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Attentato con il coltello alla manifestazione pro-curdi questa sera ad Anversa. Sei feriti.
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Norimberga non chiude un capitolo, ma il Medio Oriente ne apre un altro.
Qui, ex quadri del Terzo Reich continuano a seminare odio antiebraico.
Domenica 25 gennaio si apre a Bologna la Mostra "Gerarchi in fuga"
Museo Ebraico di Bologna, via Valdonica 1/5.
NON PERDETELA!
Iran 14-23 gennaio 2026

I media dell’ultima settimana si concentrano su ciò che Donald Trump potrebbe fare e tace su ciò che i mullah stanno facendo. Minacce americane, flotte nel Golfo, “conseguenze forti”: tutto occupa più spazio delle impiccagioni, dei blackout informativi, dei processi sommari. Come se il centro della storia non fosse Teheran, ma Washington.

Dal 14 gennaio in poi, in Iran le proteste di massa sono state schiacciate con una repressione senza precedenti. Le piazze si sono svuotate non perché la mobilitazione sia rientrata, ma perché il regime ha imposto una legge marziale di fatto: internet quasi totalmente oscurato, arresti di massa, uccisioni, cecchini, raid negli ospedali. A Teheran e in molte altre città l’atmosfera è descritta come pesante, traumatica, paralizzata dalla paura.

I numeri parlano chiaro, nonostante il blackout. Le autorità iraniane ammettono solo parzialmente le vittime, ma ONG e reti di attivisti stimano migliaia di morti. HRANA parla di oltre 5.000 uccisi confermati e decine di migliaia di arresti; altre fonti indicano cifre ancora più alte. Dal 22 gennaio sono riprese anche le esecuzioni di manifestanti, segnale che la fase del terrore giudiziario è entrata nel vivo.

Eppure, mentre in Iran si impicca, si tortura e si seppellisce nel silenzio, la stampa è concentrata sulle possibili reazioni americane. È una distorsione profonda: spostare l’attenzione da chi uccide a chi potrebbe reagire significa normalizzare la violenza del regime e trasformare il massacro in uno sfondo da talk show.

Il risultato è un racconto capovolto, in cui i mullah spariscono dietro le dichiarazioni di Washington. Ma il potere, oggi, è a Teheran. E mentre si discute di scenari e intenzioni occidentali, il regime continua a fare ciò che ha sempre fatto: governare con il terrore e incassare il silenzio all'estero.

Questo silenzio non è neutro. Se l’Iran un giorno farà i conti con il proprio regime, anche fuori dall’Iran qualcuno dovrà fare i conti con chi ha scelto di guardare altrove.
Ascari e i CARC: solidarietà da estremisti dopo lo scandalo Hannoun

Una deputata che raccoglie fondi insieme a figure indagate per terrorismo, finisce sotto i riflettori per legami documentati e poi incassa la solidarietà di ambienti estremisti che difendono Hamas e la violenza “anti-imperialista”. È un intreccio che mina la credibilità istituzionale. In un paese serio, dovrebbe scattare almeno un’autosospensione o un chiarimento netto. Invece, il silenzio del M5S e la linea difensiva di Stefania Ascari (“non mi piego”) lasciano una domanda aperta: solidarietà umanitaria o prossimità ideologica a reti opache? Il sostegno dei CARC non fa che rafforzare i dubbi.

Tutto inizia con l’operazione “Domino” della Procura di Genova (28 dicembre 2025), che porta ad arresti e misure cautelari contro nove persone, tra cui Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Abspp. Hannoun è accusato di essere al vertice di una cellula italiana di Hamas, con presunti trasferimenti di almeno 7 milioni di euro verso l’organizzazione terroristica, mascherati da raccolte fondi “umanitarie”. Sequestri di oltre un milione di euro in contanti, elementi investigativi di Digos e Mossad e un garage a Sassuolo con denaro nascosto delineano un quadro di finanziamento al terrorismo.

