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La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha comunicato che l'accesso a internet internazionale non verrà ripristinato prima di Nowruz (il Capodanno persiano, che cade intorno al 20 marzo 2026). La notizia è confermata da diverse fonti internazionali.
Pahlavi: “Tornerò in Iran. La Repubblica islamica cadrà”
E' finita da qualche minuto la conferenza stampa.

«Tornerò in Iran, sono l'unico che può garantire la transizione». Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, rilancia il suo impegno per un cambio di regime in Iran e si propone come garante neutrale per una fase di transizione democratica.

Il suo messaggio è netto: «La Repubblica islamica cadrà, non è una questione di "se", ma di "quando"». E aggiunge: «La Repubblica islamica dell'Iran cadrà con o senza il sostegno internazionale».

Nessuna restaurazione monarchica, ma una risposta a una domanda popolare emersa nelle proteste: graffiti e slogan con il suo nome, richieste di leadership e unità. Pahlavi si definisce «arbitro neutrale», pronto a guidare un processo verso elezioni libere, senza ambizioni di potere personale.

Tre i principi chiave:

integrità territoriale dell’Iran;

separazione tra religione e Stato;

autodeterminazione tramite referendum sulla forma di governo.

Pahlavi sottolinea che anche attori come Russia e Cina «potrebbero vedere i benefici di un Iran libero e democratico». Ma chiarisce: dopo la transizione, «il potere passerebbe a un governo eletto».

Una visione chiara, in netto contrasto con il silenzio e l’ambiguità di molti attori internazionali. E una promessa: “tornerò”
Il sionismo, un riuscito progetto anticoloniale
Nel corso del tempo, la definizione di sionismo è stata inquinata da distorsioni e propaganda e ha finito per assumere un’accezione negativa, collegata a forme di suprematismo e violento nazionalismo. Niente di più sbagliato. Il sionismo non è stato altro che un movimento politico moderno, incastonato nell’ondata di movimenti indipendentisti che ha caratterizzato il XIX secolo, dall’Europa al Sud America e tra i quali figura anche il Risorgimento italiano.
Con il sionismo, la Palestina ha smesso di essere soltanto una delle tante regioni soggiogate all’impero ottomano ed è diventata un laboratorio di modernità. In pochi decenni, una regione scarsamente abitata, a tratti paludosa, è stata protagonista di un processo di organizzazione produttiva, di cooperazione, di costruzione istituzionale. Una trasformazione che parlava il linguaggio dell’Europa politica del Novecento, quello delle nazioni che si danno forma attraverso il lavoro e l’autogoverno.
Per gli ebrei, tra l’altro, tutto questo ebbe un significato ancora più profondo. Dopo secoli di precarietà giuridica e di esposizione alla violenza in Europa, l’idea di una nazione propria rappresentava una soglia storica e determinante per la propria sopravvivenza: passare dall’attesa di una protezione nazionale costantemente disattesa, all’autoprotezione.
Tuttavia, è stato proprio lo spirito di autoconservazione ad aprire la frattura insanabile con la politica coloniale britannica. Gli inglesi si sono trovati ad affrontare un movimento che produceva a ritmi impressionanti un’autonomia reale ma che, allo stesso tempo, metteva in crisi il principio stesso del dominio imperiale. La risposta fu scontata: cercare di schiacciare con ogni mezzo le spinte indipendentiste ebraiche. In questo gioco di potere, furono sfruttate proprio le élite arabe locali, non nuove all’uso della violenza contro gli ebrei. Nel corso del tempo, i danni della logica coloniale non hanno di certo interessato solo la Palestina, basta vedere gli effetti devastanti di quella applicata dai belgi in Ruanda.
Infatti, molte fonti di cronache dell’epoca dimostrano che i rapporti tra arabi ed ebrei erano dopotutto distesi, benché la storia degli ebrei nei paesi musulmani sia una storia di persecuzioni e pogrom. Ma, nei primi decenni del Novecento fu proprio l’amministrazione britannica, con promesse non mantenute e una strategia volta a mantenere il potere, a esacerbare le tensioni tra arabi ed ebrei, sia quelli che sfuggiti alle persecuzioni in Europa, sia quelli che abitavano in quei territori da secoli, alimentando e legittimando la violenza di una fazione contro l’altra, fino a trasformare quella araba in un’arma sociale contro il focolare nazionale ebraico.
Durante un discorso ufficiale trasmesso in TV, l’Ayatollah Khamenei ha ammesso: “several thousand people were killed” durante le proteste iniziate a dicembre 2025. Un’ammissione senza precedenti da parte del vertice del regime, che però attribuisce le morti ai “seditionists” — i manifestanti — e non alle forze di sicurezza.

