Gilberto Trombetta
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Socialista, patriota, antieuropelsta - Giornalista-Appassionato di politica economica-t.me/Gitro77
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Nel 2026 si stima l'apertura di 23.934 nuove attività al dettaglio, la metà rispetto alle 43.324 del 2014 (-44,8%), il 5,7% in meno sul 2025. Le chiusure saranno invece 42.849, per un saldo negativo di 18.915 negozi di prossimità (erano "solo" 17.874 in meno nel 2025). Vale a dire che si contano quasi 2 chiusure (1,8) per ogni apertura. Le imprese attive nel commercio al dettaglio erano 776.365 nel 2010. A maggio 2026 erano 702.938: quasi
75mila in meno.

"Un posto di lavoro precario creato nella grande distribuzione distrugge 5 posti di lavoro stabili nel commercio di prossimità. Secondo l'Institut National de la Statistique et des études économiques, la diffusione dei grandi magazzini in Francia ha fatto scomparire il 17% delle panetterie, l'84% delle salumerie, il 43% dei negozi di casalinghi. Quel che è scomparso è una parte importante della sostanza stessa della vita locale, con il corrispondente disfacimento del tessuto sociale".

[Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena]
Se avessero letto la pubblicazione da cui sono tratti i dati, saprebbero che gli autori hanno usato un indicatore messo a punto (cioè inventato) da loro che differisce da quello usato normalmente negli studi redistributivi: tasse e contributi pagati vs trasferimenti monetari da parte dello Stato. Loro hanno conteggiato i servizi pubblici (sanità, istruzione, ecc) come fossero un trasferimento monetario pubblico. Un indicatore fortemente criticabile perché attribuisce arbitrariamente un valore monetario ai servizi pubblici teoricamente utilizzati. Inoltre questo nuovo indicatore riduce sensibilmente il numero di contribuenti netti proprio in quei Paesi con una forte presenza di servizi pubblici (che è una cosa positiva, non negativa). Infine c'è anche un errore concettuale di fondo: essere beneficiario di un servizio universale come scuola pubblica e sanità pubblica non equivale necessariamente ad essere a "carico dello Stato" come lasciano invece intedere gli autori della pubblicazione.
Sostanzialmente tutti i Paesi periferici che hanno adottato l'euro sono stati vittime del ciclo di Frenkel (di cui l'euro è la causa) con conseguente crisi curata a suon di politiche lacrime e sangue (austerità, deflazione salariale, distruzione della domanda) però secondo Leonardo Rossi l'euro non c'entra niente. Tutto questo nel 2026.
Solo tra il 2019 e il 2024 il prezzo dei prodotti alimentari è aumentato del 40% circa, con alcuni prodotti che hanno sfiorato aumenti del 70% (come l' olio di oliva). Rispetto al 2021, la bolletta media elettrica annuale (2.700 kWh) è aumentata del 35%, quella del gas (1.400 mc) del 60%. La spesa per energia (gas, luce e carburanti) e alimentazione rappresenta in media il 42% della spesa delle famiglie italiane. Percentuale che raggiunge il 52% nelle fasce più esposte (famiglie con più figli, operai e giovani). Tenendo conto che per la stragrande maggioranza della popolazione i generi alimentari, le bollette e i costi per la casa rappresentano la parte più grande delle spese mensili, l'inflazione è stata molto più alta di quanto comunicato dall'ISTAT. Vale a dire che il crollo dei salari reali è stato molto più grande del 10% registrato tra gennaio 2019 e marzo 2026 (almeno il triplo di quanto comunicato).
«Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono» (Altiero Spinelli, “Diario Europeo” pag. 175). La UE per sopravvivere ha bisogno della guerra, non della pace. Per questo i politici europei stanno facendo di tutto per spingerci in guerra contro la Russia. Per risolvere il problema basterebbe inviare immediatamente al fronte tutti quelli che da mesi stanno soffiando sui venti di guerra. Loro insieme ai parenti più stretti.
Benzina alle stelle, amento delle bollette, crollo dei salari reali, deindustrializzazione, aumento della povertà, precariato, mancata crescita, austerità, inflazione. Tutto quello che per anni ci hanno detto sarebbe accaduto uscendo da UE ed Eurozona è puntualmente successo restandoci.
Perché tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde reali sono diminuite in media del 6,6% (nelle fasce di reddito più basse il crollo è stato rispettivamente del 40,8%, del 31,1% e del 12,7%). Rispetto al 2005 i poveri assoluti sono triplicati passando da 1,9 milioni a 5,7.
Vale la pena ricordare che il primo Presidente della Commissione della Comunità Economica Europea (evolutasi poi nell'attuale Commissione europea) fu Walter Hallstein, nominato il Il 7 gennaio 1958.

