Sembra confermato che Alireza Jeyrani Hokmabad diplomatico iraniano all'Onu abbia chiesto asilo politico in Svizzera insieme alla sua famiglia.
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Federica Iaria per Free4future Parliamo spesso di “piazze”, come se fossero un termometro morale.
E allora guardiamole davvero, queste piazze. Perché quando si tratta dell’Iran, della sua rivoluzione soffocata nel sangue dei giovani uccisi, delle donne che rischiano la vita per togliersi un velo, delle minoranze massacrate… le piazze italiane si riempiono a metà. O restano quasi vuote.
Poi arriva Gaza, e improvvisamente tutti hanno un cartello, una bandiera una posizione. Le piazze esplodono, con grida di distruzione (From the river to the sea).Perché?
Io questa differenza l’ho vista sulla mia pelle, qui a Verona.
Il 6 gennaio abbiamo organizzato un flash mob per l’Iran: un gesto semplice, pulito, simbolico. I media locali ne hanno parlato, sì, ma la piazza… era quella che era. Non abbastanza persone, tutte motivate, tutte consapevoli, ma poche.
Il 17 gennaio, in piazza Cittadella, di nuovo: una manifestazione per ricordare l’Iran, per non lasciare cadere nel silenzio chi continua a morire. E anche lì, la stessa storia. Impegno, dignità, ma numeri ridotti soprattutto di Italiani, c’era la comunità iraniana, lasciata sola dalla solidarietà che in questi due anni sembrava aver impregnato ogni persona.
E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché l’Iran non mobilita? Perché non incendia le coscienze come Gaza?
La risposta è scomoda, ma necessaria: perché l’attivismo non è sempre morale. A volte è identitario o frutto di mai sopiti pregiudizi. A volte è moda. A volte è geopolitica travestita da empatia.
L’Iran non offre un nemico semplice come Israele. Non permette slogan facili. Non si presta alla narrativa binaria del “buono contro cattivo” che tanto piace ai social.
E soprattutto: l’Iran non permette di usare la causa come specchio per la propria identità politica. Non ti fa sentire parte di una tribù. Non ti dà la soddisfazione di “schierarti” contro l’Occidente, contro Israele, contro gli Stati Uniti.
L’Iran chiede una cosa molto più difficile: guardare in faccia un regime teocratico che opprime il suo stesso popolo.
E questo, evidentemente, non scalda i cuori quanto puntare il dito contro un nemico esterno.
C’è poi un altro elemento, ancora più scomodo: quando la causa riguarda un popolo percepito come “vicino” o “simile”, l’indignazione scatta più facilmente. Quando riguarda un popolo che non rientra nelle categorie emotive dell’Occidente, la mobilitazione si affievolisce.
È brutto da dire, ma è così.
E allora sì, parliamone: attivismo selettivo.
La difesa dei diritti umani a geometria variabile.
La solidarietà che funziona solo quando coincide con la propria narrativa politica.
Io non smetterò di scendere in piazza per l’Iran, anche se siamo in pochi. Perché la verità non si misura in numeri. E perché il silenzio, quello sì, è complicità.
E alla fine, resta una domanda che brucia, e che voglio lasciare aperta:
È davvero solo geopolitica?
O è qualcosa di più profondo? Come No Jews, no news?
Cosa accadrebbe alle piazze se Israele intervenisse a supporto della ribellione contro il regime degli ayatollah, i Pasdaran, la polizia morale di Khamenei?
Pensiamoci.
E allora guardiamole davvero, queste piazze. Perché quando si tratta dell’Iran, della sua rivoluzione soffocata nel sangue dei giovani uccisi, delle donne che rischiano la vita per togliersi un velo, delle minoranze massacrate… le piazze italiane si riempiono a metà. O restano quasi vuote.
Poi arriva Gaza, e improvvisamente tutti hanno un cartello, una bandiera una posizione. Le piazze esplodono, con grida di distruzione (From the river to the sea).Perché?
Io questa differenza l’ho vista sulla mia pelle, qui a Verona.
Il 6 gennaio abbiamo organizzato un flash mob per l’Iran: un gesto semplice, pulito, simbolico. I media locali ne hanno parlato, sì, ma la piazza… era quella che era. Non abbastanza persone, tutte motivate, tutte consapevoli, ma poche.
Il 17 gennaio, in piazza Cittadella, di nuovo: una manifestazione per ricordare l’Iran, per non lasciare cadere nel silenzio chi continua a morire. E anche lì, la stessa storia. Impegno, dignità, ma numeri ridotti soprattutto di Italiani, c’era la comunità iraniana, lasciata sola dalla solidarietà che in questi due anni sembrava aver impregnato ogni persona.
E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché l’Iran non mobilita? Perché non incendia le coscienze come Gaza?
La risposta è scomoda, ma necessaria: perché l’attivismo non è sempre morale. A volte è identitario o frutto di mai sopiti pregiudizi. A volte è moda. A volte è geopolitica travestita da empatia.
L’Iran non offre un nemico semplice come Israele. Non permette slogan facili. Non si presta alla narrativa binaria del “buono contro cattivo” che tanto piace ai social.
E soprattutto: l’Iran non permette di usare la causa come specchio per la propria identità politica. Non ti fa sentire parte di una tribù. Non ti dà la soddisfazione di “schierarti” contro l’Occidente, contro Israele, contro gli Stati Uniti.