Nessun passo indietro. Solo la rivendicazione di una repressione su larga scala, presentata come risposta a un “complotto americano” orchestrato da Trump e Israele.

Questa è la realtà: migliaia di morti, e un regime che riafferma il suo potere.

A chi in Europa — e in Italia — ripete che “gli iraniani devono liberarsi da soli”, conviene aggiornare il lessico. Perché chi afferma che "devono liberarsi da soli" è complice. E come tale va trattato.
Sudan, 2026: la guerra continua. E i media tacciono.

In due settimane, almeno 141 civili uccisi, decine di attacchi con droni, 67.000 nuovi sfollati, oltre 33 milioni di persone bisognose di aiuti. Eppure, nessuna apertura sui grandi giornali.

Il 13 gennaio, un attacco RSF ha colpito una base a Sinja, uccidendo 27 persone. In Darfur e Kordofan, le città vengono assediate, i mercati bombardati, gli ospedali distrutti. Le Nazioni Unite parlano di fame catastrofica in almeno 20 zone, con il rischio concreto che gli aiuti finiscano entro marzo. La violenza sessuale è sistematica, denunciano le ONG. Ma nessuno ne parla.

Il Sudan è la crisi umanitaria n.1 al mondo. Non lo diciamo noi: lo dice l’IRC. Eppure resta invisibile.