Stefania Ascari, deputata M5S e membro della Commissione Antimafia, ha collaborato per anni con Hannoun. Dal 2018 ha partecipato a missioni in Siria, Libano, Giordania, Cisgiordania e Rafah, distribuendo aiuti e chiedendo donazioni sui social per le associazioni coinvolte. Video e materiali documentano il suo ruolo all’interno di questo network. Dopo l’arresto di Hannoun, Ascari ha reagito con toni duri: “piena fiducia nella magistratura”, ma anche “accuse infamanti”, “menzogne deliberate per delegittimarmi” e “io non mi piego”. In Aula, il 15 gennaio 2026, ha parlato di “azione squadrista” della maggioranza, rivendicando la natura umanitaria del suo operato e accusando il governo Meloni di confondere solidarietà e terrorismo.

In questo contesto emerge la solidarietà del Partito dei CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), formazione extraparlamentare marxista-leninista-maoista, nota per sostenere la “resistenza armata” contro l’imperialismo, inclusa quella di Hamas, e per attaccare lo Stato italiano come “servo di Israele e USA”. Non si tratta di un movimento di massa, ma di una sigla oltranzista con una linea ideologica esplicita.

Il 17 gennaio 2026, sul sito ufficiale dei CARC, compare l’articolo “Sostenere la Ascari, Grimaldi e tutti quelli che non si dissociano dal movimento in solidarietà alla Palestina”. Ascari viene indicata come esempio positivo perché non si è dissociata da Hannoun, ha difeso il proprio operato a Rafah e ha definito l’inchiesta “fango” politico, rimandando alla magistratura senza rinnegare il sostegno alle associazioni. I CARC la collocano accanto ad altri “non dissociati” e invitano a sostenerli per “ribaltare le accuse”, all’interno di un appello più ampio al movimento pro-Palestina.

Un membro della Commissione Antimafia che riceve l’endorsement di un’organizzazione che glorifica la violenza “anti-imperialista” e difende figure indagate per terrorismo solleva interrogativi seri. Il M5S tace, Ascari rivendica la sua linea, i CARC ne fanno un simbolo. In un paese che dice di combattere il terrorismo, questo intreccio non è solo imbarazzante: è pericoloso.
⭕️KLM non volerà verso il Medio Oriente fino a nuovo avviso a causa della “situazione geopolitica”.