L’Iran chiede una cosa molto più difficile: guardare in faccia un regime teocratico che opprime il suo stesso popolo.
E questo, evidentemente, non scalda i cuori quanto puntare il dito contro un nemico esterno.
C’è poi un altro elemento, ancora più scomodo: quando la causa riguarda un popolo percepito come “vicino” o “simile”, l’indignazione scatta più facilmente. Quando riguarda un popolo che non rientra nelle categorie emotive dell’Occidente, la mobilitazione si affievolisce.
È brutto da dire, ma è così.
E allora sì, parliamone: attivismo selettivo.
La difesa dei diritti umani a geometria variabile.
La solidarietà che funziona solo quando coincide con la propria narrativa politica.
Io non smetterò di scendere in piazza per l’Iran, anche se siamo in pochi. Perché la verità non si misura in numeri. E perché il silenzio, quello sì, è complicità.
E alla fine, resta una domanda che brucia, e che voglio lasciare aperta:
È davvero solo geopolitica?
O è qualcosa di più profondo? Come No Jews, no news?
Cosa accadrebbe alle piazze se Israele intervenisse a supporto della ribellione contro il regime degli ayatollah, i Pasdaran, la polizia morale di Khamenei?
Pensiamoci.
LA SCONFITTA DEI CURDI IN SIRIA NEL SILENZIO GENERALE.
Dopo anni di resistenza, le SDF – le forze curde che hanno sconfitto l’ISIS a Raqqa – hanno dovuto firmare un accordo con il governo siriano.
Non per scelta. Ma perché lasciate sole.
Raqqa e Deir ez-Zor, le province sotto controllo curdo, sono state cedute.
Le prigioni che ospitavano migliaia di jihadisti sono passate al governo di Damasco.
Alcune sono già state aperte. Video mostrano jihadisti rilasciati.
Le SDF si ritirano a est dell’Eufrate, in un’area più piccola. Ma non avranno più autonomia militare.
I loro combattenti – gli stessi che hanno fermato l’ISIS – ora saranno assorbiti come individui nell’esercito siriano.
Le tribù arabe locali le hanno abbandonate.
Gli USA, loro storici alleati, hanno lasciato fare.
Mazloum Abdi, comandante curdo:
«Ci ritiriamo per evitare una guerra civile. Ma questa guerra non l’abbiamo voluta noi.»
La verità è semplice: i curdi sono stati traditi.
Dopo aver combattuto il terrorismo per conto del mondo intero, oggi vengono messi da parte.
E nessuno ne parla.
Dopo anni di resistenza, le SDF – le forze curde che hanno sconfitto l’ISIS a Raqqa – hanno dovuto firmare un accordo con il governo siriano.
Non per scelta. Ma perché lasciate sole.
Raqqa e Deir ez-Zor, le province sotto controllo curdo, sono state cedute.
Le prigioni che ospitavano migliaia di jihadisti sono passate al governo di Damasco.
Alcune sono già state aperte. Video mostrano jihadisti rilasciati.
Le SDF si ritirano a est dell’Eufrate, in un’area più piccola. Ma non avranno più autonomia militare.
I loro combattenti – gli stessi che hanno fermato l’ISIS – ora saranno assorbiti come individui nell’esercito siriano.
Le tribù arabe locali le hanno abbandonate.
Gli USA, loro storici alleati, hanno lasciato fare.
Mazloum Abdi, comandante curdo:
«Ci ritiriamo per evitare una guerra civile. Ma questa guerra non l’abbiamo voluta noi.»
La verità è semplice: i curdi sono stati traditi.
Dopo aver combattuto il terrorismo per conto del mondo intero, oggi vengono messi da parte.
E nessuno ne parla.
QUANDO I NAZISTI COMINCIARONO A SCAPPARE
Nel novembre del 1945, con l’apertura del Processo di Norimberga, le potenze vincitrici sancirono un principio destinato a segnare il diritto internazionale: i crimini del regime nazista furono considerati appieno come responsabilità individuali e perseguibili davanti a un tribunale. Fu un passaggio decisivo. Per la prima volta, lo sterminio e la violenza sistematica vennero portati all’interno della sfera giuridica.
Tuttavia, Norimberga non esaurì del tutto la questione della giustizia. I processi furono a carico solo una parte circoscritta dell’apparato nazista, vale a dire i vertici politici e militari, ormai sconfitti, più alcune figure simboliche su cui concentrare la condanna. Restarono esclusi migliaia di funzionari, quadri intermedi, tecnici, amministratori, uomini dei servizi, scienziati, specialisti della repressione e della logistica dello sterminio.
Questa selezione rappresentò una scelta politica. Nel secondo dopoguerra, la priorità delle potenze vincitrici non fu tanto l’inseguimento capillare dei responsabili, quanto piuttosto la stabilizzazione dell’Europa e la rapida riorganizzazione degli equilibri globali. In questo contesto, la giustizia divenne più un monito che una vera macchina processuale: molti furono portati alla sbarra mentre altri furono o riutilizzati o lasciati scomparire.
