LA GRANDE BUGIA CLIMATICA? ORA AMMETTONO CHE LO SCENARIO CATASTROFICO ERA IMPROBABILE
Per anni ci hanno mostrato lo scenario peggiore come se fosse quello inevitabile: temperature fuori controllo, crisi permanente, emergenza continua.
Alla base di molte di quelle proiezioni c’era RCP8.5, uno degli scenari climatici più estremi mai utilizzati. Oggi quello stesso scenario viene considerato non plausibile.
E purtroppo non possiamo confinare il problema al solo dibattito scientifico, perché sconfina inevitabilmente sul terreno politico, economico e, soprattutto, narrativo.
Uno scenario estremo può certamente essere studiato, ma quando viene presentato come il futuro più probabile, o addirittura inevitabile, cambia tutto.
Diventa più facile giustificare nuove tasse, nuovi divieti, nuovi investimenti e nuove restrizioni.
È così che la paura può trasformarsi in consenso e il consenso, a sua volta, in potere.
Ed ora che quello scenario viene ridimensionato, resta difficile non pensare a quante decisioni siano state prese usando una previsione che oggi viene riconosciuta come non plausibile.
New York Post — articolo/opinione di Jonathan Lesser
https://nypost.com/2026/05/18/opinion/billions-have-been-wasted-on-uns-climate-change-lies/
PubMed / Nature — “Emissions – the ‘business as usual’ story is misleading”
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31996825/
PubMed / PNAS — “RCP8.5 is a problematic scenario for near-term emissions”
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33082220/
Chi orienta le nostre scelte? Su @CodexOfSecrets seguiamo le tracce del potere tra propaganda, storia e sorveglianza.
Segui il canale per i prossimi dossier e inoltra questo a chi vuole vederci più chiaro.
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Per anni ci hanno mostrato lo scenario peggiore come se fosse quello inevitabile: temperature fuori controllo, crisi permanente, emergenza continua.
Alla base di molte di quelle proiezioni c’era RCP8.5, uno degli scenari climatici più estremi mai utilizzati. Oggi quello stesso scenario viene considerato non plausibile.
E purtroppo non possiamo confinare il problema al solo dibattito scientifico, perché sconfina inevitabilmente sul terreno politico, economico e, soprattutto, narrativo.
Uno scenario estremo può certamente essere studiato, ma quando viene presentato come il futuro più probabile, o addirittura inevitabile, cambia tutto.
Diventa più facile giustificare nuove tasse, nuovi divieti, nuovi investimenti e nuove restrizioni.
È così che la paura può trasformarsi in consenso e il consenso, a sua volta, in potere.
Ed ora che quello scenario viene ridimensionato, resta difficile non pensare a quante decisioni siano state prese usando una previsione che oggi viene riconosciuta come non plausibile.
New York Post — articolo/opinione di Jonathan Lesser
https://nypost.com/2026/05/18/opinion/billions-have-been-wasted-on-uns-climate-change-lies/
PubMed / Nature — “Emissions – the ‘business as usual’ story is misleading”
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31996825/
PubMed / PNAS — “RCP8.5 is a problematic scenario for near-term emissions”
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33082220/
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New York Post
Billions have been wasted on UN’s climate change lies
The claims made by the International Panel on Climate Change were ludicrous, but the money that flowed to green groups and politicians to promote them and their preferred “solutions” was only too...
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LA CO₂ È DIVENTATA UN AFFARE MILIARDARIO. MA CHI PAGA DAVVERO?
Con la giustificazione dell'emergenza climatica, gli Stati incassano miliardi attraverso il mercato delle emissioni, mentre una parte dei costi finisce inevitabilmente sui cittadini, attraverso bollette, carburanti e beni di consumo.
Ma dove finiscono realmente questi soldi? E chi trae beneficio da un sistema che trasforma le emissioni in una fonte di entrate pubbliche?
Un paradosso economico di cui si parla troppo poco.
https://telegra.ph/IL-PREZZO-DELLA-CO-QUANDO-ANCHE-LARIA-DIVENTA-UN-AFFARE-10-14
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Ma dove finiscono realmente questi soldi? E chi trae beneficio da un sistema che trasforma le emissioni in una fonte di entrate pubbliche?
Un paradosso economico di cui si parla troppo poco.
https://telegra.ph/IL-PREZZO-DELLA-CO-QUANDO-ANCHE-LARIA-DIVENTA-UN-AFFARE-10-14
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Telegraph
IL PREZZO DELLA CO₂: QUANDO ANCHE L'ARIA DIVENTA UN AFFARE
@CodexOfSecrets Con la giustificazione dell'emergenza climatica, gli Stati incassano miliardi attraverso le emissioni. E il conto, ancora una volta, arriva ai cittadini. Per anni ci hanno presentato la CO₂ come una delle principali minacce per il futuro del…
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L'UGUAGLIANZA A DISCREZIONE DEL POTERE
L'inclusione e la lotta contro ogni forma di discriminazione sono diventate due dei principi più celebrati della società contemporanea. Governi, istituzioni e grandi aziende ne hanno fatto una bandiera, richiamandosi continuamente al rispetto e all'uguaglianza. Eppure, basta che entrino in gioco determinati interessi perché questi stessi principi sembrino perdere il loro carattere universale.
Secondo quanto riportato da Haaretz il 12 ottobre, alcune compagnie aeree avrebbero introdotto restrizioni per gli equipaggi stranieri diretti in Israele, in seguito al dirottamento da parte di un copilota omanita della Flydubai.
Di conseguenza, professionisti qualificati potrebbero essere esclusi da determinate rotte semplicemente per la loro cittadinanza, senza che venga contestata loro alcuna responsabilità personale.
È curioso osservare come un singolo episodio possa giustificare restrizioni collettive che, in altri contesti, verrebbero denunciate come discriminatorie. Una dinamica che, per certi aspetti, ricorda quanto accaduto durante l'emergenza Covid, quando la tutela della sicurezza collettiva venne invocata per giustificare limitazioni che fino a poco tempo prima sarebbero sembrate impensabili.
Il paradosso sta proprio qui: principi presentati come universali finiscono per diventare negoziabili quando entrano in conflitto con gli interessi di chi li promuove.
E allora viene spontaneo chiedersi se l'inclusione sia davvero un valore irrinunciabile oppure un principio da applicare soltanto quando le circostanze lo consentono.
Haaretz, 12 ottobre 2026
https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-10-12/ty-article/report-airlines-limit-foreign-crew-on-israel-flights-after-flydubai-incident/000001a1-2f58-d1b4-a5fb-afdc826f0000
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L'inclusione e la lotta contro ogni forma di discriminazione sono diventate due dei principi più celebrati della società contemporanea. Governi, istituzioni e grandi aziende ne hanno fatto una bandiera, richiamandosi continuamente al rispetto e all'uguaglianza. Eppure, basta che entrino in gioco determinati interessi perché questi stessi principi sembrino perdere il loro carattere universale.