Solo pochi anni prima, durante il nazismo, serviva nella Wehrmacht, le forze armate tedesche, come tenente. Fu anche l'ideatore dell'omonima dottrina, che influenzò la politica estera tedesca fino agli anni sessanta.

Hallstein sosteneva la visione di un'Europa federale con una Commissione e un Parlamento forti. La sua visione si scontrò con quella del Presidente francese Charles de Gaulle, orientato verso un'"Europe des États" (Europa degli Stati), in cui i governi nazionali mantenessero ampi poteri.
La privatizzazione del settore energetico ce l'ha imposta la UE (anni 90). La liberalizzazione del mercato dei prezzi ce l'ha imposta la UE (1996). Il mercato ETS per le quote di CO2 ce lo ha imposto la UE (2005). Le sanzioni alla Russia ce le ha imposte la UE (2022). L'abolizione del mercato tutelato per l'energia elettrica e per il gas ce l'ha imposta la UE (2024). Dal 1996 a oggi la bolletta dell'elettricità è aumentata del 217% in valori nominali (+89% in valori reali), quella del gas del 156% (+60% in valori reali). Dalla UE non basta uscire. Va distrutta per poi cospargere di sale le sue rovine di modo che non rinasca mai più.
Siamo davanti all'ennesima crisi da offerta che la BCE sta trattando come crisi da domanda. Vale a dire che per curare la malattia (inflazione) ucciderà il paziente (noi).
Gilberto Trombetta
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Prima della UE e dell'euro, il PIL dei Paesi europei rappresentava il 28,5% di quello mondiale, quello degli USA il 26%, quello dell'Italia più del 5% (il triplo della Cina), quello della Russia il 2,2% e quello cinese l'1,5% (grafico 1).

Nel 1999 il PIL della UE era sceso al 24%,quello USA era salito al 29,5%, quello dell'Italia era sceso al 3,8%, quello russo (dopo il crollo dell'URSS) era sceso allo 0,6% mentre il PIL cinese aveva quasi raggiunto quello italiano (3,3%).

Nel 2024, dopo 30 anni di Maastricht, il PIL dei Paesi UE è crollato al 17,5% (quello italiano è 1/3 di 25 anni fa, 1/8 di quello cinese), quello americano è di poco superiore ai livelli del 1990 (26,2%) mentre quello della Cina socialista e della Russia di Putin sono rispettivamente saliti al 17% e al 2%.

Concentrandoci sull'Italia, il rapporto del PIL pro capite italiano rispetto a quello mondiale è crollato dal 4,2 prima di Maastricht all'attuale 2,8. Come nel 1961. Una perdita del 30% (grafico 2).

La verità è che al contrario di quello che ci hanno raccontato (mentendo) per decenni, l'Unione Europea ha aumentato il grado di subalternità dei Paesi europei riducendoli all'irrilevanza su scala globale.

[dati della Banca Mondiale - PIL a prezzi correnti e PIL pro capite a prezzi costanti 2015]
A parità di gestore, di contratto e di periodo dell'anno (luglio-agosto), la bolletta dell'elettricità è aumentata del 49,5% in un anno (da 0,144777 €/kWh a 0,216353 €/kWh). Ci tenevo a ringraziare, in ordine sparso, l'Unione Europea, Gli Stati Uniti, Israele, il Governo Italiano e l'ENEL.