Molti ex nazisti riuscirono, infatti, a sottrarsi alla giustizia fuggendo dall’Europa. Il Sud America — in particolare l’Argentina — divenne uno dei principali luoghi di approdo, mentre gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica accolsero scienziati, tecnici e specialisti, sfruttandone le competenze. E anche il Medio Oriente, di cui non si parla quasi mai, offrì rifugio a ex gerarchi, utilizzati in chiave militare e, soprattutto, anti-israeliana.
Una fuga per certi aspetti ben organizzata. Ne è un esempio la ratline, un percorso che, attraverso l’Europa funestata dal disordine amministrativo, dalla massa dei profughi in movimento e dalla debolezza dei controlli, consentì a questi criminali di sottrarsi alle proprie responsabilità e ai propri crimini. Il tutto grazie a ex camerati, apparati locali, settori ecclesiastici, organismi umanitari e, in alcuni casi, servizi segreti interessati a recuperare competenze in funzione anticomunista.
La giustizia del secondo dopoguerra, quindi, se da un parte istituì una nuova forma di giustizia internazionale, dall’altro adempì solo la metà dei nobili propositi che si era prefissata. Mentre alcuni criminali di guerra nazisti vennero giudicati in nome di un principio universale, altri vennero lasciati andare in nome di priorità ritenute superiori: la ricostruzione, la sicurezza, in vista della polarizzazione globale ormai in atto. Ciò non cancella di certo il valore del processo di Norimberga, ma ne ridimensiona in parte l’impatto.
Nel novembre del 1945, con l’apertura del Processo di Norimberga, le potenze vincitrici sancirono un principio destinato a segnare il diritto internazionale: i crimini del regime nazista furono considerati appieno come responsabilità individuali e perseguibili davanti a un tribunale. Fu un passaggio decisivo. Per la prima volta, lo sterminio e la violenza sistematica vennero portati all’interno della sfera giuridica.
Tuttavia, Norimberga non esaurì del tutto la questione della giustizia. I processi furono a carico solo una parte circoscritta dell’apparato nazista, vale a dire i vertici politici e militari, ormai sconfitti, più alcune figure simboliche su cui concentrare la condanna. Restarono esclusi migliaia di funzionari, quadri intermedi, tecnici, amministratori, uomini dei servizi, scienziati, specialisti della repressione e della logistica dello sterminio.
Questa selezione rappresentò una scelta politica. Nel secondo dopoguerra, la priorità delle potenze vincitrici non fu tanto l’inseguimento capillare dei responsabili, quanto piuttosto la stabilizzazione dell’Europa e la rapida riorganizzazione degli equilibri globali. In questo contesto, la giustizia divenne più un monito che una vera macchina processuale: molti furono portati alla sbarra mentre altri furono o riutilizzati o lasciati scomparire.
Molti ex nazisti riuscirono, infatti, a sottrarsi alla giustizia fuggendo dall’Europa. Il Sud America — in particolare l’Argentina — divenne uno dei principali luoghi di approdo, mentre gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica accolsero scienziati, tecnici e specialisti, sfruttandone le competenze. E anche il Medio Oriente, di cui non si parla quasi mai, offrì rifugio a ex gerarchi, utilizzati in chiave militare e, soprattutto, anti-israeliana.
Una fuga per certi aspetti ben organizzata. Ne è un esempio la ratline, un percorso che, attraverso l’Europa funestata dal disordine amministrativo, dalla massa dei profughi in movimento e dalla debolezza dei controlli, consentì a questi criminali di sottrarsi alle proprie responsabilità e ai propri crimini. Il tutto grazie a ex camerati, apparati locali, settori ecclesiastici, organismi umanitari e, in alcuni casi, servizi segreti interessati a recuperare competenze in funzione anticomunista.
La giustizia del secondo dopoguerra, quindi, se da un parte istituì una nuova forma di giustizia internazionale, dall’altro adempì solo la metà dei nobili propositi che si era prefissata. Mentre alcuni criminali di guerra nazisti vennero giudicati in nome di un principio universale, altri vennero lasciati andare in nome di priorità ritenute superiori: la ricostruzione, la sicurezza, in vista della polarizzazione globale ormai in atto. Ciò non cancella di certo il valore del processo di Norimberga, ma ne ridimensiona in parte l’impatto.
Indovinate a chi chiedono aiuto i Curdi? A Israele, e chi altri?
COMANDANTE CURDO: ABBIAMO BISOGNO DI PARTNER AFFIDABILI
Il comandante curdo Sipan Hamo ha dichiarato a Reuters che i curdi siriani stanno affrontando crescenti minacce e sono attivamente alla ricerca di alleati affidabili.
Hamo ha affermato che Israele è un potente attore regionale con i propri interessi, ma ha espresso la speranza che Israele estenda ai curdi lo stesso approccio adottato nei confronti di altre minoranze vulnerabili in Siria.
Ha indicato gli attacchi israeliani della scorsa estate contro le forze siriane che avanzavano verso le aree druse come esempio di azione decisa a protezione di una comunità minacciata.
Un messaggio chiaro dal territorio:
I curdi cercano partner che agiscano, non si limitino a parlare.
COMANDANTE CURDO: ABBIAMO BISOGNO DI PARTNER AFFIDABILI
Il comandante curdo Sipan Hamo ha dichiarato a Reuters che i curdi siriani stanno affrontando crescenti minacce e sono attivamente alla ricerca di alleati affidabili.