Nel silenzio generale, chi racconterà questo massacro in corso?
Modernizzazione e dignità: la radice del conflitto
Alla fine dell’Ottocento, la Palestina era una provincia periferica dell’Impero ottomano, caratterizzata da un’economia agricola estensiva, da una debole infrastrutturazione e da assetti sociali tradizionali. La popolazione locale viveva prevalentemente di agricoltura tradizionale, con un controllo della terra concentrato nelle mani di notabili e famiglie influenti. La presenza ebraica preesistente era antica ma numericamente ridotta e non incideva sugli equilibri complessivi. Il territorio si presentava come uno spazio marginale dell’Impero, con scarsa mobilità sociale e limitate possibilità di sviluppo autonomo.
In questo contesto, a partire dal 1882, iniziarono ad arrivare gruppi di ebrei provenienti dall’Europa orientale, portatori di un progetto politico e sociale nuovo. Da quel momento, la Palestina entrò in un processo di trasformazione profonda che, nel corso di alcuni decenni, ne modificò il tessuto economico, demografico e istituzionale.
Le prime aliyot e l’avvio della trasformazione
Con le prime aliyot, tra il 1882 e la Grande Guerra, l’insediamento ebraico assunse una forma nuova. Si trattò di un processo civile fondato sull’acquisto legale delle terre e sulla costruzione di comunità organizzate. Gli insediamenti introdussero pratiche agricole intensive, sistemi cooperativi, nuove forme di lavoro e una pianificazione razionale del territorio.
Lo sviluppo economico generò una crescente domanda di lavoro. Le opportunità offerte dagli insediamenti ebraici attrassero manodopera araba dalle regioni vicine, dando origine a una migrazione interna significativa. La popolazione complessiva crebbe, i centri urbani si espansero, le attività commerciali si moltiplicarono.
La trasformazione riguardò anche la dimensione sociale. Cambiarono i rapporti sociali, le modalità di accesso al lavoro, il valore della terra. Il territorio entrò in una fase di dinamismo sconosciuta fino a pochi decenni prima.
Il cambiamento come fattore di conflitto
In questa fase emersero le prime tensioni strutturali. La modernizzazione alterò equilibri consolidati e ridusse il potere delle élite tradizionali. Il controllo sulla terra e sul lavoro si indebolì, mentre nuovi attori sociali acquistarono visibilità e influenza.
Il conflitto nacque come reazione a questo cambiamento. La presenza ebraica venne progressivamente rappresentata come una minaccia: trasformazione economica, mobilità sociale, perdita di controllo politico. Il discorso ostile si strutturò attorno al rifiuto della modernità e alla difesa di assetti tradizionali.
Il Mandato britannico e la gestione del conflitto
Nel primo dopoguerra, la Palestina passò sotto il controllo britannico. Con l’istituzione del Mandato, il territorio entrò in una nuova fase politica. L’amministrazione britannica agì secondo una logica imperiale fondata sul controllo indiretto, sulla mediazione con le élite locali e sulla conservazione degli equilibri regionali.
Il progetto sionista, che costruiva istituzioni autonome e una società organizzata, entrò progressivamente in attrito con questa impostazione. La spinta all’autogoverno e alla responsabilità collettiva risultò incompatibile con una gestione coloniale orientata al contenimento delle tensioni emergenti.
La Dichiarazione Balfour e l’ambiguità imperiale
Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico affermò il proprio sostegno alla creazione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. Questo atto, spesso letto come un gesto puramente diplomatico o morale, si collocò nel contesto imperiale dell’epoca: la Gran Bretagna mirò a consolidare il proprio controllo su un’area strategica nel Medio Oriente post-ottomano, utilizzando il progetto sionista come strumento politico. tuttavia, la Dichiarazione introdusse fin dall’origine un’ambiguità strutturale.
Da un lato riconobbe le aspirazioni ebraiche, dall’altro subordinò la loro realizzazione alla tutela degli equilibri locali e degli interessi imperiali. 👇🏻👇🏻
Con l’istituzione del Mandato britannico, questa ambiguità divenne prassi amministrativa: il potere imperiale si presentò come garante di promesse incompatibili, aprendo uno spazio di conflitto che scelse di gestire invece di risolvere.
Rivolte e pogrom nei territori del Mandato
Negli anni Venti e Trenta la tensione sfociò in violenza aperta. Nel 1920, nel 1921 e soprattutto nel 1929, attacchi contro le comunità ebraiche assunsero la forma di veri e propri pogrom. Nei territori del Mandato britannico, le forze di sicurezza intervennero spesso in ritardo, quando la violenza aveva già prodotto vittime e distruzione.
L’amministrazione coloniale definì questi eventi come disordini o rivolte, evitando di riconoscerne la natura mirata. Le conseguenze politiche risultarono evidenti: punizioni blande per i responsabili, restrizioni all’autodifesa ebraica, limitazioni crescenti alla sicurezza delle comunità colpite. La violenza produsse risultati concreti e per questo tese a ripetersi.
La Commissione Peel: il riconoscimento del fallimento