Secondo quanto riportato da Haaretz il 12 ottobre, alcune compagnie aeree avrebbero introdotto restrizioni per gli equipaggi stranieri diretti in Israele, in seguito al dirottamento da parte di un copilota omanita della Flydubai.
Di conseguenza, professionisti qualificati potrebbero essere esclusi da determinate rotte semplicemente per la loro cittadinanza, senza che venga contestata loro alcuna responsabilità personale.
È curioso osservare come un singolo episodio possa giustificare restrizioni collettive che, in altri contesti, verrebbero denunciate come discriminatorie. Una dinamica che, per certi aspetti, ricorda quanto accaduto durante l'emergenza Covid, quando la tutela della sicurezza collettiva venne invocata per giustificare limitazioni che fino a poco tempo prima sarebbero sembrate impensabili.
Il paradosso sta proprio qui: principi presentati come universali finiscono per diventare negoziabili quando entrano in conflitto con gli interessi di chi li promuove.
E allora viene spontaneo chiedersi se l'inclusione sia davvero un valore irrinunciabile oppure un principio da applicare soltanto quando le circostanze lo consentono.
Haaretz, 12 ottobre 2026
https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-10-12/ty-article/report-airlines-limit-foreign-crew-on-israel-flights-after-flydubai-incident/000001a1-2f58-d1b4-a5fb-afdc826f0000
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C’è ancora un luogo che abbiamo sempre considerato inviolabile: la nostra mente.
Ma le nuove neurotecnologie stanno iniziando a trasformare l’attività cerebrale in qualcosa che può essere registrato, interpretato e tradotto in dati. Per ora siamo ancora lontani dalla lettura dei pensieri come la immaginiamo nei film. Ma il confine si sta spostando.
E quando anche ciò che accade nel cervello diventa misurabile, la domanda cambia completamente:
Quanto resterà ancora davvero privato?
L’ULTIMO CONFINE: QUANDO ANCHE I PENSIERI DIVENTANO DATI
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Ma le nuove neurotecnologie stanno iniziando a trasformare l’attività cerebrale in qualcosa che può essere registrato, interpretato e tradotto in dati. Per ora siamo ancora lontani dalla lettura dei pensieri come la immaginiamo nei film. Ma il confine si sta spostando.
E quando anche ciò che accade nel cervello diventa misurabile, la domanda cambia completamente:
Quanto resterà ancora davvero privato?
L’ULTIMO CONFINE: QUANDO ANCHE I PENSIERI DIVENTANO DATI
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Telegraph
L’ULTIMO CONFINE: QUANDO ANCHE I PENSIERI DIVENTANO DATI
C’è stato un tempo in cui la privacy riguardava soprattutto ciò che decidevamo di mostrare agli altri. Poi sono arrivati Internet, gli smartphone, i social network e un intero ecosistema capace di trasformare i nostri comportamenti in informazioni: spostamenti…
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L'IDENTITÀ CHE NON SCOMPARE
Il governo britannico ha cancellato il progetto nazionale di identità digitale. Una vittoria per la privacy e le libertà individuali?
Non proprio.
Mentre l'opinione pubblica viene rassicurata, le infrastrutture digitali continuano a espandersi, come confermato dagli stessi funzionari governativi durante un'audizione parlamentare.
Forse il vero cambiamento non consiste nell'imporre un sistema, ma nel renderlo progressivamente indispensabile, fino a quando rinunciarvi diventa quasi impossibile.
Il Digital ID è stato cancellato. Ma che cosa è cambiato realmente?
L'IDENTITÀ CHE NON SCOMPARE
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Il governo britannico ha cancellato il progetto nazionale di identità digitale. Una vittoria per la privacy e le libertà individuali?
Non proprio.
Mentre l'opinione pubblica viene rassicurata, le infrastrutture digitali continuano a espandersi, come confermato dagli stessi funzionari governativi durante un'audizione parlamentare.
Forse il vero cambiamento non consiste nell'imporre un sistema, ma nel renderlo progressivamente indispensabile, fino a quando rinunciarvi diventa quasi impossibile.
Il Digital ID è stato cancellato. Ma che cosa è cambiato realmente?
L'IDENTITÀ CHE NON SCOMPARE
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Telegraph
L'IDENTITÀ CHE NON SCOMPARE
Quando un governo cancella un progetto controverso, i cittadini tendono a considerare chiusa la questione. Ma cosa accade quando il progetto viene abbandonato e l'infrastruttura che avrebbe dovuto sostenerlo continua a svilupparsi? Nel Regno Unito, il programma…
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IL DECLINO AMMINISTRATO
Secondo l'OCSE, l'Italia ha dimostrato una buona capacità di resistere alle crisi. Eppure, le prospettive di crescita rimangono inferiori all'1% annuo. La chiamano resilienza. Ma fino a che punto possiamo considerare un successo la capacità di sopportare un continuo peggioramento delle prospettive economiche?
E se l'attuale sistema fosse interessato soprattutto a mantenere l'Italia abbastanza stabile da continuare a pagare i propri creditori, senza preoccuparsi altrettanto della prosperità dei cittadini?
Un Paese che non deve necessariamente crescere, purché continui a pagare.
Nel nuovo dossier di Codex of Secrets analizziamo il rapporto OCSE, il ruolo del debito pubblico e gli interessi che possono nascondersi dietro la parola stabilità.
ITALIA: UN PAESE A CRESCITA CONTROLLATA
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Secondo l'OCSE, l'Italia ha dimostrato una buona capacità di resistere alle crisi. Eppure, le prospettive di crescita rimangono inferiori all'1% annuo. La chiamano resilienza. Ma fino a che punto possiamo considerare un successo la capacità di sopportare un continuo peggioramento delle prospettive economiche?
E se l'attuale sistema fosse interessato soprattutto a mantenere l'Italia abbastanza stabile da continuare a pagare i propri creditori, senza preoccuparsi altrettanto della prosperità dei cittadini?
Un Paese che non deve necessariamente crescere, purché continui a pagare.
Nel nuovo dossier di Codex of Secrets analizziamo il rapporto OCSE, il ruolo del debito pubblico e gli interessi che possono nascondersi dietro la parola stabilità.
ITALIA: UN PAESE A CRESCITA CONTROLLATA
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Telegraph
ITALIA: UN PAESE A CRESCITA CONTROLLATA
Quando la stabilità finanziaria conta più della prosperità di un Paese. C'è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel linguaggio politico ed economico: resilienza. Un termine originariamente legato soprattutto alla meccanica e alla scienza…
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LA PRIVACY A PAGAMENTO
Un tempo la privacy era un diritto da tutelare. Oggi, per leggere una notizia online, sempre più spesso ci viene chiesto di scegliere: accettare la profilazione dei nostri dati oppure pagare.