Hamo ha affermato che Israele è un potente attore regionale con i propri interessi, ma ha espresso la speranza che Israele estenda ai curdi lo stesso approccio adottato nei confronti di altre minoranze vulnerabili in Siria.
Ha indicato gli attacchi israeliani della scorsa estate contro le forze siriane che avanzavano verso le aree druse come esempio di azione decisa a protezione di una comunità minacciata.
Un messaggio chiaro dal territorio:
I curdi cercano partner che agiscano, non si limitino a parlare.
Mentre l’attenzione dell’Occidente è altrove, nel nord-est della Siria si sta consumando una delle crisi più gravi degli ultimi anni. Le forze curde delle SDF – quelle che hanno sconfitto l’ISIS per conto del mondo – stanno perdendo controllo su carceri, campi e territori chiave. E insieme a questo, si apre la porta al ritorno del terrorismo jihadista.
Oggi il campo di Al-Hol, che ospita oltre 40.000 familiari dell’ISIS, è in piena rivolta. Video e fonti locali parlano di caos, tentativi di fuga, prigionieri che cercano di uscire in massa. Non è la prima volta che succede, ma mai così grave. Le SDF avevano avvertito: se il mondo lascia sole le autorità curde, la sicurezza crollerà. E sta succedendo.
Nel frattempo, a nord di Raqqa, il carcere di al-Aqtan – che ospita 5.000 detenuti ISIS – è stato attaccato da milizie legate al governo siriano. I curdi parlano di assedio, di droni, di armi pesanti. E i video mostrano uomini che posano per foto dopo essere stati liberati. Lo ripetiamo: comandanti e foreign fighters dell’ISIS che tornano in libertà. Perché? Perché chi doveva proteggere questa fragile architettura si è voltato dall’altra parte.
Sul fronte turco, ad Ain Issa, le SDF resistono a nuovi attacchi di milizie sostenute da Ankara. L’obiettivo è chiaro: isolare Kobane, tagliare le comunicazioni, smantellare ogni residuo di autonomia curda.
Tutto questo accade oggi. E la stampa tace.
Non c’è breaking news. Non ci sono editoriali indignati. I curdi, ancora una volta, combattono da soli.
Eppure è una storia che ci riguarda tutti. Se l’ISIS torna, non resterà nel deserto. Se i prigionieri fuggono, non si limiteranno alla Siria. Lasciare soli i curdi significa consegnare terreno all’estremismo. Di nuovo.
Sappiamo cosa succede quando ci si gira dall’altra parte. L’abbiamo già visto.
Adesso è il momento di guardare. E di scegliere da che parte stare.
Oggi il campo di Al-Hol, che ospita oltre 40.000 familiari dell’ISIS, è in piena rivolta. Video e fonti locali parlano di caos, tentativi di fuga, prigionieri che cercano di uscire in massa. Non è la prima volta che succede, ma mai così grave. Le SDF avevano avvertito: se il mondo lascia sole le autorità curde, la sicurezza crollerà. E sta succedendo.
Nel frattempo, a nord di Raqqa, il carcere di al-Aqtan – che ospita 5.000 detenuti ISIS – è stato attaccato da milizie legate al governo siriano. I curdi parlano di assedio, di droni, di armi pesanti. E i video mostrano uomini che posano per foto dopo essere stati liberati. Lo ripetiamo: comandanti e foreign fighters dell’ISIS che tornano in libertà. Perché? Perché chi doveva proteggere questa fragile architettura si è voltato dall’altra parte.
Sul fronte turco, ad Ain Issa, le SDF resistono a nuovi attacchi di milizie sostenute da Ankara. L’obiettivo è chiaro: isolare Kobane, tagliare le comunicazioni, smantellare ogni residuo di autonomia curda.
Tutto questo accade oggi. E la stampa tace.
Non c’è breaking news. Non ci sono editoriali indignati. I curdi, ancora una volta, combattono da soli.
Eppure è una storia che ci riguarda tutti. Se l’ISIS torna, non resterà nel deserto. Se i prigionieri fuggono, non si limiteranno alla Siria. Lasciare soli i curdi significa consegnare terreno all’estremismo. Di nuovo.
Sappiamo cosa succede quando ci si gira dall’altra parte. L’abbiamo già visto.
Adesso è il momento di guardare. E di scegliere da che parte stare.
I curdi hanno perso il controllo di Raqqa e Deir ez-Zor.
Erano loro a gestire le prigioni dove erano rinchiusi migliaia di terroristi jihadisti.
Ora che quelle strutture sono cadute, stanno tornando in libertà.
E i prossimi obiettivi non saranno in Siria.
Erano loro a gestire le prigioni dove erano rinchiusi migliaia di terroristi jihadisti.
Ora che quelle strutture sono cadute, stanno tornando in libertà.
E i prossimi obiettivi non saranno in Siria.
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Le forze dell'ISIS provenienti da Damasco stanno liberando i membri dell'ISIS dalle prigioni.
Forwarded from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
⭕️Situazione attuale nel nord-est della Siria:
Le SDF (forze curde) sono state ridotte a due piccoli sacchetti nel nord del Paese. Il primo si trova attorno ad Ayn al-Arab (Kobane) e Sarrin;
il secondo attorno ad al-Hasakah (inclusa Tell Tamer) e Qamishli.