Nel 1937 la Commissione Peel segnò un passaggio decisivo. Per la prima volta, un organismo ufficiale britannico riconobbe apertamente che il conflitto tra il progetto sionista e quello arabo era strutturale e che la convivenza all’interno di un’unica entità amministrata dall’Impero non produceva stabilità. La proposta di partizione rappresentò un’ammissione del fallimento della politica del Mandato britannico. Tuttavia, invece di affrontarne le cause, la Commissione tentò di contenere il problema ridimensionando il progetto ebraico e affidandosi ancora una volta alla mediazione con la leadership araba. Il rifiuto arabo della proposta e l’uso della violenza come leva politica rafforzarono una dinamica già in atto: ogni crisi produsse nuove concessioni, ogni scontro venne seguito da ulteriori limitazioni all’autonomia ebraica. Da questo momento, il potere britannico orientò la propria azione verso il contenimento sistematico del progetto sionista.
Sionismo come progetto anticoloniale
In questo contesto il sionismo assunse sempre più chiaramente i tratti di un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione. Costruì istituzioni, organizzò la difesa, sviluppò una società capace di reggersi autonomamente. Questa traiettoria entrò in rotta di collisione con il potere coloniale, che vide minacciata la propria capacità di controllo.
Le restrizioni degli anni Trenta culminarono nel Libro Bianco del 1939, che limitò drasticamente l’immigrazione ebraica proprio mentre l’Europa diventava uno spazio di persecuzione sistematica. Il rapporto tra il movimento sionista e l’amministrazione britannica entrò in una fase di rottura irreversibile.
Dalla Seconda Guerra Mondiale al 1948
La Seconda Guerra Mondiale e la Shoah accelerarono un processo già in corso. Milioni di ebrei europei vennero sterminati, mentre i territori del Mandato rimasero in larga parte chiusi all’immigrazione. La società ebraica già presente si rafforzò, consolidò le proprie strutture politiche e sociali e preparò il passaggio alla sovranità.
Quando il Mandato britannico terminò e si arrivò al 1948, il punto di rottura era stato raggiunto da tempo. La nascita dello Stato di Israele rappresentò l’esito di un processo storico avviato decenni prima, non un evento improvviso o isolato.
Conclusione
Il sionismo agì come un movimento politico moderno che produsse sviluppo, modificò equilibri sociali e sfidò un ordine coloniale. Il conflitto in Palestina nacque dunque dal cambiamento e dalla reazione che esso suscitò. Il 1948 e la fondazione dello stato di Israele chiuse un processo lungo, strutturato e coerente, che attraversò più di mezzo secolo di Storia.
Sembra confermato che Alireza Jeyrani Hokmabad diplomatico iraniano all'Onu abbia chiesto asilo politico in Svizzera insieme alla sua famiglia.
Media is too big
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Federica Iaria per Free4future Parliamo spesso di “piazze”, come se fossero un termometro morale.
E allora guardiamole davvero, queste piazze. Perché quando si tratta dell’Iran, della sua rivoluzione soffocata nel sangue dei giovani uccisi, delle donne che rischiano la vita per togliersi un velo, delle minoranze massacrate… le piazze italiane si riempiono a metà. O restano quasi vuote.
Poi arriva Gaza, e improvvisamente tutti hanno un cartello, una bandiera una posizione. Le piazze esplodono, con grida di distruzione (From the river to the sea).Perché?
Io questa differenza l’ho vista sulla mia pelle, qui a Verona.
Il 6 gennaio abbiamo organizzato un flash mob per l’Iran: un gesto semplice, pulito, simbolico. I media locali ne hanno parlato, sì, ma la piazza… era quella che era. Non abbastanza persone, tutte motivate, tutte consapevoli, ma poche.
Il 17 gennaio, in piazza Cittadella, di nuovo: una manifestazione per ricordare l’Iran, per non lasciare cadere nel silenzio chi continua a morire. E anche lì, la stessa storia. Impegno, dignità, ma numeri ridotti soprattutto di Italiani, c’era la comunità iraniana, lasciata sola dalla solidarietà che in questi due anni sembrava aver impregnato ogni persona.
E allora la domanda è inevitabile: perché?
Perché l’Iran non mobilita? Perché non incendia le coscienze come Gaza?
La risposta è scomoda, ma necessaria: perché l’attivismo non è sempre morale. A volte è identitario o frutto di mai sopiti pregiudizi. A volte è moda. A volte è geopolitica travestita da empatia.
L’Iran non offre un nemico semplice come Israele. Non permette slogan facili. Non si presta alla narrativa binaria del “buono contro cattivo” che tanto piace ai social.
E soprattutto: l’Iran non permette di usare la causa come specchio per la propria identità politica. Non ti fa sentire parte di una tribù. Non ti dà la soddisfazione di “schierarti” contro l’Occidente, contro Israele, contro gli Stati Uniti.
L’Iran chiede una cosa molto più difficile: guardare in faccia un regime teocratico che opprime il suo stesso popolo.
E questo, evidentemente, non scalda i cuori quanto puntare il dito contro un nemico esterno.
C’è poi un altro elemento, ancora più scomodo: quando la causa riguarda un popolo percepito come “vicino” o “simile”, l’indignazione scatta più facilmente. Quando riguarda un popolo che non rientra nelle categorie emotive dell’Occidente, la mobilitazione si affievolisce.
È brutto da dire, ma è così.
E allora sì, parliamone: attivismo selettivo.
La difesa dei diritti umani a geometria variabile.
La solidarietà che funziona solo quando coincide con la propria narrativa politica.
Io non smetterò di scendere in piazza per l’Iran, anche se siamo in pochi. Perché la verità non si misura in numeri. E perché il silenzio, quello sì, è complicità.
E alla fine, resta una domanda che brucia, e che voglio lasciare aperta:
È davvero solo geopolitica?
O è qualcosa di più profondo? Come No Jews, no news?
Cosa accadrebbe alle piazze se Israele intervenisse a supporto della ribellione contro il regime degli ayatollah, i Pasdaran, la polizia morale di Khamenei?
Pensiamoci.
Forwarded from Lion Udler
#USA #Israele #Iran