La compagnia non sorvolerà inoltre lo spazio aereo di Iraq, Iran, Israele e di “diversi Paesi della regione del Golfo”.
Il dopoguerra: celebrare le vittime, scegliere i carnefici
Dopo il 1945, molti nazisti non scomparvero nel nulla. La loro salvezza fu il risultato di un preciso piano di fuga. In alcuni casi questo aiuto assunse forme ufficiali: programmi di reclutamento, assorbimento, riqualificazione. In altri passò per vie informali: reti di contatti, documenti ufficiali rilasciati da organizzazioni internazionali compiacenti, controlli allentati, silenzi opportuni. In entrambe le modalità, la fuga non fu mai soltanto una scelta individuale. Fu l’esito di decisioni precise, di priorità dichiarate o taciute, di scelte politiche consapevoli.
Ciò che colpisce, osservando queste dinamiche, non è solo il fatto che qualcuno abbia aiutato dei nazisti a scappare. È l’identità di chi lo ha fatto. In molti casi si è trattato degli stessi apparati, delle stesse istituzioni, degli stessi Stati che pochi anni prima avevano chiuso le frontiere agli ebrei in fuga, limitato i visti, respinto i profughi, applicato con rigidità burocratica regole amministrative anche quando il pericolo era evidente. Per gli ebrei, i controlli furono stringenti, i documenti sempre insufficienti, le eccezioni impossibili. Per i carnefici, improvvisamente, le maglie si allargano.
Questa asimmetria è l’espressione di una gerarchia di priorità. Nel dopoguerra, salvare vite ebraiche non era mai stato considerato un interesse strategico. Inseguire i responsabili dello sterminio lo diventa ancora meno quando entrano in gioco la ricostruzione, la Guerra fredda, l’equilibrio internazionale, la competizione militare e tecnologica. La giustizia resta un principio proclamato, ma viene rapidamente subordinata ad altro, svuotata nella pratica.
Accade così che chi non è stato salvato quando era possibile venga ricordato come vittima, mentre chi avrebbe dovuto rispondere dei propri crimini venga aiutato a ricominciare, per opportunismo, utilità, convenienza e antisemitismo. È una scelta che pesa, perché trasforma la responsabilità in una variabile negoziabile.
Questo è uno dei nodi più scomodi della memoria del Novecento: la gestione del male e dei crimini, separando ciò che era sacrificabile da ciò che era recuperabile. Si è deciso arbitrariamente chi meritasse protezione e chi no, in un dopoguerra in cui l’urgenza di consolidare il proprio schieramento in vista di nuove tensioni geopolitiche, ha prevalso sulla responsabilità.
Riprendere la memoria, allora, non significa soltanto ricordare le vittime o condannare i carnefici. Significa interrogare anche chi ha reso possibile quella fuga. E chiedersi perché, per alcuni, la porta sia rimasta chiusa fino all’ultimo, mentre per altri si sia aperta proprio quando avrebbe dovuto sbarrarsi.
GERARCHI IN FUGA: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse. In occasione del Giorno della Memoria 2026, il Museo Ebraico di Bologna propone la mostra "Gerarchi in fuga: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse", un’indagine documentaria approfondita sulle reti di complicità e sui percorsi che permisero a migliaia di criminali di guerra di sfuggire alla giustizia internazionale dopo il collasso del Terzo Reich.
A cura di Ivan Orsini, Emanuele Ottolenghi, Francesca Panozzo
Museo Ebraico di Bologna
25 gennaio – 30 giugno 2026
domenica 25 gennaio 2026 ingresso libero al museo e alla mostra tutto il giorno
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Federica Iaria per Free4future.