Un modello commerciale che ha attirato persino l'attenzione del Garante della Privacy, sollevando interrogativi sulla reale libertà del consenso.
Perché quando il rifiuto di essere tracciati ha un prezzo, viene spontaneo chiedersi quanto sia davvero libera la nostra scelta.
E se la privacy stesse diventando un privilegio per chi può permetterselo?
IL PREZZO DI UN DIRITTO
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Un tempo la privacy era un diritto da tutelare. Oggi, per leggere una notizia online, sempre più spesso ci viene chiesto di scegliere: accettare la profilazione dei nostri dati oppure pagare.
Un modello commerciale che ha attirato persino l'attenzione del Garante della Privacy, sollevando interrogativi sulla reale libertà del consenso.
Perché quando il rifiuto di essere tracciati ha un prezzo, viene spontaneo chiedersi quanto sia davvero libera la nostra scelta.
E se la privacy stesse diventando un privilegio per chi può permetterselo?
IL PREZZO DI UN DIRITTO
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Telegraph
IL PREZZO DI UN DIRITTO
Quando per leggere una notizia bisogna scegliere tra il proprio denaro e i propri dati personali. Un tempo, per leggere un giornale, bastava acquistarlo. Oggi, per accedere a una notizia online, può essere necessario accettare qualcosa di diverso: il trattamento…
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I 689.003: QUANDO FACEBOOK SPERIMENTAVA SULLE EMOZIONI DEGLI UTENTI
Nel gennaio 2012, ben 689.003 persone furono coinvolte, a loro insaputa, in un esperimento psicologico condotto da Facebook.
Per un'intera settimana, la piattaforma modificò il proprio algoritmo per ridurre selettivamente la visibilità dei messaggi positivi o negativi pubblicati dagli amici degli utenti coinvolti. Lo scopo era verificare se, intervenendo sui contenuti mostrati, fosse possibile influenzare anche le loro reazioni emotive.
I risultati, pubblicati nel 2014 sulla rivista scientifica PNAS, confermarono che la selezione delle informazioni poteva produrre cambiamenti piccoli, ma misurabili, nel linguaggio emotivo utilizzato dalle persone. In pratica dimostrava che non occorreva inventare notizie o impedire a qualcuno di esprimersi. Bastava modificare ciò che gli utenti vedevano.
E tutto avveniva senza che i diretti interessati sapessero di partecipare a una ricerca sul proprio comportamento.
Ma l'aspetto più interessante è che quell'esperimento mise in evidenza un meccanismo che oggi fa parte della nostra quotidianità. Gran parte delle informazioni che riceviamo su guerre, crisi economiche, emergenze sanitarie e decisioni politiche passa attraverso piattaforme che selezionano e ordinano i contenuti secondo criteri che spesso non conosciamo. Gli algoritmi stabiliscono quali notizie meritino maggiore visibilità, quali debbano comparire ripetutamente sui nostri schermi e quali finiscano per passare inosservate. Non è necessario alterare i fatti per influenzare il modo in cui vengono percepiti. Può essere sufficiente decidere a quali dare risalto e quali lasciare ai margini dell'attenzione pubblica.
Ed è proprio qui che emerge una questione più profonda. Siamo abituati a pensare alla propaganda come a qualcosa che ci viene raccontato per convincerci di una determinata verità, dimenticando che esiste anche un'altra possibilità: influenzare la nostra percezione della realtà scegliendo quali informazioni mostrarci e quali lasciare nell'ombra.
In fondo, come possiamo formarci un'opinione realmente indipendente se non sappiamo nemmeno quali informazioni vengono escluse da ciò che vediamo?
Forse il controllo più difficile da riconoscere non è quello che ci impedisce di parlare, ma quello che, senza farsi notare, contribuisce a stabilire ciò di cui parleremo.
@CodexOfSecrets
https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1320040111
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Nel gennaio 2012, ben 689.003 persone furono coinvolte, a loro insaputa, in un esperimento psicologico condotto da Facebook.
Per un'intera settimana, la piattaforma modificò il proprio algoritmo per ridurre selettivamente la visibilità dei messaggi positivi o negativi pubblicati dagli amici degli utenti coinvolti. Lo scopo era verificare se, intervenendo sui contenuti mostrati, fosse possibile influenzare anche le loro reazioni emotive.
I risultati, pubblicati nel 2014 sulla rivista scientifica PNAS, confermarono che la selezione delle informazioni poteva produrre cambiamenti piccoli, ma misurabili, nel linguaggio emotivo utilizzato dalle persone. In pratica dimostrava che non occorreva inventare notizie o impedire a qualcuno di esprimersi. Bastava modificare ciò che gli utenti vedevano.
E tutto avveniva senza che i diretti interessati sapessero di partecipare a una ricerca sul proprio comportamento.
Ma l'aspetto più interessante è che quell'esperimento mise in evidenza un meccanismo che oggi fa parte della nostra quotidianità. Gran parte delle informazioni che riceviamo su guerre, crisi economiche, emergenze sanitarie e decisioni politiche passa attraverso piattaforme che selezionano e ordinano i contenuti secondo criteri che spesso non conosciamo. Gli algoritmi stabiliscono quali notizie meritino maggiore visibilità, quali debbano comparire ripetutamente sui nostri schermi e quali finiscano per passare inosservate. Non è necessario alterare i fatti per influenzare il modo in cui vengono percepiti. Può essere sufficiente decidere a quali dare risalto e quali lasciare ai margini dell'attenzione pubblica.
Ed è proprio qui che emerge una questione più profonda. Siamo abituati a pensare alla propaganda come a qualcosa che ci viene raccontato per convincerci di una determinata verità, dimenticando che esiste anche un'altra possibilità: influenzare la nostra percezione della realtà scegliendo quali informazioni mostrarci e quali lasciare nell'ombra.
In fondo, come possiamo formarci un'opinione realmente indipendente se non sappiamo nemmeno quali informazioni vengono escluse da ciò che vediamo?
Forse il controllo più difficile da riconoscere non è quello che ci impedisce di parlare, ma quello che, senza farsi notare, contribuisce a stabilire ciò di cui parleremo.
@CodexOfSecrets
https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1320040111
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PNAS
Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks
Emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading people to experience the same emotions without their awareness. Emot...
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IL FUTURO ERA GIÀ SCRITTO. E QUALCUNO LO SAPEVA
Nel 2007, quando gli smartphone non avevano ancora trasformato le nostre abitudini e l'intelligenza artificiale era lontana dalla vita quotidiana, il Ministero della Difesa britannico disponeva già di un rapporto nel quale venivano delineate alcune delle principali trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche che avrebbero potuto caratterizzare il mondo fino al 2035.
