Come il Comportamento Diventa il Tuo Documento d’Identità
Dal 10 dicembre 2025, in Australia, molte piattaforme social devono impedire ai minori di 16 anni di possedere un account. Facebook, Instagram, TikTok, X, YouTube, Reddit, Snapchat e altre piattaforme devono quindi stabilire se una persona abbia realmente l’età dichiarata. Si potrebbe pensare a un semplice documento d’identità. Il sistema, però, può funzionare in modo molto più sofisticato.
Secondo le indicazioni ufficiali dell’eSafety Commissioner australiano, le piattaforme possono utilizzare diversi segnali per stimare l’età di un utente:
Possono analizzare il livello e lo stile del linguaggio utilizzato
Possono osservare i contenuti con cui interagisce
Possono analizzare fotografie e video per stimare l’età del volto
Possono utilizzare la voce
Possono verificare se gli orari di attività coincidono con quelli scolastici
Possono osservare se l’utente frequenta gruppi destinati ai più giovani o se interagisce prevalentemente con persone che sembrano avere meno di 16 anni
Per stabilire se una persona si trovi realmente in Australia possono inoltre essere utilizzati indirizzo IP, GPS, lingua e fuso orario del dispositivo, numero telefonico, identificativo del dispositivo, impostazioni del sistema operativo, fotografie, tag, connessioni e attività dell’account.
In altre parole, non è sempre necessario chiederti chi sei: il sistema può provare a dedurlo dal tuo comportamento. La cosa diventa ancora più significativa perché un controllo già superato non chiude necessariamente la questione. Se successivamente emergono segnali incompatibili con l’età dichiarata, la piattaforma può effettuare una nuova verifica e arrivare alla sospensione dell’account. La finalità dichiarata è proteggere i minori, ma l’infrastruttura necessaria per farlo introduce qualcosa che merita attenzione: la possibilità di costruire un profilo dell’individuo osservando ciò che scrive, guarda, dice, frequenta e il modo in cui utilizza il proprio dispositivo.
Oggi l’obiettivo è stimare l’età, domani la stessa capacità tecnica potrebbe essere utilizzata per dedurre molte altre caratteristiche. È questo il punto che va oltre la legge australiana. Per anni abbiamo pensato che l’identificazione digitale richiedesse un documento, una password o almeno una domanda. Ora stiamo entrando in una fase diversa. Il sistema può osservarti abbastanza a lungo da arrivare da solo alla risposta.
Quando una macchina conosce la tua posizione, analizza il tuo linguaggio, riconosce il tuo volto, ascolta la tua voce, osserva i tuoi orari e studia le persone con cui interagisci, la verifica dell’età diventa soltanto una delle possibili applicazioni. Il controllo digitale potrebbe quindi non avere bisogno di chiedere sempre più informazioni, potrebbe semplicemente imparare a ricavarle.
@CodexOfSecrets
https://www.esafety.gov.au/parents/social-media-age-restrictions
https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions/faqs
https://www.esafety.gov.au/sites/default/files/2025-09/eSafety-SMMA-Regulatory-Guidance.pdf
Dal 10 dicembre 2025, in Australia, molte piattaforme social devono impedire ai minori di 16 anni di possedere un account. Facebook, Instagram, TikTok, X, YouTube, Reddit, Snapchat e altre piattaforme devono quindi stabilire se una persona abbia realmente l’età dichiarata. Si potrebbe pensare a un semplice documento d’identità. Il sistema, però, può funzionare in modo molto più sofisticato.
Secondo le indicazioni ufficiali dell’eSafety Commissioner australiano, le piattaforme possono utilizzare diversi segnali per stimare l’età di un utente:
Possono analizzare il livello e lo stile del linguaggio utilizzato
Possono osservare i contenuti con cui interagisce
Possono analizzare fotografie e video per stimare l’età del volto
Possono utilizzare la voce
Possono verificare se gli orari di attività coincidono con quelli scolastici
Possono osservare se l’utente frequenta gruppi destinati ai più giovani o se interagisce prevalentemente con persone che sembrano avere meno di 16 anni
Per stabilire se una persona si trovi realmente in Australia possono inoltre essere utilizzati indirizzo IP, GPS, lingua e fuso orario del dispositivo, numero telefonico, identificativo del dispositivo, impostazioni del sistema operativo, fotografie, tag, connessioni e attività dell’account.