In modo crudelmente ironico, la mappa ricorda molto da vicino i territori controllati dai curdi nel 2014, prima della loro ampia e molto riuscita campagna contro l’ISIS, che all’epoca controllava la maggior parte del nord-est della Siria.
Le SDF (forze curde) sono state ridotte a due piccoli sacchetti nel nord del Paese. Il primo si trova attorno ad Ayn al-Arab (Kobane) e Sarrin;
il secondo attorno ad al-Hasakah (inclusa Tell Tamer) e Qamishli.
In modo crudelmente ironico, la mappa ricorda molto da vicino i territori controllati dai curdi nel 2014, prima della loro ampia e molto riuscita campagna contro l’ISIS, che all’epoca controllava la maggior parte del nord-est della Siria.
Forwarded from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
ilGiornale.it
Il video choc dai tunnel di Hamas. Raed Dawoud è in carcere in Italia con Hannoun
Secondo la procura è membro del comparto estero di Hamas a partire dal 2010 circa, referente con Hannoun della cellula italiana. Oggi la decisione del Riesame dopo gli arresti di dicembre
Zvi Malkin, l’uomo che catturò Eichmann
L’11 maggio 1960 Peter Zvi Malkin aspetta lungo una strada periferica di Buenos Aires. È in attesa di un uomo che deve tornare a casa dal lavoro, come ogni sera. L’uomo si fa chiamare Ricardo Klement, vive con la famiglia, prende l’autobus ogni giorno per andare al lavoro e rientra sempre alla stessa ora. Da anni.
Nessuno lo disturba. Nessuno lo cerca. Eppure quell’uomo è Adolf Eichmann, uno degli organizzatori della deportazione e dello sterminio degli ebrei d’Europa.
Malkin non è lì per caso. È nato nel 1927 a Żółkiewka, un piccolo shtetl della Polonia orientale, in una famiglia ebraica povera ma molto unita, con le case dei parenti che si affacciano le une sulle altre e la vita quotidiana condivisa. Accanto all’abitazione dei genitori vive la sorella maggiore Fruma: bionda, con gli occhi azzurri, poco più che ventenne all’inizio degli anni Trenta, già sposata e madre di tre figli. Per Peter non è solo una sorella. È una presenza costante, una seconda madre, la figura adulta che lo accudisce più spesso durante l’infanzia.
Negli anni Trenta, quando l’antisemitismo in Polonia cresce e diventa sempre più violento, i genitori di Peter riescono a ottenere alcuni certificati di immigrazione per la Palestina sotto il Mandato britannico. Sono pochi, contingentati. Non bastano per tutti. Peter parte parte per primo, lascia indietro sua sorella Fruma con i tre figli di lei e circa 150 parenti. I visti per loro non arrivano in tempo.
Durante la Shoah, Fruma, i suoi bambini e quasi tutta la comunità ebraica locale vengono deportati nei campi di sterminio. Insieme a loro vengono assassinati anche molti altri parenti stretti della famiglia Malkin. Un’intera rete familiare cancellata.
Per anni, in casa Malkin, di questa fine si parla poco. Come accade spesso, il silenzio serve a tenere insieme ciò che è sopravvissuto. Solo poco prima della missione del 1960, la madre di Peter gli racconta per la prima volta i dettagli. Gli dice come Fruma e i bambini sono stati uccisi. Peter ascolta. Poi risponde con una frase priva di enfasi: «Fruma sarà vendicata».
Adolf Eichmann viveva indisturbato in Argentina. Protetto da documenti falsi, silenzi e reti di fuga, conduceva un’esistenza normale. È questa normalità a rendere più evidente l’incompletezza della giustizia del dopoguerra. Quando Malkin gli si avvicina quella sera, gli si rivolge con le poche parole di spagnolo che conosce. Poi lo immobilizza, lo carica in macchina con gli altri agenti e lo porta via, verso Gerusalemme dove l’ex gerarca viene finalmente processato e condannato per i suoi crimini.
L’11 maggio 1960 Peter Zvi Malkin aspetta lungo una strada periferica di Buenos Aires. È in attesa di un uomo che deve tornare a casa dal lavoro, come ogni sera. L’uomo si fa chiamare Ricardo Klement, vive con la famiglia, prende l’autobus ogni giorno per andare al lavoro e rientra sempre alla stessa ora. Da anni.
Nessuno lo disturba. Nessuno lo cerca. Eppure quell’uomo è Adolf Eichmann, uno degli organizzatori della deportazione e dello sterminio degli ebrei d’Europa.
Malkin non è lì per caso. È nato nel 1927 a Żółkiewka, un piccolo shtetl della Polonia orientale, in una famiglia ebraica povera ma molto unita, con le case dei parenti che si affacciano le une sulle altre e la vita quotidiana condivisa. Accanto all’abitazione dei genitori vive la sorella maggiore Fruma: bionda, con gli occhi azzurri, poco più che ventenne all’inizio degli anni Trenta, già sposata e madre di tre figli. Per Peter non è solo una sorella. È una presenza costante, una seconda madre, la figura adulta che lo accudisce più spesso durante l’infanzia.
Negli anni Trenta, quando l’antisemitismo in Polonia cresce e diventa sempre più violento, i genitori di Peter riescono a ottenere alcuni certificati di immigrazione per la Palestina sotto il Mandato britannico. Sono pochi, contingentati. Non bastano per tutti. Peter parte parte per primo, lascia indietro sua sorella Fruma con i tre figli di lei e circa 150 parenti. I visti per loro non arrivano in tempo.
