"Un commercialista di Bari" [cit.] @giuslit
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Immediata testa di cavallo mozzata nel letto della Polonia. Stateve accuort...
Il peso del costo del lavoro è proprio uno dei fattori che spiega le differenze rispetto all’impatto della fiammata inflazionistica del 1980. La variazione di fatturato registrata allora, pari al 31,6%, è sostanzialmente analoga al 30,9% del 2022. Come pure l’incremento relativo ai costi per acquisti di servizi e materie prime che era stato allora pari al 38,4% rispetto al 36,7% attuale. Ma l’incidenza del costo del lavoro che era pari al 18,2% del fatturato nel 1980 si è progressivamente ridotta nel tempo fino a scendere all’8,4%. A fianco di fattori quali l’avanzamento tecnologico, l’automazione e la ricomposizione settoriale, un ruolo chiave è stato giocato dagli interventi sui meccanismi di recupero dell’inflazione. Nel 1980 gli automatismi avevano generato una crescita del costo del lavoro del 16,9% a fronte di una flessione dello 0,8% degli organici, che invece nel 2022 sono cresciuti dell’1,7 con un aumento del costo del lavoro del 3,5%. Un po’, ma proprio un po’ se vedeva, dai…😂
"La passata dinamica del modello produttivo della Ue si è fondata sulle esportazioni nette allocate all’esterno dell’Euro area (Ea) e/o della Ue.
In particolare, fra la fine della crisi finanziaria internazionale e lo scoppio della pandemia (2020), i surplus nelle partite correnti dell’Ea hanno registrato forti incrementi a seguito di una drastica compressione della domanda interna negli stati membri più fragili non compensata da incrementi della domanda aggregata nei paesi più “forti” (si veda il grafico in pagina). Pertanto, a livello macroeconomico, l’andamento di questi surplus è un indicatore di tassi di risparmio eccedenti i tassi di investimento più che una misura della forza competitiva dell’area.
Nel corso degli anni Dieci, la Ue e – soprattutto – la Ea hanno “sottratto” domanda all’economia globale e hanno realizzato quegli inadeguati tassi di accumulazione che contribuiscono a spiegare i ritardi europei nel digitale e nell’intelligenza artificiale a Stati Uniti e Cina, che abbiamo illustrato in altri articoli. Insomma, le economie dell’Ea e della Ue, a partire dalla Germania, hanno privilegiato le traiettorie tipiche di una piccola economia piuttosto che la strategia propria a una delle aree economiche preminenti nei mercati internazionali. Inoltre, come sottolineato dalle recenti previsioni della Commissione, vi sono nuovi rischi di divergenza all’interno della Ue: la relativa debolezza dell’economia tedesca si ripercuote sui paesi più integrati nelle sue catene del valore (Paesi Bassi e Italia).
Sarebbe errato sostenere che, a livello microeconomico, i risultati produttivi europei non siano stati anche il frutto di efficienti adeguamenti tecnologici. Pur se con più di un lustro di ritardo e con modalità nazionali così differenziate da accrescere gli squilibri interni all’area, nel corso del decennio Novanta molte imprese grandi e medie della Ue hanno adottato le novità dell’ “information and communication technology” (Ict), introdotte nelle economie statunitensi e asiatiche dalla metà degli anni Ottanta. Al riguardo, le innovazioni realizzate da vari stati membri sono state rilevanti. Eppure, come si è già detto, tali progressi non sono bastati a evitare ritardi drammatici della Ue rispetto agli Stati Uniti e alla Cina sulle frontiere innovative del digitale e dell’intelligenza artificiale.
Le crescenti tensioni geopolitiche e tecnologiche fra Stati Uniti e Cina e i ritardi innovativi della Ue rischiano di disegnare mercati internazionali dominati da conflitti bilaterali, rispetto ai quali l’economia europea – senza un cambio di passo - sarebbe condannata a ruoli marginali e a un progressivo indebolimento del proprio modello sociale. La capacità di sostenere un generoso stato sociale e una marcata regolamentazione, propria alla seconda più sviluppata area economica mondiale, è arrivata al capolinea. Una demografia stagnante ha accentuato i problemi di crescita. Il benessere europeo può essere salvaguardato solo se la Ue saprà costruire un modello produttivo più competitivo. Gli ingredienti di questo nuovo modello sono noti perché alla base dell’iniziativa adottata in risposta allo shock pandemico: Next Generation–EU. Si tratta della tripla transizione “verde”, digitale e sociale. La strada per la realizzazione di tali transizioni è, però, impervia. Come diremo meglio in un prossimo articolo, è necessario rafforzare la capacità fiscale europea e raccordarla a un’allocazione efficiente delle risorse (pubbliche e private) dei singoli stati membri.
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Tranquilli sono Buti e Messori…
Vien quasi da ridere, se non ci fosse da piangere. Ed ora come faranno a dare addosso al governo italiano brutto, sporco, cattivo, xenofobo, omofobo [cazzata a piacere]fobo?
Con Draghi tutti sdraiati, oggi tutti a chiedere coraggio e lungimiranza. "si sa che la gente dà buoni consigli | se non può più dare il cattivo esempio.“
Bisogna dire che la Lagarde sta facendo un eccellente lavoro
La Germania resta ben ancorata sul fondo
La Francia non vede l'ora di raggiungere la Germania sul fondo...
Poteva mancare la solita quotidiana testa di cavallo mozzata nel letto dell'Italia? Certo che no. Questa volta ce l'hanno con l'ipotesi di esdebitazione degli NPL. E ricordano all'Italia che il suo debito è tanto, tanto alto e potrebbero accadere cose spiacevoli.
Pure il Portogallo presenta una revisione sostanziosa del suo Recovery Plan e la Commissione lo valuta positivamente. D'altronde quei piani scritti ad inizio 2021 in un'altra era geologica, non valgono più nemmeno la carta su cui sono scritti
Un grafico "populista" (direbbero i benpensanti)
Se Atene piange, Sparta non ride. Pure nel Regno Unito non riescono a mettere due spiccioli nelle tasche della gente
Ormai lo sanno pure le pareti…
Tira un’arietta di destra in Germania, che non vi dico… Non sanno letteralmente cosa fare
Impressionante copertura dei quotidiani tedeschi sul tema dell'immigrazione. Non parlano pressoché d'altro. E mandano a dire che loro non hanno più spazio.