Il documento, elaborato dal Development, Concepts and Doctrine Centre (DCDC) e riportato dal quotidiano The Guardian il 9 aprile 2007, descriveva una società nella quale la tecnologia avrebbe assunto un ruolo sempre più centrale, fino a rendere possibile il collegamento diretto tra cervello umano e computer, l'impiego di sistemi d'arma autonomi e la mobilitazione di grandi masse attraverso le reti digitali.
Ma gli aspetti più interessanti riguardavano le trasformazioni sociali.
Gli analisti britannici prevedevano che la crescente concentrazione della ricchezza avrebbe potuto alimentare un profondo malcontento nella classe media, fino a trasformarla in una nuova forza rivoluzionaria, capace di mettere in discussione gli equilibri politici ed economici esistenti.
A quasi vent'anni di distanza, è difficile ignorare le somiglianze tra quegli scenari e la realtà che stiamo vivendo.
L'impoverimento della classe media, l'aumento delle disuguaglianze, la progressiva digitalizzazione della società, l'espansione delle tecnologie di sorveglianza e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi militari sono oggi questioni centrali nelle decisioni dei governi e delle grandi organizzazioni internazionali.
Eppure, mentre queste trasformazioni vengono generalmente presentate all'opinione pubblica come conseguenze inevitabili del progresso tecnologico, delle crisi economiche o delle nuove esigenze di sicurezza, scopriamo che erano già oggetto di approfondite analisi strategiche molti anni prima della loro diffusione.
Un particolare rende la vicenda ancora più significativa: il programma britannico dedicato allo studio delle tendenze strategiche globali era stato avviato già nel 2001, dimostrando quanto lontano nel tempo si estenda la pianificazione degli apparati istituzionali.
Questo solleva una questione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Se governi e strutture militari studiano con decenni di anticipo l'evoluzione delle tecnologie, le possibili tensioni sociali e le reazioni della popolazione, significa che dispongono anche del tempo necessario per predisporre strategie, orientare investimenti e sviluppare strumenti attraverso i quali affrontare, gestire e potenzialmente influenzare quelle trasformazioni.
La questione diventa ancora più delicata quando il malcontento economico e la mobilitazione dei cittadini vengono analizzati nell'ambito della sicurezza nazionale, perché ciò significa che le conseguenze delle politiche economiche e sociali possono essere considerate anche sotto il profilo della stabilità e del mantenimento dell'ordine.
Ci troviamo così davanti a un paradosso: mentre ai cittadini viene chiesto di adattarsi a cambiamenti descritti come improvvisi e inevitabili, gli apparati strategici possono aver trascorso decenni a studiarli e a prepararsi alle loro conseguenze.
Forse è arrivato il momento di prestare maggiore attenzione ai documenti del passato, soprattutto quando provengono dalle stesse istituzioni che oggi partecipano alla definizione delle politiche economiche, tecnologiche e di sicurezza.
Perché, rileggendo quel rapporto del 2007 alla luce degli avvenimenti successivi, emerge un interrogativo che merita una riflessione ben più approfondita:
quanto del futuro che ci viene presentato come inevitabile è stato semplicemente previsto e quanto, invece, è stato progressivamente costruito attraverso decisioni prese molto prima che la popolazione ne conoscesse le conseguenze?
Nel 2007, quando gli smartphone non avevano ancora trasformato le nostre abitudini e l'intelligenza artificiale era lontana dalla vita quotidiana, il Ministero della Difesa britannico disponeva già di un rapporto nel quale venivano delineate alcune delle principali trasformazioni sociali, economiche e tecnologiche che avrebbero potuto caratterizzare il mondo fino al 2035.
Il documento, elaborato dal Development, Concepts and Doctrine Centre (DCDC) e riportato dal quotidiano The Guardian il 9 aprile 2007, descriveva una società nella quale la tecnologia avrebbe assunto un ruolo sempre più centrale, fino a rendere possibile il collegamento diretto tra cervello umano e computer, l'impiego di sistemi d'arma autonomi e la mobilitazione di grandi masse attraverso le reti digitali.
Ma gli aspetti più interessanti riguardavano le trasformazioni sociali.
Gli analisti britannici prevedevano che la crescente concentrazione della ricchezza avrebbe potuto alimentare un profondo malcontento nella classe media, fino a trasformarla in una nuova forza rivoluzionaria, capace di mettere in discussione gli equilibri politici ed economici esistenti.
A quasi vent'anni di distanza, è difficile ignorare le somiglianze tra quegli scenari e la realtà che stiamo vivendo.
L'impoverimento della classe media, l'aumento delle disuguaglianze, la progressiva digitalizzazione della società, l'espansione delle tecnologie di sorveglianza e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei sistemi militari sono oggi questioni centrali nelle decisioni dei governi e delle grandi organizzazioni internazionali.
Eppure, mentre queste trasformazioni vengono generalmente presentate all'opinione pubblica come conseguenze inevitabili del progresso tecnologico, delle crisi economiche o delle nuove esigenze di sicurezza, scopriamo che erano già oggetto di approfondite analisi strategiche molti anni prima della loro diffusione.
Un particolare rende la vicenda ancora più significativa: il programma britannico dedicato allo studio delle tendenze strategiche globali era stato avviato già nel 2001, dimostrando quanto lontano nel tempo si estenda la pianificazione degli apparati istituzionali.
Questo solleva una questione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Se governi e strutture militari studiano con decenni di anticipo l'evoluzione delle tecnologie, le possibili tensioni sociali e le reazioni della popolazione, significa che dispongono anche del tempo necessario per predisporre strategie, orientare investimenti e sviluppare strumenti attraverso i quali affrontare, gestire e potenzialmente influenzare quelle trasformazioni.
La questione diventa ancora più delicata quando il malcontento economico e la mobilitazione dei cittadini vengono analizzati nell'ambito della sicurezza nazionale, perché ciò significa che le conseguenze delle politiche economiche e sociali possono essere considerate anche sotto il profilo della stabilità e del mantenimento dell'ordine.
Ci troviamo così davanti a un paradosso: mentre ai cittadini viene chiesto di adattarsi a cambiamenti descritti come improvvisi e inevitabili, gli apparati strategici possono aver trascorso decenni a studiarli e a prepararsi alle loro conseguenze.
Forse è arrivato il momento di prestare maggiore attenzione ai documenti del passato, soprattutto quando provengono dalle stesse istituzioni che oggi partecipano alla definizione delle politiche economiche, tecnologiche e di sicurezza.
Perché, rileggendo quel rapporto del 2007 alla luce degli avvenimenti successivi, emerge un interrogativo che merita una riflessione ben più approfondita:
quanto del futuro che ci viene presentato come inevitabile è stato semplicemente previsto e quanto, invece, è stato progressivamente costruito attraverso decisioni prese molto prima che la popolazione ne conoscesse le conseguenze?
