The roots of Cop City can be traced back to the Israeli Urban Warfare Training Center (UWTC), nicknamed “Mini Gaza”. The UWTC, built with $45 million in U.S. aid, was designed to simulate “the modern battle-field” and features replicas of public and residential buildings in Palestinian cities, including mosques and schools. Frequent Israeli incursions and violent raids of the Al-Aqsa Mosque by Israeli forces escalated after the facility’s establishment in 2005. The UWTC serves as a platform for passing on military lessons learned from Israeli incursions into Palestinian cities and refugee camps, and provides training to both Israeli forces and law enforcement from allied nations like the United States. This close relationship is sustained through a shared security apparatus among settler colonies like the U.S., Israel, and the UK. It involves collaboration and mutual expertise in urban warfare and repression which further strengthen colonial occupation and imperialism.
https://mronline.org/2024/02/15/cop-citys-ivory-tower/
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MR Online
Cop City’s ‘Ivory Tower’: Georgia State University is ground zero for militarized policing | MR Online
While often perceived as institutions of knowledge and progress, universities actively contribute to the myth that policing and prisons keep us safe.
Eventi mondani e barbecue, un fiume di soldi privati scorre dagli Stati Uniti verso le tasche dei coloni
LE DONAZIONI DELLA RETE PRO-ISRAELE. Come investire in case e terreni in Giudea e Samaria affinché siano «ebree per sempre». Il caso del villaggio di Beit El, beneficiario di un flusso ininterrotto di dollari utilizzati anche per i droni
Gli stanziamenti militari americani per le guerre globali (Ucraina, Israele, potenziale teatro Indo-pacifico) rimangono ostaggio delle manovre elettorali nel Congresso. In particolare, del presidente integralista della Camera, Mike Johnson, che pur di impedire l’approvazione dei fondi ha mandato in vacanza i deputati per due settimane. Johnson è la mano di Trump in parlamento e le sue tattiche sono frutto, più ancora che di un presunto neoisolazionismo, della narrazione secondo cui gli Stati uniti non possono assistere chicchessia fin quando debbono far fronte all’invasione delle orde di immigrati clandestini all’assalto del confine meridionale, lasciato sguarnito da Joe Biden.
La sceneggiata sovranista è talmente efficace nel compattare la base neo-GOP che perfino un decano dei falchi neoliberisti come il senatore Lindsey Graham, che l’anno scorso a Kiev abbracciava Zelensky giurando eterna disponibilità dell’arsenale della democrazia, questo mese ha ripetutamente votato contro il pacchetto pro-Ucraina e disertato la conferenza di Monaco sulla sicurezza per andare a farsi l’obbligatorio selfie sul confine messicano in Texas.
Nel paradosso populista inveterati combattenti della guerra fredda si contorcono per conciliare le boutade anti-Nato e filo putiniste di Trump coi decenni passati ad assalire «l’impero del male».
Ancora più paradossale, da questo punto di vista, è il blocco collaterale degli aiuti ad Israele, il cui sostegno è praticamente un dogma inamovibile per entrambi i partiti. Ma gli armamenti e munizioni spedite al governo autore dell’eccidio di Gaza non sono l’unico canale di assistenza.
La rete pro-Israele in America è capillare e straordinariamente efficiente grazie a lobby come AIPAC (American Israeli public affairs committee) che da un lato organizza campagne di opinione e veicola fondi a politici “amici” per assicurare il sostegno nel Congresso e dall’altro intraprende campagne punitive contro chi critica l’operato di Israele. L’associazione ha di recente annunciato uno stanziamento di 100 milioni di dollari per assicurare la sconfitta di parlamentari progressisti come Alexandria Ocasio Cortez, che hanno chiesto un cessate il fuoco a Gaza.