In altre parole, non è sempre necessario chiederti chi sei: il sistema può provare a dedurlo dal tuo comportamento. La cosa diventa ancora più significativa perché un controllo già superato non chiude necessariamente la questione. Se successivamente emergono segnali incompatibili con l’età dichiarata, la piattaforma può effettuare una nuova verifica e arrivare alla sospensione dell’account. La finalità dichiarata è proteggere i minori, ma l’infrastruttura necessaria per farlo introduce qualcosa che merita attenzione: la possibilità di costruire un profilo dell’individuo osservando ciò che scrive, guarda, dice, frequenta e il modo in cui utilizza il proprio dispositivo.
Oggi l’obiettivo è stimare l’età, domani la stessa capacità tecnica potrebbe essere utilizzata per dedurre molte altre caratteristiche. È questo il punto che va oltre la legge australiana. Per anni abbiamo pensato che l’identificazione digitale richiedesse un documento, una password o almeno una domanda. Ora stiamo entrando in una fase diversa. Il sistema può osservarti abbastanza a lungo da arrivare da solo alla risposta.
Quando una macchina conosce la tua posizione, analizza il tuo linguaggio, riconosce il tuo volto, ascolta la tua voce, osserva i tuoi orari e studia le persone con cui interagisci, la verifica dell’età diventa soltanto una delle possibili applicazioni. Il controllo digitale potrebbe quindi non avere bisogno di chiedere sempre più informazioni, potrebbe semplicemente imparare a ricavarle.
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https://www.esafety.gov.au/parents/social-media-age-restrictions
https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions/faqs
https://www.esafety.gov.au/sites/default/files/2025-09/eSafety-SMMA-Regulatory-Guidance.pdf
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In 1984, Orwell descrive un meccanismo quasi perfetto: la razione di cioccolato viene ridotta, poi la propaganda presenta la nuova quantità come un risultato positivo. Il cittadino deve dimenticare quanto riceveva ieri e convincersi che oggi abbia ottenuto qualcosa.
Il meccanismo comunicativo è sorprendentemente attuale.
Un carburante che arriva a 1,99 euro al litro viene presentato attraverso la parola rassicurante «tetto». Un prezzo estremamente elevato smette così di apparire soltanto come un problema e può essere raccontato come una conquista: abbiamo impedito che salisse ancora.
La realtà economica rimane la stessa. Cambia il modo in cui viene confezionata.
Orwell lo aveva capito bene: quando si riesce a controllare il confronto con il passato, perfino un peggioramento può essere trasformato, nella narrazione pubblica, in una vittoria.
@CodexOfSecrets
Il meccanismo comunicativo è sorprendentemente attuale.
Un carburante che arriva a 1,99 euro al litro viene presentato attraverso la parola rassicurante «tetto». Un prezzo estremamente elevato smette così di apparire soltanto come un problema e può essere raccontato come una conquista: abbiamo impedito che salisse ancora.
La realtà economica rimane la stessa. Cambia il modo in cui viene confezionata.
Orwell lo aveva capito bene: quando si riesce a controllare il confronto con il passato, perfino un peggioramento può essere trasformato, nella narrazione pubblica, in una vittoria.
@CodexOfSecrets
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Quando le Criptovalute Smettono di Essere Tue
Le criptovalute sono nate anche con una promessa precisa: restituire all’individuo il controllo del proprio denaro, riducendo la dipendenza da banche e intermediari.
Tuttavia, quando vengono custodite su un exchange, quella promessa cambia profondamente.
Il recente attacco contro Bitget, che ha coinvolto trasferimenti non autorizzati per centinaia di milioni di dollari, mostra quanto possa essere fragile la sicurezza di un patrimonio che esiste interamente all’interno di un’infrastruttura digitale.
Chi lascia le proprie criptovalute su una piattaforma non controlla direttamente le chiavi che permettono di utilizzarle. Tra il proprietario e i suoi fondi rimangono server, software, sistemi di autenticazione e società che custodiscono materialmente l’accesso agli asset.
Se quell’infrastruttura viene violata, bloccata o sospende i prelievi, il saldo può continuare ad apparire sullo schermo mentre la possibilità di utilizzare quei fondi viene meno.
Esiste poi un altro aspetto di cui si parla meno: la privacy.
La blockchain può essere pseudonima, ma le transazioni rimangono registrate. Quando gli indirizzi vengono collegati a un’identità attraverso un exchange, procedure KYC o altri servizi, diventa possibile ricostruire una parte considerevole dei movimenti finanziari di una persona.