È stata hackerata la TV iraniana, trasmette filmati delle manifestazioni e discorsi di Reza #Pahlavi.
LA SCONFITTA DEI CURDI IN SIRIA NEL SILENZIO GENERALE.

Dopo anni di resistenza, le SDF – le forze curde che hanno sconfitto l’ISIS a Raqqa – hanno dovuto firmare un accordo con il governo siriano.
Non per scelta. Ma perché lasciate sole.
Raqqa e Deir ez-Zor, le province sotto controllo curdo, sono state cedute.
Le prigioni che ospitavano migliaia di jihadisti sono passate al governo di Damasco.
Alcune sono già state aperte. Video mostrano jihadisti rilasciati.

Le SDF si ritirano a est dell’Eufrate, in un’area più piccola. Ma non avranno più autonomia militare.
I loro combattenti – gli stessi che hanno fermato l’ISIS – ora saranno assorbiti come individui nell’esercito siriano.
Le tribù arabe locali le hanno abbandonate.
Gli USA, loro storici alleati, hanno lasciato fare.
Mazloum Abdi, comandante curdo:
«Ci ritiriamo per evitare una guerra civile. Ma questa guerra non l’abbiamo voluta noi.»


La verità è semplice: i curdi sono stati traditi.
Dopo aver combattuto il terrorismo per conto del mondo intero, oggi vengono messi da parte.
E nessuno ne parla.
QUANDO I NAZISTI COMINCIARONO A SCAPPARE
Nel novembre del 1945, con l’apertura del Processo di Norimberga, le potenze vincitrici sancirono un principio destinato a segnare il diritto internazionale: i crimini del regime nazista furono considerati appieno come responsabilità individuali e perseguibili davanti a un tribunale. Fu un passaggio decisivo. Per la prima volta, lo sterminio e la violenza sistematica vennero portati all’interno della sfera giuridica.
Tuttavia, Norimberga non esaurì del tutto la questione della giustizia. I processi furono a carico solo una parte circoscritta dell’apparato nazista, vale a dire i vertici politici e militari, ormai sconfitti, più alcune figure simboliche su cui concentrare la condanna. Restarono esclusi migliaia di funzionari, quadri intermedi, tecnici, amministratori, uomini dei servizi, scienziati, specialisti della repressione e della logistica dello sterminio.
Questa selezione rappresentò una scelta politica. Nel secondo dopoguerra, la priorità delle potenze vincitrici non fu tanto l’inseguimento capillare dei responsabili, quanto piuttosto la stabilizzazione dell’Europa e la rapida riorganizzazione degli equilibri globali. In questo contesto, la giustizia divenne più un monito che una vera macchina processuale: molti furono portati alla sbarra mentre altri furono o riutilizzati o lasciati scomparire.
Molti ex nazisti riuscirono, infatti, a sottrarsi alla giustizia fuggendo dall’Europa. Il Sud America — in particolare l’Argentina — divenne uno dei principali luoghi di approdo, mentre gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica accolsero scienziati, tecnici e specialisti, sfruttandone le competenze. E anche il Medio Oriente, di cui non si parla quasi mai, offrì rifugio a ex gerarchi, utilizzati in chiave militare e, soprattutto, anti-israeliana.
Una fuga per certi aspetti ben organizzata. Ne è un esempio la ratline, un percorso che, attraverso l’Europa funestata dal disordine amministrativo, dalla massa dei profughi in movimento e dalla debolezza dei controlli, consentì a questi criminali di sottrarsi alle proprie responsabilità e ai propri crimini. Il tutto grazie a ex camerati, apparati locali, settori ecclesiastici, organismi umanitari e, in alcuni casi, servizi segreti interessati a recuperare competenze in funzione anticomunista.
La giustizia del secondo dopoguerra, quindi, se da un parte istituì una nuova forma di giustizia internazionale, dall’altro adempì solo la metà dei nobili propositi che si era prefissata. Mentre alcuni criminali di guerra nazisti vennero giudicati in nome di un principio universale, altri vennero lasciati andare in nome di priorità ritenute superiori: la ricostruzione, la sicurezza, in vista della polarizzazione globale ormai in atto. Ciò non cancella di certo il valore del processo di Norimberga, ma ne ridimensiona in parte l’impatto.
Indovinate a chi chiedono aiuto i Curdi? A Israele, e chi altri?
COMANDANTE CURDO: ABBIAMO BISOGNO DI PARTNER AFFIDABILI