Durante la Shoah, Fruma, i suoi bambini e quasi tutta la comunità ebraica locale vengono deportati nei campi di sterminio. Insieme a loro vengono assassinati anche molti altri parenti stretti della famiglia Malkin. Un’intera rete familiare cancellata.
Per anni, in casa Malkin, di questa fine si parla poco. Come accade spesso, il silenzio serve a tenere insieme ciò che è sopravvissuto. Solo poco prima della missione del 1960, la madre di Peter gli racconta per la prima volta i dettagli. Gli dice come Fruma e i bambini sono stati uccisi. Peter ascolta. Poi risponde con una frase priva di enfasi: «Fruma sarà vendicata».
Adolf Eichmann viveva indisturbato in Argentina. Protetto da documenti falsi, silenzi e reti di fuga, conduceva un’esistenza normale. È questa normalità a rendere più evidente l’incompletezza della giustizia del dopoguerra. Quando Malkin gli si avvicina quella sera, gli si rivolge con le poche parole di spagnolo che conosce. Poi lo immobilizza, lo carica in macchina con gli altri agenti e lo porta via, verso Gerusalemme dove l’ex gerarca viene finalmente processato e condannato per i suoi crimini.
Le battaglie tra i curdi e il regime in Siria continuano
Le forze curde hanno sventato un attacco da parte di fazioni affiliate al regime di al-Sharaa nell'area di Kobani, nel nord del Paese. Si sono verificati pesanti scambi di fuoco tra le parti. Secondo fonti siriane, lo scontro è scoppiato sullo sfondo dell'avanzata delle fazioni verso i siti delle forze curde nel villaggio di al-Jalabiya, nella provincia.
L'Osservatorio siriano per i diritti umani ha avvertito delle conseguenze della continua escalation sulla situazione nell'area di Kobani. L'attacco è stato anche diretto contro diverse città curde della provincia, che ha causato paura tra i residenti e li ha portati a fuggire dalle loro case. I residenti dell'area si sono trasferiti dai villaggi e dalle città verso la città di Kobani.
Nel frattempo, il Ministero degli Interni del regime di al-Sharaa ha annunciato che il suo personale è entrato nella città di al-Shaddadi, nella provincia nord-orientale di al-Hasakah. Ciò è avvenuto sullo sfondo della fuga dei prigionieri dell'ISIS dalla prigione della città che era sotto il controllo curdo. Secondo il ministero, 120 prigionieri dell'ISIS sono fuggiti dalla prigione di al-Shaddadi, e le sue forze hanno agito per arrestarli. Secondo il ministero, 81 prigionieri dell'ISIS fuggiti sono stati riarrestati.
Le forze del regime di al-Sharaa continuano a prendere il controllo di punti nella Siria orientale. Nelle ultime 24 ore, le fazioni hanno preso il controllo della diga di Tishrin e delle zone rurali delle province di al-Raqqa e al-Hasakah. Le forze sono state anche schierate nell'area orientale di al-Jazira. In precedenza, è stato pubblicato un accordo secondo cui i curdi dovrebbero evacuare le province di Deir ez-Zor e al-Raqqa.
In questo contesto, l'agenzia di stampa tedesca ha riferito che il comandante delle forze SDF (Forze Democratiche Siriane - per lo più curde), Mazloum Abdi, si è ritirato dall'accordo di cessate il fuoco. Secondo il rapporto, il generale Abdi ha rifiutato le posizioni offerte a lui, incluso quello di Vice Ministro della Difesa e il diritto di nominare un governatore per la provincia di al-Hasakah.
A seguito di ciò, le SDF hanno dichiarato una "mobilitazione generale" dei curdi e li hanno chiamati a unirsi ai "ranghi della resistenza". Il portavoce delle SDF ha descritto questo come un "giorno di responsabilità storica". L'alto funzionario curdo Fauza Yusuf ha accusato che "Damasco vuole che i curdi rinuncino a tutto. Questa è una resa inaccettabile".
(Da Amir Tsarfati)
Le forze curde hanno sventato un attacco da parte di fazioni affiliate al regime di al-Sharaa nell'area di Kobani, nel nord del Paese. Si sono verificati pesanti scambi di fuoco tra le parti. Secondo fonti siriane, lo scontro è scoppiato sullo sfondo dell'avanzata delle fazioni verso i siti delle forze curde nel villaggio di al-Jalabiya, nella provincia.
L'Osservatorio siriano per i diritti umani ha avvertito delle conseguenze della continua escalation sulla situazione nell'area di Kobani. L'attacco è stato anche diretto contro diverse città curde della provincia, che ha causato paura tra i residenti e li ha portati a fuggire dalle loro case. I residenti dell'area si sono trasferiti dai villaggi e dalle città verso la città di Kobani.
Nel frattempo, il Ministero degli Interni del regime di al-Sharaa ha annunciato che il suo personale è entrato nella città di al-Shaddadi, nella provincia nord-orientale di al-Hasakah. Ciò è avvenuto sullo sfondo della fuga dei prigionieri dell'ISIS dalla prigione della città che era sotto il controllo curdo. Secondo il ministero, 120 prigionieri dell'ISIS sono fuggiti dalla prigione di al-Shaddadi, e le sue forze hanno agito per arrestarli. Secondo il ministero, 81 prigionieri dell'ISIS fuggiti sono stati riarrestati.