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The Guardian — 9 aprile 2007
https://www.theguardian.com/science/2007/apr/09/frontpagenews.news
Documento originale — Strategic Trends 2007–2036
https://www.cuttingthroughthematrix.com/articles/strat_trends_23jan07.pdf
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https://www.theguardian.com/science/2007/apr/09/frontpagenews.news
Documento originale — Strategic Trends 2007–2036
https://www.cuttingthroughthematrix.com/articles/strat_trends_23jan07.pdf
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the Guardian
Revolution, flashmobs, and brain chips. A grim vision of the future
Information chips implanted in the brain. Electromagnetic pulse weapons. The middle classes becoming revolutionary, taking on the role of Marx's proletariat. This is the world in 30 years' time envisaged by the Ministry of Defence.
🔥3
2019: L'ULTIMO ANNO DI UN MONDO CHE NON ESISTE PIÙ
C'è qualcosa di profondamente strano nel ripensare al 2019.
Nonostante siano trascorsi soltanto sette anni, sembra appartenere a un'altra epoca. A un mondo distante, quasi irriconoscibile.
Un mondo nel quale il futuro appariva ancora prevedibile, il tempo sembrava scorrere normalmente e la realtà conservava una certa coerenza.
Poi qualcosa si è spezzato.
Dal 2020 viviamo in una successione quasi ininterrotta di emergenze, crisi, conflitti, restrizioni, trasformazioni economiche e rivoluzioni tecnologiche.
Ogni volta che una crisi sembra concludersi, un'altra prende il suo posto. Ogni nuova emergenza introduce cambiamenti che, una volta terminata, raramente scompaiono del tutto.
E lentamente, quasi senza accorgercene, abbiamo cominciato ad accettare come normale ciò che pochi anni prima sarebbe sembrato impensabile.
Ma il cambiamento più profondo non è avvenuto intorno a noi. È avvenuto dentro di noi.
È cambiato il nostro rapporto con le istituzioni, con l'informazione, con le persone e persino con il tempo.
Le giornate sembrano scorrere sempre più velocemente, mentre gli anni perdono consistenza. Il passato appare lontanissimo e il futuro sempre più incerto.
E forse la sensazione più difficile da spiegare è un'altra.
Quella di vivere nello stesso mondo di sempre, senza riuscire più a riconoscersi in esso.
Osserviamo persone che continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato. Accettano nuove regole, nuove contraddizioni, nuove versioni della realtà. Si adattano, dimenticano e vanno avanti.
Mentre altri hanno cominciato a interrogarsi su ciò che prima consideravano scontato.
Da questa differenza nasce una distanza silenziosa.
Una solitudine che non dipende dall'assenza delle persone, ma dalla crescente difficoltà di condividere con loro lo stesso modo di interpretare ciò che accade.
E se il 2019 non fosse stato l'ultimo anno normale, ma l'ultimo anno in cui riuscivamo ancora a credere nella normalità?
Forse le contraddizioni erano già tutte presenti. Il controllo, la propaganda, gli interessi economici, la concentrazione del potere, la fragilità delle libertà che consideravamo acquisite.
Forse ciò che è cambiato è semplicemente la nostra capacità di vederle.
Ma perdere un'illusione ha un prezzo.
Perché una volta che inizi a mettere in discussione ciò che ti circonda, diventa difficile tornare alla tranquillità di prima.
Continui a vivere, lavorare, incontrare persone. Eppure qualcosa ti separa da quella realtà che un tempo chiamavi casa.
Il mondo è ancora lì. Sei tu che non riesci più a guardarlo con gli stessi occhi.
E forse è proprio questa la vera frattura iniziata nel 2020.
Non sappiamo se ciò che ci attende sarà un mondo più libero o una società ancora più controllata. La storia non garantisce che ogni risveglio conduca alla libertà.
Una cosa, però, è certa: il passato non tornerà.
E forse la sfida più grande sarà imparare a vivere senza le vecchie certezze, senza rinunciare alla capacità di pensare autonomamente.
Perché il 2019 potrebbe essere stato l'ultimo anno in cui ci sentivamo a casa nel mondo.
E da allora, forse, stiamo ancora cercando un posto al quale appartenere.
CODEX OF SECRETS — Oltre la verità
🔗 https://t.me/CodexOfSecrets
Inoltra questa riflessione a chi, almeno una volta, ha avuto la sensazione che dal 2020 qualcosa sia cambiato per sempre.
C'è qualcosa di profondamente strano nel ripensare al 2019.
Nonostante siano trascorsi soltanto sette anni, sembra appartenere a un'altra epoca. A un mondo distante, quasi irriconoscibile.
Un mondo nel quale il futuro appariva ancora prevedibile, il tempo sembrava scorrere normalmente e la realtà conservava una certa coerenza.
Poi qualcosa si è spezzato.
Dal 2020 viviamo in una successione quasi ininterrotta di emergenze, crisi, conflitti, restrizioni, trasformazioni economiche e rivoluzioni tecnologiche.
Ogni volta che una crisi sembra concludersi, un'altra prende il suo posto. Ogni nuova emergenza introduce cambiamenti che, una volta terminata, raramente scompaiono del tutto.
E lentamente, quasi senza accorgercene, abbiamo cominciato ad accettare come normale ciò che pochi anni prima sarebbe sembrato impensabile.
Ma il cambiamento più profondo non è avvenuto intorno a noi. È avvenuto dentro di noi.
È cambiato il nostro rapporto con le istituzioni, con l'informazione, con le persone e persino con il tempo.
Le giornate sembrano scorrere sempre più velocemente, mentre gli anni perdono consistenza. Il passato appare lontanissimo e il futuro sempre più incerto.
E forse la sensazione più difficile da spiegare è un'altra.
Quella di vivere nello stesso mondo di sempre, senza riuscire più a riconoscersi in esso.
Osserviamo persone che continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato. Accettano nuove regole, nuove contraddizioni, nuove versioni della realtà. Si adattano, dimenticano e vanno avanti.
Mentre altri hanno cominciato a interrogarsi su ciò che prima consideravano scontato.
Da questa differenza nasce una distanza silenziosa.
Una solitudine che non dipende dall'assenza delle persone, ma dalla crescente difficoltà di condividere con loro lo stesso modo di interpretare ciò che accade.
E se il 2019 non fosse stato l'ultimo anno normale, ma l'ultimo anno in cui riuscivamo ancora a credere nella normalità?
Forse le contraddizioni erano già tutte presenti. Il controllo, la propaganda, gli interessi economici, la concentrazione del potere, la fragilità delle libertà che consideravamo acquisite.
Forse ciò che è cambiato è semplicemente la nostra capacità di vederle.
Ma perdere un'illusione ha un prezzo.
Perché una volta che inizi a mettere in discussione ciò che ti circonda, diventa difficile tornare alla tranquillità di prima.
