella periferia sud di Beirut , sono iniziati caroselli di protesta.
Hezbollah, che in quanto partito armato ha garantito la sovranità libanese in tutti questi anni (basti pensare al 2006) ha già rigettato l' accordo che suona come l' ennesima capitolazione della statualità libanese dove le spinte nazionalistiche , da sempre legate a Tel Aviv hanno sempre rappresentato una minaccia persistente all' indipendenza del paese dei cedri
👍3❤1🙏1
Spread It
Video
In risposta a queste mobilitazioni l' esercito libanese ha tentato di contenere i manifestanti con cariche di alleggerimento.
Se questa è la cronaca delle prime ore dopo la forma dell' accordo , lo scenario di una radicalizzazione ulteriore delle divisioni interne al libano , come detto dai parlamentari di Hezbollah ieri in serata , diventa un eventualità sempre più marcata
🔥1
IN LIBANO COME NELL' EST EUROPA UN "ACCORDO" SENZA UNA PARTE

Israele e Libano firmano un accordo quadro con la " supervisione " degli Stati Uniti.
Un accordo che ha come obbiettivo principale quello di disarmare la resistenza attraverso un impegno diretto delle forze armate libanesi alle quali sarebbe poi demandato anche una sorta di controllo del successivo ritiro delle truppe israeliane dalle posizioni nel Libano meridionale .
Un progetto che pone come "premio" ma sarebbe meglio dire stipendio, una ricostruzione del libano , una "modernizzazione" del tessuto produttivo e delle zone distrutte dai bombardamenti di Israele attraverso la partecipazione finanziaria dei paesi arabi supervisionati ovviamente da chi ha in mano la raccolta e lo spostamento di immense quantità di risparmio mondiale , e cioè gli Stati Uniti, quindi le big three .
Questa è , nello storico dell' ultimo anno di questo conflitto un "non notizia".
In realtà di "accordi" del genere ne erano già stati messi in campo o prospettati pubblicamente almeno già dall' agosto scorso quando Tom Barrack , inviato speciale nel medio oriente per la casa bianca , aveva fatto il suo bel giro diplomatico presentandosi all' assemblea nazionale libanese con i soliti toni suprematisti e le solite soluzioni dello stesso stampo riguardo i finanziamenti per fare "ripartire" il Libano qualora si fosse arrivati al disarmo di Hezbollah e della Resistenza libanese.
Quindi , perché questa fanfara occidentale?
Perché a differenza dell' agosto scorso e degli altri colloqui fra queste parti i rappresentanti del governo libanese hanno "raggiunto" per iscritto la promessa del ritiro di Israele?
Ci sembra un po' troppo debole per i toni trionfalistici con cui la stampa occidentale presenta questa intesa...
Per capire la vera natura dell' accordo , e quindi il perché di questo entusiasmo occidentale , bisognerebbe chiedersi se il governo di Joseph Aoun e Nawaf Salam sono veramente in grado di rappresentare la sovranità nazionale e popolare libanese , sono cioè in grado di essere garanti di una parte costitutiva di questo accordo e dato che chiunque sappia qualcosa del Libano e della sua martoriata storia sa perfettamente che questo governo non è in grado di soddisfare questi requisiti si capisce molto velocemente che questa carta sta quindi solo ad indicare un tentativo di legittimare future intrusioni ben più consistenti di Israele nel paese dei cedri.
Che molti giornalisti occidentali, ormai presi nella produzione in serie di una notizia per non disturbare le linee editoriali che me pagano gli stipendi non ne siano consapevoli del tutto è un fatto.
Che la realtà oggettiva sia quella della giustificazione di interventi futuri pure.
D' altronde , gli occidentali , hanno già perso troppe guerre per poter pensare ad una pace duratura nell' ultimo quadrante (il levante nel suo insieme) dove le hanno prese per l' ennesima volta..
Cosa c'è di meglio quindi che provare a scatenare un conflitto civile per poter prendersi tutto il piatto , giustificandolo con l' incapacità del governo libanese di riuscire a disarmare una forza (o meglio un gruppo di forze) che fa risiedere la sua potenza nel radicamento popolare?
Le immagini che sono arrivate da Beirut ieri sera , dove le proteste contro questa firma si sono subito presentate nelle strade della capitale libanese e l' intervento dell' esercito libanese per sedarle parlano già molto chiaramente di per sé.
Se poi persino l' Aipac sente il bisogno di elogiare l' accordo con un comunicato ufficiale possiamo dire senza aver paura di smentite di avere un assicurazione riguardo la lettura oggettiva di ciò che sta accadendo...
🤬2
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Netanyahu:

Dopo aver rimosso la minaccia esistenziale iraniana, un ampio governo nazionale può portare la pace tra noi, affrontare i resti dell'asse iraniano e raccogliere i frutti della nostra vittoria attraverso accordi diplomatici come quello che stiamo facendo con il Libano.

Tradotto: un futuro di guerre
🖕2❤1