Molti altri soldi americani raggiungono Israele attraverso canali privati. Una inchiesta del periodico online New Lines Magazine, a firma di Matthew Petti, esamina come la campagna di sostituzione etnica portata avanti dai coloni nei territori palestinesi sia in gran parte finanziata da cene sociali e ricevimenti di charity organizzati da bravi cittadini nelle tranquille periferie americane. Solo i barbecue e le degustazioni di vini organizzati dalla One Israel Fund raccolgono attorno ai tre milioni di dollari l’anno per la sicurezza degli insediamenti in Giudea e Samaria – il nome con cui i sionisti designano i territori occupati. In particolare New Lines esamina il caso di Beit El, un insediamento di 7000 coloni che sorge su terre sequestrate, nei pressi del campo profughi palestinese di Jalazone, dove oltre il doppio di abitanti vivono in un’area grande la metà.
Il villaggio ebreo comprende la base della 887ma divisone della Giudea e Samaria, unità dell’esercito di stanza in Cisgiordania ed è abitato da molti coloni affiliati a movimenti di estrema destra. Da anni Beit El è beneficiario di un flusso ininterrotto di donazioni di beneficienza provenienti in gran parte dai sobborghi di Long Island, NY, noti come Five Towns, comunità con una densa popolazione ebraica nella Nassau County.
LE DONAZIONI DELLA RETE PRO-ISRAELE. Come investire in case e terreni in Giudea e Samaria affinché siano «ebree per sempre». Il caso del villaggio di Beit El, beneficiario di un flusso ininterrotto di dollari utilizzati anche per i droni
Gli stanziamenti militari americani per le guerre globali (Ucraina, Israele, potenziale teatro Indo-pacifico) rimangono ostaggio delle manovre elettorali nel Congresso. In particolare, del presidente integralista della Camera, Mike Johnson, che pur di impedire l’approvazione dei fondi ha mandato in vacanza i deputati per due settimane. Johnson è la mano di Trump in parlamento e le sue tattiche sono frutto, più ancora che di un presunto neoisolazionismo, della narrazione secondo cui gli Stati uniti non possono assistere chicchessia fin quando debbono far fronte all’invasione delle orde di immigrati clandestini all’assalto del confine meridionale, lasciato sguarnito da Joe Biden.
La sceneggiata sovranista è talmente efficace nel compattare la base neo-GOP che perfino un decano dei falchi neoliberisti come il senatore Lindsey Graham, che l’anno scorso a Kiev abbracciava Zelensky giurando eterna disponibilità dell’arsenale della democrazia, questo mese ha ripetutamente votato contro il pacchetto pro-Ucraina e disertato la conferenza di Monaco sulla sicurezza per andare a farsi l’obbligatorio selfie sul confine messicano in Texas.
Nel paradosso populista inveterati combattenti della guerra fredda si contorcono per conciliare le boutade anti-Nato e filo putiniste di Trump coi decenni passati ad assalire «l’impero del male».
Ancora più paradossale, da questo punto di vista, è il blocco collaterale degli aiuti ad Israele, il cui sostegno è praticamente un dogma inamovibile per entrambi i partiti. Ma gli armamenti e munizioni spedite al governo autore dell’eccidio di Gaza non sono l’unico canale di assistenza.
La rete pro-Israele in America è capillare e straordinariamente efficiente grazie a lobby come AIPAC (American Israeli public affairs committee) che da un lato organizza campagne di opinione e veicola fondi a politici “amici” per assicurare il sostegno nel Congresso e dall’altro intraprende campagne punitive contro chi critica l’operato di Israele. L’associazione ha di recente annunciato uno stanziamento di 100 milioni di dollari per assicurare la sconfitta di parlamentari progressisti come Alexandria Ocasio Cortez, che hanno chiesto un cessate il fuoco a Gaza.
Molti altri soldi americani raggiungono Israele attraverso canali privati. Una inchiesta del periodico online New Lines Magazine, a firma di Matthew Petti, esamina come la campagna di sostituzione etnica portata avanti dai coloni nei territori palestinesi sia in gran parte finanziata da cene sociali e ricevimenti di charity organizzati da bravi cittadini nelle tranquille periferie americane. Solo i barbecue e le degustazioni di vini organizzati dalla One Israel Fund raccolgono attorno ai tre milioni di dollari l’anno per la sicurezza degli insediamenti in Giudea e Samaria – il nome con cui i sionisti designano i territori occupati. In particolare New Lines esamina il caso di Beit El, un insediamento di 7000 coloni che sorge su terre sequestrate, nei pressi del campo profughi palestinese di Jalazone, dove oltre il doppio di abitanti vivono in un’area grande la metà.