Continui a vivere, lavorare, incontrare persone. Eppure qualcosa ti separa da quella realtà che un tempo chiamavi casa.
Il mondo è ancora lì. Sei tu che non riesci più a guardarlo con gli stessi occhi.
E forse è proprio questa la vera frattura iniziata nel 2020.
Non sappiamo se ciò che ci attende sarà un mondo più libero o una società ancora più controllata. La storia non garantisce che ogni risveglio conduca alla libertà.
Una cosa, però, è certa: il passato non tornerà.
E forse la sfida più grande sarà imparare a vivere senza le vecchie certezze, senza rinunciare alla capacità di pensare autonomamente.
Perché il 2019 potrebbe essere stato l'ultimo anno in cui ci sentivamo a casa nel mondo.
E da allora, forse, stiamo ancora cercando un posto al quale appartenere.
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SE NON VOLEVANO SOLDI, COSA VOLEVANO?
Negli attacchi ai sistemi di refrigerazione europei c’è un elemento che merita particolare attenzione: fino a questo momento non risulta una richiesta di riscatto, né una rivendicazione pubblica, né un tentativo evidente di monetizzare immediatamente l’accesso ottenuto. Questo cambia il modo in cui dovremmo leggere l’episodio.
Se l’obiettivo non era il denaro, quale poteva essere?
Gli attacchi informatici più comuni seguono una logica riconoscibile: un sistema viene bloccato, i dati vengono sottratti e successivamente viene richiesto un pagamento. In questo caso, invece, il danno è stato prodotto direttamente sul mondo fisico, attraverso la modifica delle temperature e l’interruzione del normale funzionamento degli impianti.
In alcuni casi, i freezer sarebbero stati portati fino a 50 °C, provocando la perdita delle merci conservate e costringendo alcuni operatori a scollegare i sistemi dalla rete.
Ma c’è una domanda che viene posta molto meno.
Siamo davvero sicuri che l’attacco sia arrivato dall’esterno?
Quando si parla di cyberattacchi, la narrazione pubblica tende quasi automaticamente a cercare hacker stranieri, gruppi criminali o attori ostili che penetrano un sistema da lontano. È certamente una possibilità, ma non è l’unica. Un’infrastruttura di questo tipo può essere controllata anche attraverso account amministrativi, credenziali di manutenzione, piattaforme centralizzate, fornitori esterni e software che consentono interventi remoti perfettamente legittimi.
Ed è proprio questo che rende plausibile anche uno scenario diverso.
Chi conosce già l’architettura del sistema non deve necessariamente violarlo dall’esterno. Potrebbe sapere quali dispositivi sono raggiungibili, quali credenziali utilizzare, quali parametri modificare e, soprattutto, come produrre un danno senza compromettere completamente l’infrastruttura.
C’è poi un’altra possibilità che merita di essere considerata.
Un’azione interna avrebbe potuto avere come obiettivo non il guadagno immediato, ma la verifica della resilienza dei sistemi: capire quanto rapidamente venga individuata un’anomalia, quanto tempo occorra per reagire, quali procedure vengano attivate e quali infrastrutture possano essere controllate contemporaneamente. In altre parole, ciò che dall’esterno appare come un sabotaggio potrebbe anche funzionare come un test su scala reale.
Esiste inoltre un ulteriore elemento da considerare. Se diversi impianti utilizzano lo stesso software, lo stesso fornitore o la stessa piattaforma di gestione remota, non sarebbe necessario compromettere ogni singolo frigorifero. Potrebbe essere sufficiente ottenere accesso a un livello superiore dell’infrastruttura.
A quel punto, la domanda non sarebbe più soltanto chi abbia attaccato quei sistemi, ma chi possiede normalmente le chiavi per controllarli.
Finché non verranno pubblicati dati tecnici sull’origine degli accessi, sulle credenziali utilizzate e sui sistemi di gestione coinvolti, l’ipotesi dell’attacco esterno rimane soltanto una delle possibilità.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.
Stiamo costruendo una società nella quale edifici, trasporti, magazzini, reti energetiche, dispositivi sanitari e sistemi industriali dipendono sempre più da piattaforme che possono essere amministrate a distanza. In un ambiente del genere, il confine tra chi è “dentro” e chi è “fuori” diventa sempre più difficile da distinguere.
Se chi ha provocato il danno disponeva già di un accesso legittimo, compromesso o condiviso, potrebbe non aver avuto bisogno di forzare alcuna porta.
E allora la domanda cambia ancora: se non volevano soldi, siamo sicuri che qualcuno sia entrato nel sistema oppure dovremmo chiederci chi fosse già dentro?
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Se l’obiettivo non era il denaro, quale poteva essere?
Gli attacchi informatici più comuni seguono una logica riconoscibile: un sistema viene bloccato, i dati vengono sottratti e successivamente viene richiesto un pagamento. In questo caso, invece, il danno è stato prodotto direttamente sul mondo fisico, attraverso la modifica delle temperature e l’interruzione del normale funzionamento degli impianti.
In alcuni casi, i freezer sarebbero stati portati fino a 50 °C, provocando la perdita delle merci conservate e costringendo alcuni operatori a scollegare i sistemi dalla rete.
Ma c’è una domanda che viene posta molto meno.
Siamo davvero sicuri che l’attacco sia arrivato dall’esterno?
Quando si parla di cyberattacchi, la narrazione pubblica tende quasi automaticamente a cercare hacker stranieri, gruppi criminali o attori ostili che penetrano un sistema da lontano. È certamente una possibilità, ma non è l’unica. Un’infrastruttura di questo tipo può essere controllata anche attraverso account amministrativi, credenziali di manutenzione, piattaforme centralizzate, fornitori esterni e software che consentono interventi remoti perfettamente legittimi.
Ed è proprio questo che rende plausibile anche uno scenario diverso.
Chi conosce già l’architettura del sistema non deve necessariamente violarlo dall’esterno. Potrebbe sapere quali dispositivi sono raggiungibili, quali credenziali utilizzare, quali parametri modificare e, soprattutto, come produrre un danno senza compromettere completamente l’infrastruttura.
C’è poi un’altra possibilità che merita di essere considerata.
Un’azione interna avrebbe potuto avere come obiettivo non il guadagno immediato, ma la verifica della resilienza dei sistemi: capire quanto rapidamente venga individuata un’anomalia, quanto tempo occorra per reagire, quali procedure vengano attivate e quali infrastrutture possano essere controllate contemporaneamente. In altre parole, ciò che dall’esterno appare come un sabotaggio potrebbe anche funzionare come un test su scala reale.
Esiste inoltre un ulteriore elemento da considerare. Se diversi impianti utilizzano lo stesso software, lo stesso fornitore o la stessa piattaforma di gestione remota, non sarebbe necessario compromettere ogni singolo frigorifero. Potrebbe essere sufficiente ottenere accesso a un livello superiore dell’infrastruttura.