È etico che una deputata che raccoglie fondi per beneficenza insieme a figure oggi indagate per terrorismo, e che poi incassa la solidarietà di ambienti estremisti che difendono Hamas, continui a essere parte della commissione antimafia? Secondo noi, no.
Se anche secondo te non è giusto, esprimi la tua opinione firmando la petizione qui👇🏻
https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfSLphze5YVhGonINNv8JGOF9dqseYuupZiijwHv6BnctyuLA/viewform?usp=send_form
Nazisti, le rotte della fuga
Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa uscì distrutta dal conflitto ma attraversata da una promessa solenne: i crimini del nazismo sarebbero stati perseguiti e puniti. I processi di Norimberga affermarono per la prima volta il principio della responsabilità penale individuale per crimini contro l’umanità. Accanto a questa affermazione giuridica, però, prese forma un’altra realtà, meno visibile ma strutturata: quella delle fughe, delle protezioni e dei riutilizzi.
Attenzione però: fare luce sulle vie di fuga dei nazisti non significa negare la giustizia esercitata del dopoguerra, ma analizzarne i confini reali. Mentre alcuni responsabili vennero processati, migliaia di altri riuscirono a sottrarsi alla responsabilità penale grazie a scelte politiche, priorità strategiche e complicità istituzionali, talvolta esplicite, talvolta tollerate.
Un’Europa di transito
Nel 1945 l’Europa fu attraversata da milioni di persone in movimento: profughi, reduci, ex prigionieri, sfollati. In questo contesto di caos amministrativo e sovraccarico burocratico, distinguere tra vittime, civili e membri dell’apparato nazista risultò estremamente difficile. L’assenza di un sistema internazionale coordinato per l’identificazione e la cattura dei responsabili minori e intermedi del regime creò una vasta zona in cui si mossero migliaia di ex membri delle SS, funzionari della Gestapo, collaborazionisti e tecnici militari, in un sistema di fuga strutturata.
Le ratline: reti operative
Con il termine ratline si indicano le reti di fuga attive dalla fine degli anni Quaranta che consentirono a numerosi nazisti di lasciare l’Europa. Si trattò di un insieme di canali convergenti: passaggi clandestini, appoggi logistici, documenti di copertura.
L’Alto Adige divenne lo snodo fondamentale. Qui operarono reti che coinvolsero religiosi, apparati statali e strutture umanitarie. La Croce Rossa Internazionale rilasciò documenti per rifugiati senza verifiche sostanziali sull’identità dei richiedenti, permettendo a numerosi criminali di guerra di ottenere nuove generalità. L’effetto concreto fu la sottrazione alla giustizia.
Il Sud America: fuga e invisibilità
Tra le principali destinazioni dei fuggitivi vi fu il Sud America. L’Argentina, in particolare, divenne un approdo privilegiato sotto il governo di Juan Domingo Perón, che favorì l’ingresso di ex nazisti e collaborazionisti europei. Paraguay e Brasile seguirono dinamiche analoghe.
Qui la strategia non fu l’integrazione ufficiale, ma la sparizione. Molti vissero sotto falso nome, costruendo nuove vite al riparo da richieste di estradizione. Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori della deportazione degli ebrei europei, visse per anni in Argentina come Ricardo Klement prima di essere catturato nel 1960. Josef Mengele si spostò tra Argentina, Paraguay e Brasile, riuscendo a evitare ogni processo, vivendo da uomo libero per tutta la vita. Per un certo periodo, tornò persino ad usare il suo vero nome, ripiegando poi su uno falso per paura all’indomani della cattura di Eichmann. Questo perché il Sud America offrì un alto livello di intoccabilità e di invisibilità.
La giustizia internazionale venne aggirata attraverso inerzia politica e protezione statale.