Il villaggio ebreo comprende la base della 887ma divisone della Giudea e Samaria, unità dell’esercito di stanza in Cisgiordania ed è abitato da molti coloni affiliati a movimenti di estrema destra. Da anni Beit El è beneficiario di un flusso ininterrotto di donazioni di beneficienza provenienti in gran parte dai sobborghi di Long Island, NY, noti come Five Towns, comunità con una densa popolazione ebraica nella Nassau County.
il manifesto
Eventi mondani e barbecue, un fiume di soldi privati scorre dagli Stati Uniti verso le tasche dei coloni | il manifesto
Israele (Internazionale) Gli stanziamenti militari americani per le guerre globali (Ucraina, Israele, potenziale teatro Indo-pacifico) rimangono ostaggio delle manovre elettorali nel Congresso. In particolare, del presidente integralista della Camera, Mike…
When piezoelectric transducers vibrate the display itself to create sound waves, the sound seems to come directly from the image on the screen, a much more realistic effect.
https://spectrum.ieee.org/piezoelectric-speakers
https://spectrum.ieee.org/piezoelectric-speakers
Former Guardian editor-at-large Gary Younge appears in a lecture hall at City University in February 2024 to deliver the inaugural Rosemary Hollis memorial lecture.
Former Guardian editor-at-large Gary Younge appears in a lecture hall at City University in February 2024 to deliver the inaugural Rosemary Hollis memorial lecture. Picture: Press Gazette
Journalist Gary Younge has warned that the narrow range of most British journalists’ backgrounds means it takes “a seismic event” for journalists to take an interest in problems that are for many people everyday realities.
Delivering the inaugural Rosemary Hollis Memorial lecture at City University he said “now more than ever we need reporters and commentators who can engage with the sources of discontent and alienation which fuel the assaults on our democratic space.
“But instead we have a commentariat, overwhelmingly from the same social class both as each other and the politicians they cover. Their reference points are limited, their comfort zone is narrow."
Younge argued that when this commentariat witnesses an event “that they cannot understand, they think the problem is with the event, not with them. When political figures or moments emerge that make them feel uncomfortable or that they don’t like, they subject it not to analysis but parody.
And he noted that, “if in order to circulate an idea, a story, widely, you need a few million, billion pounds in your pocket, then we shouldn’t be surprised if the media represents a certain kind of interest – the interest of the rich”.
https://pressgazette.co.uk/diversity/gary-younge-city-lecture-media-commentariat-dog-bites-man/
Former Guardian editor-at-large Gary Younge appears in a lecture hall at City University in February 2024 to deliver the inaugural Rosemary Hollis memorial lecture. Picture: Press Gazette
Journalist Gary Younge has warned that the narrow range of most British journalists’ backgrounds means it takes “a seismic event” for journalists to take an interest in problems that are for many people everyday realities.
Delivering the inaugural Rosemary Hollis Memorial lecture at City University he said “now more than ever we need reporters and commentators who can engage with the sources of discontent and alienation which fuel the assaults on our democratic space.
“But instead we have a commentariat, overwhelmingly from the same social class both as each other and the politicians they cover. Their reference points are limited, their comfort zone is narrow."
Younge argued that when this commentariat witnesses an event “that they cannot understand, they think the problem is with the event, not with them. When political figures or moments emerge that make them feel uncomfortable or that they don’t like, they subject it not to analysis but parody.
And he noted that, “if in order to circulate an idea, a story, widely, you need a few million, billion pounds in your pocket, then we shouldn’t be surprised if the media represents a certain kind of interest – the interest of the rich”.
https://pressgazette.co.uk/diversity/gary-younge-city-lecture-media-commentariat-dog-bites-man/
Press Gazette
‘Internal memos of the upper class’: Gary Younge says journalism is out of touch
Former Guardian editor-at-large Gary Younge says sometimes "dog bites man" is a story and it gets ignored.