Si arriva così a un curioso paradosso.
Una tecnologia nata per eliminare gli intermediari viene utilizzata da milioni di persone attraverso nuovi intermediari. Una tecnologia associata alla privacy produce registri permanenti delle transazioni. Una forma di denaro presentata come indipendente può diventare inaccessibile nel momento in cui la piattaforma che la custodisce decide di sospendere i prelievi o subisce un attacco.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto il valore delle criptovalute.
Riguarda soprattutto una domanda molto più semplice: chi possiede realmente il controllo dei fondi?
Nel mondo delle criptovalute esiste da anni una frase che riassume bene questo principio: se non controlli personalmente le chiavi private, il controllo effettivo delle tue criptovalute dipende anche da qualcun altro.
@CodexOfSecrets
https://swentr.site/news/646241-hackers-breach-crypto-exchange/
Le criptovalute sono nate anche con una promessa precisa: restituire all’individuo il controllo del proprio denaro, riducendo la dipendenza da banche e intermediari.
Tuttavia, quando vengono custodite su un exchange, quella promessa cambia profondamente.
Il recente attacco contro Bitget, che ha coinvolto trasferimenti non autorizzati per centinaia di milioni di dollari, mostra quanto possa essere fragile la sicurezza di un patrimonio che esiste interamente all’interno di un’infrastruttura digitale.
Chi lascia le proprie criptovalute su una piattaforma non controlla direttamente le chiavi che permettono di utilizzarle. Tra il proprietario e i suoi fondi rimangono server, software, sistemi di autenticazione e società che custodiscono materialmente l’accesso agli asset.
Se quell’infrastruttura viene violata, bloccata o sospende i prelievi, il saldo può continuare ad apparire sullo schermo mentre la possibilità di utilizzare quei fondi viene meno.
Esiste poi un altro aspetto di cui si parla meno: la privacy.
La blockchain può essere pseudonima, ma le transazioni rimangono registrate. Quando gli indirizzi vengono collegati a un’identità attraverso un exchange, procedure KYC o altri servizi, diventa possibile ricostruire una parte considerevole dei movimenti finanziari di una persona.
Si arriva così a un curioso paradosso.
Una tecnologia nata per eliminare gli intermediari viene utilizzata da milioni di persone attraverso nuovi intermediari. Una tecnologia associata alla privacy produce registri permanenti delle transazioni. Una forma di denaro presentata come indipendente può diventare inaccessibile nel momento in cui la piattaforma che la custodisce decide di sospendere i prelievi o subisce un attacco.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto il valore delle criptovalute.
Riguarda soprattutto una domanda molto più semplice: chi possiede realmente il controllo dei fondi?
Nel mondo delle criptovalute esiste da anni una frase che riassume bene questo principio: se non controlli personalmente le chiavi private, il controllo effettivo delle tue criptovalute dipende anche da qualcun altro.
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Quando il Dissenso Veniva Combattuto dall’Interno
Per anni, negli Stati Uniti, attivisti e movimenti politici sostennero di essere sorvegliati, infiltrati e messi gli uni contro gli altri. Poi vennero aperti gli archivi.
Nel 1956 l’FBI avviò COINTELPRO, un programma segreto che colpì comunisti, Black Panthers, organizzazioni della nuova sinistra e altri gruppi politici. L’FBI stessa riconosce oggi che alcuni agenti entrarono nelle organizzazioni, alimentarono contrasti interni e cercarono di screditarne membri e attività, anche quando esistevano poche o nessuna prova di comportamenti illegali.
Un documento del 1967 indicava chiaramente lo scopo: “expose, disrupt, misdirect, discredit, or otherwise neutralise”. Osservare il dissenso dall’esterno, quindi, non era sempre sufficiente. In alcuni casi bisognava entrare al suo interno.
La stessa Guerra fredda produceva, dall’altra parte dell’Atlantico, strumenti differenti ma inseriti nella medesima strategia di contenimento del comunismo. E l’Italia occupava una posizione centrale. Documenti ufficiali americani confermano che, tra il 1948 e il 1968, Washington finanziò clandestinamente partiti, sindacati e programmi di azione politica italiani con l’obiettivo di rafforzare le forze filo-occidentali. Nel 1952 comparve anche il Piano Demagnetize, rivolto soprattutto all'Italia e alla Francia. Lo scopo era ridurre l’influenza politica e sindacale comunista attraverso strumenti politici e psicologici, mantenendo l’operazione lontana dall’opinione pubblica. Negli stessi anni prendeva forma un’altra struttura destinata a rimanere segreta per decenni: Gladio.