Le forze del regime di al-Sharaa continuano a prendere il controllo di punti nella Siria orientale. Nelle ultime 24 ore, le fazioni hanno preso il controllo della diga di Tishrin e delle zone rurali delle province di al-Raqqa e al-Hasakah. Le forze sono state anche schierate nell'area orientale di al-Jazira. In precedenza, è stato pubblicato un accordo secondo cui i curdi dovrebbero evacuare le province di Deir ez-Zor e al-Raqqa.
In questo contesto, l'agenzia di stampa tedesca ha riferito che il comandante delle forze SDF (Forze Democratiche Siriane - per lo più curde), Mazloum Abdi, si è ritirato dall'accordo di cessate il fuoco. Secondo il rapporto, il generale Abdi ha rifiutato le posizioni offerte a lui, incluso quello di Vice Ministro della Difesa e il diritto di nominare un governatore per la provincia di al-Hasakah.
A seguito di ciò, le SDF hanno dichiarato una "mobilitazione generale" dei curdi e li hanno chiamati a unirsi ai "ranghi della resistenza". Il portavoce delle SDF ha descritto questo come un "giorno di responsabilità storica". L'alto funzionario curdo Fauza Yusuf ha accusato che "Damasco vuole che i curdi rinuncino a tutto. Questa è una resa inaccettabile".
(Da Amir Tsarfati)
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Federica Iaria su Free4Future.
A proposito di Verona e del 27 gennaio.
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Gli jihadisti non perdono tempo.
Da fonte primaria curda: un giorno dopo la presa di Raqqa HTS distribuisce 'abbigliamento modesto' (niqab/veli neri) alle donne.
Il claim è coerente con recenti iniziative di da'wa (predicazione) di HTS: distribuzione gratuita di vestiti islamici a Raqqa, Tabqa, Hama, Aleppo. HTS (ex-Nusra, ora al potere con Julani) ha una storia documentata di costrizione del "dress code" per donne (niqab obbligatorio in zone controllate) – vedi MEMRI, Wikipedia, report ONU. Torna l'oppressione islamo-jihadista.
Non diciamo "benvenuti nella nuova Siria" perché abbiamo la netta percezione che siano già qui.
Da fonte primaria curda: un giorno dopo la presa di Raqqa HTS distribuisce 'abbigliamento modesto' (niqab/veli neri) alle donne.
Il claim è coerente con recenti iniziative di da'wa (predicazione) di HTS: distribuzione gratuita di vestiti islamici a Raqqa, Tabqa, Hama, Aleppo. HTS (ex-Nusra, ora al potere con Julani) ha una storia documentata di costrizione del "dress code" per donne (niqab obbligatorio in zone controllate) – vedi MEMRI, Wikipedia, report ONU. Torna l'oppressione islamo-jihadista.
Non diciamo "benvenuti nella nuova Siria" perché abbiamo la netta percezione che siano già qui.
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Aspettiamo conferme ma sembra proprio che ieri a Teheran il popolo iraniano abbia dato fuoco alla sede della banca dei Guardiani della Rivoluzione , che finanzia stipendi e armi delle milizie dei mollah.
Non è isolato: nelle ultime settimane incendi a banche IRGC-linked a Teheran, Shiraz , Karaj e altre città.
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Forwarded from Israele Senza Filtri 🇮🇹🔺🇮🇱
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Nazisti in fuga: le due vie delle Americhe
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre i tribunali internazionali affermavano il principio della responsabilità individuale di fronte ai crimini di guerra, migliaia di ex funzionari, militari e tecnici del regime nazista si muovevano in una zona grigia fatta di documenti provvisori, controlli deboli e nuove priorità geopolitiche. Fu in questo contesto che presero forma due grandi direttrici di fuga dall’Europa: il Sud America e il Nord America. Due percorsi diversi, mossi dalla stessa logica.
Il Sud America: fuggire e scomparire
A partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, diversi Paesi sudamericani — in particolare Argentina, Paraguay e Brasile — divennero destinazioni privilegiate per ex nazisti in fuga. Le indagini storiche mostrano l’esistenza di reti di passaggio, spesso indicate con il termine ratline, che consentirono a uomini ricercati o potenzialmente perseguibili di lasciare l’Europa utilizzando documenti falsi o rilasciati in modo approssimativo.
Uno dei nodi principali di queste rotte fu l’Italia e, in particolare, l’area dell’Alto Adige. Qui convergevano ex militari tedeschi, collaborazionisti e civili in fuga, confusi tra i milioni di profughi del continente sconvolto dalla guerra. Come documentò Gerald Steinacher, la combinazione di caos amministrativo, mancanza di coordinamento internazionale e uso disinvolto di documenti della Croce Rossa Internazionale rese possibile il rilascio di identità nuove e la partenza verso porti sudamericani.
I governi locali, in particolare quello argentino di Juan Domingo Perón, non considerarono prioritaria la persecuzione dei criminali nazisti e, in alcuni casi, videro in questi uomini una risorsa tecnica, militare o ideologica. Fu in questo contesto che figure come Adolf Eichmann riuscirono a costruirsi una vita nuova di zecca, protetti da una somma di silenzi, inerzie e complicità.