Il Nord America: riabilitazione strategica
Diversa fu la sorte dei criminali nazisti fuggiti in Nord America. Negli Stati Uniti, a partire dal 1945, prese forma una politica statale di recupero di scienziati e tecnici tedeschi, molti dei quali avevano lavorato direttamente per il regime nazista. Il programma noto come Operation Paperclip permise l’ingresso di centinaia di specialisti.
Il centro di Peenemünde, dove era stato sviluppato il missile V2, divenne il principale bacino di reclutamento. Figura emblematica fu Wernher von Braun, membro del partito nazista e ufficiale delle SS, poi trasformato in simbolo del programma spaziale americano. 👇🏻
In questo contesto, la responsabilità penale lasciò il posto all’utilità strategica trasformando la fuga clandestina in istituzionale. Il passato venne rimosso o riscritto per renderlo compatibile con il nuovo ruolo.
Il Medio Oriente: continuità ideologica e mercenaria
Accanto alle Americhe, una terza direttrice si sviluppò verso il Medio Oriente. Qui, ex nazisti trovarono impiego come propagandisti, consulenti militari e specialisti della repressione, in particolare in Egitto, Siria ma anche Israele.
Uno dei casi più noti fu quello di Johann Von Leers, ideologo antisemita del Terzo Reich, che dopo la guerra si stabilì in Egitto, si convertì all’Islam e divenne una figura centrale nella propaganda del regime di Gamal Abdel Nasser. L’antisemitismo razziale europeo venne tradotto nel linguaggio del conflitto arabo-israeliano, mantenendo intatti stereotipi, strutture retoriche e ossessioni complottiste. In questo passaggio, l’odio antiebraico trovò come continuare a proliferare e infettare la società. La continuità ideologica fu evidente: Israele era divenuto il sostituto simbolico dell’“ebreo globale”.
Alois Brunner, collaboratore diretto di Eichmann e responsabile di deportazioni di massa, si stabilì a Damasco negli anni Cinquanta. Entrò nei servizi segreti siriani, contribuendo alla costruzione di apparati repressivi modellati sulla Gestapo. Fanatico antisemita, tentò di organizzare un’azione per liberare Eichmann prima del processo di Gerusalemme. Morì in Siria nel 2001, dopo decenni di protezione statale.
Otto Skorzeny, celebre per la liberazione di Mussolini nel 1943, sfuggì ai processi del dopoguerra e si stabilì nella Spagna franchista. Negli anni Cinquanta e Sessanta operò come mercenario e intermediario militare, reclutando ex ufficiali nazisti per governi mediorientali. Secondo documenti desecretati analizzati dallo storico Danny Orbach, Skorzeny collaborò anche con il Mossad in operazioni contro il programma missilistico egiziano.
Nel Medio Oriente, quindi, il nazismo venne riorientato e l’’antisemitismo europeo si innestò su quello locale e venne proiettato contro Israele.
Chi aiutò, e perché
Queste tre direttrici hanno molto in comune: l’aiuto. Governi, apparati amministrativi, servizi di intelligence e istituzioni umanitarie contribuirono, in forme diverse, alla fuga e alla protezione dei criminali nazisti. In tutto questo, aleggia la continuità storica: molti degli Stati che avevano chiuso le frontiere agli ebrei in fuga negli anni Trenta e Quaranta facilitarono, pochi anni dopo, la fuga dei loro persecutori.
La giustizia nel dopoguerra assunse, dunque, una dimensione di “selezione”. I processi affermarono il principio universale della condanna internazionale dei crimini contro l’umanità, mentre le pratiche politiche ne inficiarono l’applicazione. Riprendere la memoria vuol dire guardare non solo a chi fu giudicato, ma anche a chi venne aiutato a non esserlo. E chiedersi perché.
Il 1 febbraio è il World Hijab Day.