Era la componente italiana della rete Stay Behind, costruita durante la Guerra fredda attraverso la collaborazione tra i servizi italiani e quelli statunitensi. La sua funzione ufficiale era preparare uomini, comunicazioni, depositi clandestini e strutture operative che sarebbero entrati in azione in caso di invasione o occupazione sovietica. Gladio non era COINTELPRO e non era Demagnetize. Tuttavia apparteneva allo stesso mondo nel quale la difesa dell’equilibrio occidentale non passava soltanto dalle istituzioni visibili. Questo a dimostrazione che accanto alla politica ufficiale, esistevano finanziamenti riservati, guerra psicologica, reti clandestine e operazioni di intelligence. E negli anni Settanta questa logica era ancora attiva.
Nel 1976, alla vigilia delle elezioni italiane, la CIA condusse un programma clandestino di propaganda e disinformazione. Un memorandum destinato al presidente Ford riferisce persino della diffusione di materiale fabbricato per rafforzare nell’opinione pubblica il collegamento tra il PCI e l’Unione Sovietica. Nel frattempo, sul fronte interno, i servizi italiani utilizzavano informatori e infiltrati anche contro il terrorismo delle Brigate Rosse.
Ciò dimostra che infiltrazioni, finanziamenti occulti, propaganda, guerra psicologica e strutture clandestine furono strumenti realmente utilizzati durante la guerra fredda nel mondo occidentale. Cambiavano i nomi e cambiavano i metodi a seconda del contesto, ma alla base rimaneva la convinzione che alcuni equilibri politici fossero troppo importanti per essere lasciati esclusivamente al confronto pubblico e alla scelta degli elettori.
Naturalmente, tutto questo avveniva senza che i cittadini ne fossero a conoscenza.
D’altronde, è questo uno dei vantaggi delle operazioni segrete: mentre accadono, chi ne parla sembra vedere complotti ovunque. Quando gli archivi vengono aperti, invece, quelle stesse operazioni diventano storia.
@CodexOfSecrets
https://www.fbi.gov/history/history-of-the-fbi/and-justice-for-all
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v41/d180
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve15p2Ed2/d375
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/264890.pdf
Per anni, negli Stati Uniti, attivisti e movimenti politici sostennero di essere sorvegliati, infiltrati e messi gli uni contro gli altri. Poi vennero aperti gli archivi.
Nel 1956 l’FBI avviò COINTELPRO, un programma segreto che colpì comunisti, Black Panthers, organizzazioni della nuova sinistra e altri gruppi politici. L’FBI stessa riconosce oggi che alcuni agenti entrarono nelle organizzazioni, alimentarono contrasti interni e cercarono di screditarne membri e attività, anche quando esistevano poche o nessuna prova di comportamenti illegali.
Un documento del 1967 indicava chiaramente lo scopo: “expose, disrupt, misdirect, discredit, or otherwise neutralise”. Osservare il dissenso dall’esterno, quindi, non era sempre sufficiente. In alcuni casi bisognava entrare al suo interno.
La stessa Guerra fredda produceva, dall’altra parte dell’Atlantico, strumenti differenti ma inseriti nella medesima strategia di contenimento del comunismo. E l’Italia occupava una posizione centrale. Documenti ufficiali americani confermano che, tra il 1948 e il 1968, Washington finanziò clandestinamente partiti, sindacati e programmi di azione politica italiani con l’obiettivo di rafforzare le forze filo-occidentali. Nel 1952 comparve anche il Piano Demagnetize, rivolto soprattutto all'Italia e alla Francia. Lo scopo era ridurre l’influenza politica e sindacale comunista attraverso strumenti politici e psicologici, mantenendo l’operazione lontana dall’opinione pubblica. Negli stessi anni prendeva forma un’altra struttura destinata a rimanere segreta per decenni: Gladio.
Era la componente italiana della rete Stay Behind, costruita durante la Guerra fredda attraverso la collaborazione tra i servizi italiani e quelli statunitensi. La sua funzione ufficiale era preparare uomini, comunicazioni, depositi clandestini e strutture operative che sarebbero entrati in azione in caso di invasione o occupazione sovietica. Gladio non era COINTELPRO e non era Demagnetize. Tuttavia apparteneva allo stesso mondo nel quale la difesa dell’equilibrio occidentale non passava soltanto dalle istituzioni visibili. Questo a dimostrazione che accanto alla politica ufficiale, esistevano finanziamenti riservati, guerra psicologica, reti clandestine e operazioni di intelligence. E negli anni Settanta questa logica era ancora attiva.