Il Nord America: fuggire per essere riutilizzati
Se il Sud America rappresentò la via della sparizione, il Nord America incarnò una logica diversa. Negli Stati Uniti, a partire dal 1945 prese forma una strategia esplicita di recupero e integrazione di scienziati e tecnici tedeschi, molti dei quali avevano lavorato per il regime nazista.
Il caso più emblematico fu quello di Wernher von Braun, reclutato dal governo americano e a cui si deve lo sviluppo del programma dei missili V2. Invece di essere perseguiti penalmente, numerosi scienziati vennero quindi selezionati, trasferiti e inseriti nei programmi militari e spaziali. Le loro responsabilità politiche e morali vennero considerate secondarie rispetto alla loro utilità strategica nel nuovo scenario della Guerra fredda.
In questo contesto, la distinzione non fu più tra innocenti e colpevoli, ma tra perseguibili e utili. L’urgenza di contrastare l’Unione Sovietica ridefinì le priorità: ciò che fino a pochi mesi prima costituiva un legame compromettente con il regime nazista divenne, improvvisamente, un dettaglio negoziabile.
Due vie, una stessa logica
Sud e Nord America rappresentarono dunque due esiti differenti di una stessa dinamica. Da un lato, la fuga clandestina e la protezione informale; dall’altro, il reclutamento ufficiale e l’integrazione istituzionale. In entrambi i casi, la giustizia fu soppiantata dall’arrivismo.
Accanto ai tribunali, operarono scelte politiche che stabilirono chi dovesse essere giudicato e chi potesse essere lasciato andare, o addirittura recuperato. Fu questo scarto — tra giustizia proclamata e ragion di stato — a rendere possibile tanto la latitanza di criminali come Eichmann quanto la carriera americana di scienziati come Von Braun.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre i tribunali internazionali affermavano il principio della responsabilità individuale di fronte ai crimini di guerra, migliaia di ex funzionari, militari e tecnici del regime nazista si muovevano in una zona grigia fatta di documenti provvisori, controlli deboli e nuove priorità geopolitiche. Fu in questo contesto che presero forma due grandi direttrici di fuga dall’Europa: il Sud America e il Nord America. Due percorsi diversi, mossi dalla stessa logica.
Il Sud America: fuggire e scomparire
A partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, diversi Paesi sudamericani — in particolare Argentina, Paraguay e Brasile — divennero destinazioni privilegiate per ex nazisti in fuga. Le indagini storiche mostrano l’esistenza di reti di passaggio, spesso indicate con il termine ratline, che consentirono a uomini ricercati o potenzialmente perseguibili di lasciare l’Europa utilizzando documenti falsi o rilasciati in modo approssimativo.
Uno dei nodi principali di queste rotte fu l’Italia e, in particolare, l’area dell’Alto Adige. Qui convergevano ex militari tedeschi, collaborazionisti e civili in fuga, confusi tra i milioni di profughi del continente sconvolto dalla guerra. Come documentò Gerald Steinacher, la combinazione di caos amministrativo, mancanza di coordinamento internazionale e uso disinvolto di documenti della Croce Rossa Internazionale rese possibile il rilascio di identità nuove e la partenza verso porti sudamericani.
I governi locali, in particolare quello argentino di Juan Domingo Perón, non considerarono prioritaria la persecuzione dei criminali nazisti e, in alcuni casi, videro in questi uomini una risorsa tecnica, militare o ideologica. Fu in questo contesto che figure come Adolf Eichmann riuscirono a costruirsi una vita nuova di zecca, protetti da una somma di silenzi, inerzie e complicità.
Il Nord America: fuggire per essere riutilizzati
Se il Sud America rappresentò la via della sparizione, il Nord America incarnò una logica diversa. Negli Stati Uniti, a partire dal 1945 prese forma una strategia esplicita di recupero e integrazione di scienziati e tecnici tedeschi, molti dei quali avevano lavorato per il regime nazista.
Il caso più emblematico fu quello di Wernher von Braun, reclutato dal governo americano e a cui si deve lo sviluppo del programma dei missili V2. Invece di essere perseguiti penalmente, numerosi scienziati vennero quindi selezionati, trasferiti e inseriti nei programmi militari e spaziali. Le loro responsabilità politiche e morali vennero considerate secondarie rispetto alla loro utilità strategica nel nuovo scenario della Guerra fredda.
In questo contesto, la distinzione non fu più tra innocenti e colpevoli, ma tra perseguibili e utili. L’urgenza di contrastare l’Unione Sovietica ridefinì le priorità: ciò che fino a pochi mesi prima costituiva un legame compromettente con il regime nazista divenne, improvvisamente, un dettaglio negoziabile.
Due vie, una stessa logica
Sud e Nord America rappresentarono dunque due esiti differenti di una stessa dinamica. Da un lato, la fuga clandestina e la protezione informale; dall’altro, il reclutamento ufficiale e l’integrazione istituzionale. In entrambi i casi, la giustizia fu soppiantata dall’arrivismo.
Accanto ai tribunali, operarono scelte politiche che stabilirono chi dovesse essere giudicato e chi potesse essere lasciato andare, o addirittura recuperato. Fu questo scarto — tra giustizia proclamata e ragion di stato — a rendere possibile tanto la latitanza di criminali come Eichmann quanto la carriera americana di scienziati come Von Braun.