A quel punto, la domanda non sarebbe più soltanto chi abbia attaccato quei sistemi, ma chi possiede normalmente le chiavi per controllarli.
Finché non verranno pubblicati dati tecnici sull’origine degli accessi, sulle credenziali utilizzate e sui sistemi di gestione coinvolti, l’ipotesi dell’attacco esterno rimane soltanto una delle possibilità.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.
Stiamo costruendo una società nella quale edifici, trasporti, magazzini, reti energetiche, dispositivi sanitari e sistemi industriali dipendono sempre più da piattaforme che possono essere amministrate a distanza. In un ambiente del genere, il confine tra chi è “dentro” e chi è “fuori” diventa sempre più difficile da distinguere.
Se chi ha provocato il danno disponeva già di un accesso legittimo, compromesso o condiviso, potrebbe non aver avuto bisogno di forzare alcuna porta.
E allora la domanda cambia ancora: se non volevano soldi, siamo sicuri che qualcuno sia entrato nel sistema oppure dovremmo chiederci chi fosse già dentro?
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La Distanza
Ci sono forme di solitudine che non hanno bisogno dell'assenza degli altri per manifestarsi.
Si può essere seduti a una tavola, partecipare a una conversazione, sorridere per qualcosa che viene detto e, nello stesso momento, avvertire una separazione difficile da spiegare. Tutto sembra svolgersi normalmente. Le parole si susseguono, i gesti conservano la loro familiarità, le persone continuano a riconoscersi reciprocamente. Eppure, dietro quella normalità, qualcosa ha smesso di coincidere.
Non è facile stabilire quando cominci.
Forse accade quando ci si accorge che le stesse parole, pronunciate da persone diverse, non indicano più le stesse cose. Oppure quando ciò che per qualcuno rappresenta una certezza diventa, per un altro, l'origine di una domanda alla quale non riesce più a sottrarsi.
All'inizio si prova a spiegare.
Si cercano le parole adatte, si ricostruiscono i ragionamenti, si tenta di mostrare come si sia arrivati a vedere le cose in maniera diversa. Lo si fa con la convinzione che comprendere il percorso di un pensiero possa almeno rendere possibile un incontro, anche quando le conclusioni rimangono lontane.
Ma non sempre accade.
Talvolta ci si accorge che la distanza precede persino la discussione. Risiede nelle premesse, nelle esperienze, nel significato attribuito a ciò che viene considerato importante. Si parla della stessa realtà, ma si ha l'impressione di abitarne rappresentazioni differenti.
E lentamente qualcosa cambia.
Non necessariamente nei rapporti, che possono rimanere affettuosi e sinceri, né nella considerazione che si ha delle persone. Cambia il modo di partecipare. Si comincia a scegliere quali pensieri condividere, quali domande lasciare sospese e quali argomenti evitare, non perché siano privi di significato, ma perché si conosce già la fatica che comporterebbe affrontarli.
È una rinuncia quasi impercettibile, che raramente viene riconosciuta come tale.
Si continua a parlare, ma una parte crescente di ciò che si pensa rimane inespressa. Si ascoltano opinioni che un tempo si sarebbero discusse, si lasciano passare affermazioni sulle quali ci si sarebbe soffermati, si impara a distinguere le conversazioni che possono essere condivise da quelle che sembrano destinate a interrompersi prima ancora di cominciare.
E così il silenzio, inizialmente scelto per preservare una relazione, finisce per introdurre una distanza proprio all'interno di ciò che si desiderava proteggere.
La solitudine assume allora una forma particolare.
Non deriva necessariamente dal sentirsi rifiutati.
Spesso nessuno ha escluso nessuno.
Le persone continuano a essere presenti, a dimostrare affetto, a offrire la propria compagnia.
E tuttavia rimane la sensazione che una parte essenziale di sé non riesca più a trovare uno spazio in quella vicinanza.
È forse questa la contraddizione più difficile da accettare: si può appartenere alla vita di qualcuno senza riuscire a condividere pienamente il proprio modo di viverla.
E non basta riconoscere che ciascuno osserva il mondo attraverso esperienze differenti. Lo si sa, naturalmente. Si comprende anche che le proprie convinzioni non sono immuni dall'errore, che la distanza può essere alimentata da entrambe le parti e che nessuno possiede uno sguardo capace di esaurire la complessità del reale.
Ma questa consapevolezza, per quanto necessaria, non elimina il senso di estraneità.
Perché il problema, a un certo punto, smette di riguardare chi abbia ragione.
Riguarda la possibilità stessa di condividere un pensiero senza che diventi una contrapposizione, di esprimere un dubbio senza che venga interpretato come una provocazione, di raccontare ciò che si percepisce senza avvertire immediatamente il peso di doverlo difendere.
Si finisce così per desiderare qualcosa di apparentemente semplice: essere ascoltati senza che ogni parola debba trasformarsi in una dimostrazione.
Non si pretende necessariamente l'accordo. Talvolta sarebbe sufficiente sapere che il proprio pensiero possa essere accolto come parte di una persona, anche quando non viene condiviso.
Ci sono forme di solitudine che non hanno bisogno dell'assenza degli altri per manifestarsi.
Si può essere seduti a una tavola, partecipare a una conversazione, sorridere per qualcosa che viene detto e, nello stesso momento, avvertire una separazione difficile da spiegare. Tutto sembra svolgersi normalmente. Le parole si susseguono, i gesti conservano la loro familiarità, le persone continuano a riconoscersi reciprocamente. Eppure, dietro quella normalità, qualcosa ha smesso di coincidere.
Non è facile stabilire quando cominci.
Forse accade quando ci si accorge che le stesse parole, pronunciate da persone diverse, non indicano più le stesse cose. Oppure quando ciò che per qualcuno rappresenta una certezza diventa, per un altro, l'origine di una domanda alla quale non riesce più a sottrarsi.
All'inizio si prova a spiegare.
Si cercano le parole adatte, si ricostruiscono i ragionamenti, si tenta di mostrare come si sia arrivati a vedere le cose in maniera diversa. Lo si fa con la convinzione che comprendere il percorso di un pensiero possa almeno rendere possibile un incontro, anche quando le conclusioni rimangono lontane.
Ma non sempre accade.
Talvolta ci si accorge che la distanza precede persino la discussione. Risiede nelle premesse, nelle esperienze, nel significato attribuito a ciò che viene considerato importante. Si parla della stessa realtà, ma si ha l'impressione di abitarne rappresentazioni differenti.
E lentamente qualcosa cambia.
Non necessariamente nei rapporti, che possono rimanere affettuosi e sinceri, né nella considerazione che si ha delle persone. Cambia il modo di partecipare. Si comincia a scegliere quali pensieri condividere, quali domande lasciare sospese e quali argomenti evitare, non perché siano privi di significato, ma perché si conosce già la fatica che comporterebbe affrontarli.