Il comandante curdo Sipan Hamo ha dichiarato a Reuters che i curdi siriani stanno affrontando crescenti minacce e sono attivamente alla ricerca di alleati affidabili.

Hamo ha affermato che Israele è un potente attore regionale con i propri interessi, ma ha espresso la speranza che Israele estenda ai curdi lo stesso approccio adottato nei confronti di altre minoranze vulnerabili in Siria.

Ha indicato gli attacchi israeliani della scorsa estate contro le forze siriane che avanzavano verso le aree druse come esempio di azione decisa a protezione di una comunità minacciata.

Un messaggio chiaro dal territorio:
I curdi cercano partner che agiscano, non si limitino a parlare.
Mentre l’attenzione dell’Occidente è altrove, nel nord-est della Siria si sta consumando una delle crisi più gravi degli ultimi anni. Le forze curde delle SDF – quelle che hanno sconfitto l’ISIS per conto del mondo – stanno perdendo controllo su carceri, campi e territori chiave. E insieme a questo, si apre la porta al ritorno del terrorismo jihadista.

Oggi il campo di Al-Hol, che ospita oltre 40.000 familiari dell’ISIS, è in piena rivolta. Video e fonti locali parlano di caos, tentativi di fuga, prigionieri che cercano di uscire in massa. Non è la prima volta che succede, ma mai così grave. Le SDF avevano avvertito: se il mondo lascia sole le autorità curde, la sicurezza crollerà. E sta succedendo.

Nel frattempo, a nord di Raqqa, il carcere di al-Aqtan – che ospita 5.000 detenuti ISIS – è stato attaccato da milizie legate al governo siriano. I curdi parlano di assedio, di droni, di armi pesanti. E i video mostrano uomini che posano per foto dopo essere stati liberati. Lo ripetiamo: comandanti e foreign fighters dell’ISIS che tornano in libertà. Perché? Perché chi doveva proteggere questa fragile architettura si è voltato dall’altra parte.

Sul fronte turco, ad Ain Issa, le SDF resistono a nuovi attacchi di milizie sostenute da Ankara. L’obiettivo è chiaro: isolare Kobane, tagliare le comunicazioni, smantellare ogni residuo di autonomia curda.
Tutto questo accade oggi. E la stampa tace.

Non c’è breaking news. Non ci sono editoriali indignati. I curdi, ancora una volta, combattono da soli.

Eppure è una storia che ci riguarda tutti. Se l’ISIS torna, non resterà nel deserto. Se i prigionieri fuggono, non si limiteranno alla Siria. Lasciare soli i curdi significa consegnare terreno all’estremismo. Di nuovo.

Sappiamo cosa succede quando ci si gira dall’altra parte. L’abbiamo già visto.

Adesso è il momento di guardare. E di scegliere da che parte stare.
I curdi hanno perso il controllo di Raqqa e Deir ez-Zor.
Erano loro a gestire le prigioni dove erano rinchiusi migliaia di terroristi jihadisti.
Ora che quelle strutture sono cadute, stanno tornando in libertà.
E i prossimi obiettivi non saranno in Siria.
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Le forze dell'ISIS provenienti da Damasco stanno liberando i membri dell'ISIS dalle prigioni.
⭕️Situazione attuale nel nord-est della Siria:

Le SDF (forze curde) sono state ridotte a due piccoli sacchetti nel nord del Paese. Il primo si trova attorno ad Ayn al-Arab (Kobane) e Sarrin;
il secondo attorno ad al-Hasakah (inclusa Tell Tamer) e Qamishli.

In modo crudelmente ironico, la mappa ricorda molto da vicino i territori controllati dai curdi nel 2014, prima della loro ampia e molto riuscita campagna contro l’ISIS, che all’epoca controllava la maggior parte del nord-est della Siria.