Avete capito bene, c'è, da anni, una giornata mondiale dedicata all'indumento simbolo della sottomissione delle donne.

1 febbraio: World Hijab Day.

Una giornata mondiale per celebrare la sottomissione delle donne.

Mentre in Iran ragazze di 16 anni vengono massacrate per essersi tolte il velo, in Occidente si festeggia il simbolo della loro oppressione.

E le femministe da passerella, zitte.

Non una parola, non una piazza, non un post.

Lottano per le quote rosa nei CDA, ma tacciono davanti a chi impone il velo con la frusta.


A quanto pare in UK le scuole incoraggiano a celebrarlo.
C'è qualcosa di marcio, e non solo in Danimarca.
è uscito oggi l'ultimo podcast del progetto #riprendiamocilamemoria.
Un progetto lungo dieci settimane, cominciato il 17 novembre, che ci accompagnato in un percorso storico ignorato dalla memoria pubblica.
Trovate tutti i podcast sul nostro account spotify https://open.spotify.com/playlist/3QzsxmGf02HvmKdwVewDvi
tutti i video suoi social e su youtube: https://www.youtube.com/@FREE4FUTURE/playlists
e trovate la raccolta fondi al solito link. Adesso vogliamo fare un sito web dedicato e anche un ebook che raccolga tutti i materiali pubblicati.
Non fateci mancare il vostro sostegno!
https://www.gofundme.com/f/fai-vivere-f4f
Meglio una piccola donazione oggi, adesso, che un buon proposito per domani :-)
Quando Auschwitz viene usato per dire altro da sé, siamo nel campo della manipolazione. È quanto accadrà a Pistoia, Capitale Italiana del Libro 2026, il 26 gennaio. La rassegna Le parole di Hurbinek – dedicata alla memoria della Shoah e ispirata al bambino muto di Auschwitz che riusciva a pronunciare solo la parola “fuga”– ha infatti scelto di tenere una “lezione civile” dal titolo programmatico: Gaza è Auschwitz. Non è Auschwitz. Non è meno di Auschwitz. A tenerla, Paola Caridi. Quel titolo è una mistificazione deliberata fatta per usare contro gli ebrei la memoria dello sterminio degli ebrei.
Un ossimoro calibrato che finge equilibrio per produrre un’equiparazione. La formula procede per negazioni apparenti, ma mantiene Auschwitz come unità di misura assoluta dell’orrore, trasferendone la funzione simbolica su Gaza. Il paradosso diventa così uno scudo retorico.
La sinossi ufficiale conferma l’impianto del “genocidio dei palestinesi” assunto come fatto acquisito. Peccato che il genocidio resti una categoria giuridica precisa, la cui applicabilità a Gaza è quanto meno discutibile. Contrariamente alla narrazione prevalente, nel  gennaio 2026, la Corte Internazionale di Giustizia non ha accertato alcune genocidio: si è limitata a ha chiedere a Israele misure preventive. La Corte Penale Internazionale non ha emesso mandati per genocidio, ma per crimini di guerra e contro l’umanità. Dichiarare il genocidio per via retorica è una falsificazione del termine giuridico. Peggio ancora se si effettua una selezione ideologica delle vittime, cancellando consapevolmente ciò che accade in Ruanda, Bosnia e Darfur, oppure a danno di Yazidi, Rohingya e Uiguri, per trasformare Gaza nel “primo genocidio contemporaneo”.
Non è un caso, ma un attacco voluto all’“eccezionalismo della Shoah”. L’unicità di Auschwitz è basata su un fatto storico: la volontà di annientamento totale di un popolo in quanto tale, attraverso l’industrializzazione burocratica dello sterminio. Ridurlo a numeri consente di rendere Auschwitz una categoria comparabile e trasferibile, un’operazione respinta con rigore da studiosi come Raul Hilberg e Yehuda Bauer.
In questo quadro, il discorso di Caridi non è un pensiero radicale, ma si colloca come voce derivativa, epigona di epigoni, all’interno di una filiera concettuale già consumata: un lessico che si presenta come innovativo mentre ripete formule culturalmente premiate, scambiando un rutto per un sospiro e il pregiudizio per analisi storica.
Il “mai più”, che indicava un impegno politico e morale contro il ritorno dell’antisemitismo di Stato, si trasforma quindi in una promessa mancata. Peggio, in un atto d’accusa contro Israele che produce il rovesciamento simbolico: la Shoah diventa metro per imputare agli ebrei ciò di cui furono le vittime.
Per nascondere la fragilità logica di questo impianto soccorre la chiave coloniale come spiegazione totale. Gaza sarebbe unica per il legame popolazione-terra, ma poiché lo rivendicano entrambe le parti ridurlo a schema coloniale risponde a un banale pregiudizio ideologico. E che dire della distruzione che coinvolgerebbe umano e non umano? Ancora una volta, una lettura che scambia categorie morali per strumenti analitici e ignora la presenza di un attore come Hamas, del suo obbiettivo di eliminare Israele e gli ebrei, lo sterminio intenzionale del 7 ottobre, l’uso dei civili israeliani e palestinesi come scudi umani.
Nel loro insieme, questi elementi compongono una metafisica della memoria, nella quale Auschwitz perde la funzione di evento-limite e diventa simbolo plasmabile a piacere. Più che la comprensione di Gaza, l’evento di Pistoia è una operazione di riscrittura della Shoah: un pensiero che piega il passato altrui per tentare di legittimare il proprio pregiudizio.
 
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Ran Gvili era un giovane israeliano di 24 anni, originario della comunità di Meitar. Era un poliziotto israeliano, volontario nelle forze speciali della polizia.
il 7 ottobre 2023, durante l'attacco di Hamas nel sud di Israele, Ran Gvili è stato tra i primi a combattere i terroristi al Kibbutz Alumim ed è stato ucciso.
Il suo corpo è stato rapito da Hamas e portato a Gaza.
È rimasto l'ultimo ostaggio israeliano (vivo o morto) ancora in mano a Hamas/Gaza per molti mesi, anche dopo il rilascio di ostaggi vivi e il recupero di altri corpi durante tregue e operazioni.
Oggi, 26 gennaio 2026 (843 giorni dopo il 7 ottobre), l'IDF ha annunciato di aver localizzato e identificato i suoi resti in un cimitero a est di Gaza City (probabilmente a Shuja’iyya), dopo aver esaminato centinaia di corpi. I resti sono stati riportati in Israele per la sepoltura, chiudendo così il capitolo di tutti gli ostaggi del 7 ottobre ancora trattenuti a Gaza.
I Soldati delle IDF cantano dopo il recupero di Ran Gvili. La canzone che stanno cantando è Ani Ma'amin ("Credo"): "Credo con fede assoluta nella venuta del Messia. Anche se dovesse tardare, lo aspetterò comunque". Sono passati più di 800 giorni. La nostra fede può aver vacillato a volte, ma non ci siamo mai arresi. Bentornato a casa, Ran. Ti abbiamo aspettato.