È una rinuncia quasi impercettibile, che raramente viene riconosciuta come tale.
Si continua a parlare, ma una parte crescente di ciò che si pensa rimane inespressa. Si ascoltano opinioni che un tempo si sarebbero discusse, si lasciano passare affermazioni sulle quali ci si sarebbe soffermati, si impara a distinguere le conversazioni che possono essere condivise da quelle che sembrano destinate a interrompersi prima ancora di cominciare.
E così il silenzio, inizialmente scelto per preservare una relazione, finisce per introdurre una distanza proprio all'interno di ciò che si desiderava proteggere.
La solitudine assume allora una forma particolare.
Non deriva necessariamente dal sentirsi rifiutati.
Spesso nessuno ha escluso nessuno.
Le persone continuano a essere presenti, a dimostrare affetto, a offrire la propria compagnia.
E tuttavia rimane la sensazione che una parte essenziale di sé non riesca più a trovare uno spazio in quella vicinanza.
È forse questa la contraddizione più difficile da accettare: si può appartenere alla vita di qualcuno senza riuscire a condividere pienamente il proprio modo di viverla.
E non basta riconoscere che ciascuno osserva il mondo attraverso esperienze differenti. Lo si sa, naturalmente. Si comprende anche che le proprie convinzioni non sono immuni dall'errore, che la distanza può essere alimentata da entrambe le parti e che nessuno possiede uno sguardo capace di esaurire la complessità del reale.
Ma questa consapevolezza, per quanto necessaria, non elimina il senso di estraneità.
Perché il problema, a un certo punto, smette di riguardare chi abbia ragione.
Riguarda la possibilità stessa di condividere un pensiero senza che diventi una contrapposizione, di esprimere un dubbio senza che venga interpretato come una provocazione, di raccontare ciò che si percepisce senza avvertire immediatamente il peso di doverlo difendere.
Si finisce così per desiderare qualcosa di apparentemente semplice: essere ascoltati senza che ogni parola debba trasformarsi in una dimostrazione.
Non si pretende necessariamente l'accordo. Talvolta sarebbe sufficiente sapere che il proprio pensiero possa essere accolto come parte di una persona, anche quando non viene condiviso.
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Eppure, proprio questa semplicità sembra diventare difficile da raggiungere.
Col tempo si impara a convivere con la distanza. La si porta nelle conversazioni quotidiane, nei rapporti più familiari, perfino nei momenti che dovrebbero essere privi di tensione. Non occupa ogni pensiero e non impedisce necessariamente di provare gioia, affetto o gratitudine. Rimane però sullo sfondo, come una separazione che non ha bisogno di manifestarsi continuamente per essere presente.
Ci sono giorni in cui sembra attenuarsi. Altri in cui basta una frase, un commento casuale, una conversazione ascoltata distrattamente perché torni a farsi sentire con tutta la sua intensità.
E allora si comprende quanto possa essere doloroso sentirsi lontani senza essersi mai allontanati.
Forse è questo l'aspetto più singolare di una simile solitudine: non si desidera davvero abbandonare gli altri, perché il legame con loro continua a esistere. Si vorrebbe soltanto trovare un modo di restare, senza dover rinunciare a una parte di ciò che si è diventati.
Ma anche questo desiderio contiene una difficoltà.
Quanto di sé è possibile conservare senza trasformare la propria diversità in isolamento?
E quanto è possibile avvicinarsi agli altri senza fingere una somiglianza che non si avverte più?
Non esiste una risposta semplice, perché la distanza non appartiene soltanto alle differenze che separano le persone. Talvolta cresce anche attraverso il bisogno di proteggerle, nella paura di compromettere ciò che ancora le unisce.
E forse si arriva a un punto in cui la solitudine più profonda non consiste nel non avere nessuno accanto.
Consiste nel sentire ogni giorno più chiaramente quanto di sé rimanga irraggiungibile.
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Col tempo si impara a convivere con la distanza. La si porta nelle conversazioni quotidiane, nei rapporti più familiari, perfino nei momenti che dovrebbero essere privi di tensione. Non occupa ogni pensiero e non impedisce necessariamente di provare gioia, affetto o gratitudine. Rimane però sullo sfondo, come una separazione che non ha bisogno di manifestarsi continuamente per essere presente.
Ci sono giorni in cui sembra attenuarsi. Altri in cui basta una frase, un commento casuale, una conversazione ascoltata distrattamente perché torni a farsi sentire con tutta la sua intensità.
E allora si comprende quanto possa essere doloroso sentirsi lontani senza essersi mai allontanati.
Forse è questo l'aspetto più singolare di una simile solitudine: non si desidera davvero abbandonare gli altri, perché il legame con loro continua a esistere. Si vorrebbe soltanto trovare un modo di restare, senza dover rinunciare a una parte di ciò che si è diventati.
Ma anche questo desiderio contiene una difficoltà.
Quanto di sé è possibile conservare senza trasformare la propria diversità in isolamento?
E quanto è possibile avvicinarsi agli altri senza fingere una somiglianza che non si avverte più?
Non esiste una risposta semplice, perché la distanza non appartiene soltanto alle differenze che separano le persone. Talvolta cresce anche attraverso il bisogno di proteggerle, nella paura di compromettere ciò che ancora le unisce.
E forse si arriva a un punto in cui la solitudine più profonda non consiste nel non avere nessuno accanto.
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IL MERCATO DEGLI OCCHI INVISIBILI
Lo spyware non è più soltanto uno strumento riservato alle grandi potenze.
Oggi esiste un mercato in cui capacità di intrusione, sorveglianza e accesso remoto possono essere acquistate da governi, intermediari e clienti privati.
Apple ha avvisato utenti in oltre 150 Paesi. L’intelligence britannica ammette che il mercato commerciale ha abbassato drasticamente la soglia necessaria per ottenere strumenti che un tempo richiedevano apparati statali.
Il vero prodotto, però, non è lo spyware: è l’accesso.
Accesso a telefoni, conversazioni, spostamenti, relazioni e reti personali.
Nel nuovo dossier di Codex of Secrets analizziamo come lo spionaggio sia diventato un servizio, chi vende queste capacità, chi le compra e perché persino le democrazie occidentali stanno faticando a controllarne l’uso.
Il problema non è più sapere se qualcuno può entrare nel tuo dispositivo.
Il problema è capire chi può permettersi di farlo.
CODEX OF SECRETS — Oltre la verità
IL MERCATO DEGLI OCCHI INVISIBILI: Quando lo spionaggio diventa un servizio
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Alla fine di ottobre Apple ha iniziato a inviare una nuova serie di notifiche a persone che ritiene siano state prese di mira da spyware mercenari particolarmente sofisticati. Secondo le notifiche rese pubbliche e verificate da ricercatori di sicurezza, questa…
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