Nel 1976, alla vigilia delle elezioni italiane, la CIA condusse un programma clandestino di propaganda e disinformazione. Un memorandum destinato al presidente Ford riferisce persino della diffusione di materiale fabbricato per rafforzare nell’opinione pubblica il collegamento tra il PCI e l’Unione Sovietica. Nel frattempo, sul fronte interno, i servizi italiani utilizzavano informatori e infiltrati anche contro il terrorismo delle Brigate Rosse.
Ciò dimostra che infiltrazioni, finanziamenti occulti, propaganda, guerra psicologica e strutture clandestine furono strumenti realmente utilizzati durante la guerra fredda nel mondo occidentale. Cambiavano i nomi e cambiavano i metodi a seconda del contesto, ma alla base rimaneva la convinzione che alcuni equilibri politici fossero troppo importanti per essere lasciati esclusivamente al confronto pubblico e alla scelta degli elettori.
Naturalmente, tutto questo avveniva senza che i cittadini ne fossero a conoscenza.
D’altronde, è questo uno dei vantaggi delle operazioni segrete: mentre accadono, chi ne parla sembra vedere complotti ovunque. Quando gli archivi vengono aperti, invece, quelle stesse operazioni diventano storia.
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https://www.fbi.gov/history/history-of-the-fbi/and-justice-for-all
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v41/d180
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve15p2Ed2/d375
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/264890.pdf
Federal Bureau of Investigation
And Justice for All, 1954-1971 | Federal Bureau of Investigation
A history of the FBI from the mid-1950s through the early-1970s, defined by important cases and national and international events, including the Civil Rights movement.
👏2
Nella Tube londinese compaiono messaggi di reclutamento militare che parlano la lingua del calcio: difendere, intercettare, attaccare.
Non è una scelta casuale. Quando si vuole rendere la guerra più accettabile, la si avvicina a qualcosa di familiare, popolare e positivo. In questo modo il conflitto smette di apparire lontano e inizia a sembrare normale.
Prima si abitua la mente alle parole e poi arriva tutto il resto.
@CodexOfSecrets
https://jobs.army.mod.uk/
Non è una scelta casuale. Quando si vuole rendere la guerra più accettabile, la si avvicina a qualcosa di familiare, popolare e positivo. In questo modo il conflitto smette di apparire lontano e inizia a sembrare normale.
Prima si abitua la mente alle parole e poi arriva tutto il resto.
@CodexOfSecrets
https://jobs.army.mod.uk/
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Manipolare il Consenso: un Servizio a Pagamento
Nel 2023 un’inchiesta internazionale ha mostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato materiale da romanzo politico: tre giornalisti si presentarono sotto copertura come potenziali clienti e incontrarono un gruppo israeliano che operava con il nome di Team Jorge.
A guidarlo era Tal Hanan, ex membro delle forze speciali israeliane, che utilizzava lo pseudonimo “Jorge”. Durante oltre sei ore di incontri registrati, il gruppo presentò servizi di intelligence, hacking, propaganda e manipolazione dei social destinati a campagne politiche, aziende e altri clienti privati. Hanan sostenne di aver partecipato a 33 campagne presidenziali, dichiarando che 27 avrebbero avuto l’esito desiderato dai clienti.
Una delle armi principali si chiamava AIMS, Advanced Impact Media Solutions. Il software permetteva di controllare migliaia di identità digitali false, complete di nomi, fotografie, indirizzi e-mail e profili su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram e YouTube. Alcune disponevano persino di account Amazon, Airbnb, carte di credito e portafogli Bitcoin. Non erano i vecchi bot che ripetevano centinaia di volte lo stesso messaggio. Queste identità venivano costruite per sembrare persone reali; avevano una storia, commentavano sport, musica e politica. Interagivano tra loro e creavano l’impressione che un’opinione fosse condivisa da moltissime persone quando, dietro quelle persone, poteva esserci un’unica regia.
Durante le dimostrazioni, Hanan mostrò inoltre accessi a profili Gmail e Telegram appartenenti a persone coinvolte nella politica. In un caso inviò dall’account Telegram compromesso il messaggio “11” a un contatto e cercò poi di cancellarlo. I giornalisti rintracciarono il destinatario e trovarono il messaggio ancora presente sul suo telefono, fornendo una conferma indipendente dell’accesso mostrato durante l’incontro.
Il servizio aveva anche un prezzo. Secondo quanto dichiarato da Hanan ai giornalisti sotto copertura, un intervento elettorale poteva costare tra 6 e 15 milioni di euro. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Hanan negò qualsiasi illecito.
Nonostante ciò, rimane un dato importante: il mercato della manipolazione dell’opinione pubblica non appartiene soltanto agli Stati e ai servizi segreti. Può essere privatizzato ed acquistato o venduto come un servizio. Hacking, profili falsi, campagne coordinate e materiale costruito per orientare la conversazione pubblica diventano strumenti disponibili per chi possiede abbastanza denaro e accesso.
Per questo, quando migliaia di account sembrano ripetere spontaneamente la stessa opinione, il numero delle voci non ci dice necessariamente quante persone ci siano davvero dietro. In fondo, per manipolare non c'è sempre bisogno di censurare ciò che pensiamo. A volte le basta farci credere che tutti gli altri stiano già pensando la stessa cosa.
@CodexOfSecrets
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/revealed-disinformation-team-jorge-claim-meddling-elections-tal-hanan
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/aims-software-avatars-team-jorge-disinformation-fake-profiles
https://www.occrp.org/en/project/story-killers/hacks-bots-and-blackmail-how-secret-cyber-mercenaries-disrupt-elections
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/political-aides-hacked-by-team-jorge-in-run-up-to-kenyan-election
Nel 2023 un’inchiesta internazionale ha mostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato materiale da romanzo politico: tre giornalisti si presentarono sotto copertura come potenziali clienti e incontrarono un gruppo israeliano che operava con il nome di Team Jorge.
A guidarlo era Tal Hanan, ex membro delle forze speciali israeliane, che utilizzava lo pseudonimo “Jorge”. Durante oltre sei ore di incontri registrati, il gruppo presentò servizi di intelligence, hacking, propaganda e manipolazione dei social destinati a campagne politiche, aziende e altri clienti privati. Hanan sostenne di aver partecipato a 33 campagne presidenziali, dichiarando che 27 avrebbero avuto l’esito desiderato dai clienti.
Una delle armi principali si chiamava AIMS, Advanced Impact Media Solutions. Il software permetteva di controllare migliaia di identità digitali false, complete di nomi, fotografie, indirizzi e-mail e profili su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram e YouTube. Alcune disponevano persino di account Amazon, Airbnb, carte di credito e portafogli Bitcoin. Non erano i vecchi bot che ripetevano centinaia di volte lo stesso messaggio. Queste identità venivano costruite per sembrare persone reali; avevano una storia, commentavano sport, musica e politica. Interagivano tra loro e creavano l’impressione che un’opinione fosse condivisa da moltissime persone quando, dietro quelle persone, poteva esserci un’unica regia.
Durante le dimostrazioni, Hanan mostrò inoltre accessi a profili Gmail e Telegram appartenenti a persone coinvolte nella politica. In un caso inviò dall’account Telegram compromesso il messaggio “11” a un contatto e cercò poi di cancellarlo. I giornalisti rintracciarono il destinatario e trovarono il messaggio ancora presente sul suo telefono, fornendo una conferma indipendente dell’accesso mostrato durante l’incontro.
Il servizio aveva anche un prezzo. Secondo quanto dichiarato da Hanan ai giornalisti sotto copertura, un intervento elettorale poteva costare tra 6 e 15 milioni di euro. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Hanan negò qualsiasi illecito.
Nonostante ciò, rimane un dato importante: il mercato della manipolazione dell’opinione pubblica non appartiene soltanto agli Stati e ai servizi segreti. Può essere privatizzato ed acquistato o venduto come un servizio. Hacking, profili falsi, campagne coordinate e materiale costruito per orientare la conversazione pubblica diventano strumenti disponibili per chi possiede abbastanza denaro e accesso.
Per questo, quando migliaia di account sembrano ripetere spontaneamente la stessa opinione, il numero delle voci non ci dice necessariamente quante persone ci siano davvero dietro. In fondo, per manipolare non c'è sempre bisogno di censurare ciò che pensiamo. A volte le basta farci credere che tutti gli altri stiano già pensando la stessa cosa.
@CodexOfSecrets
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/revealed-disinformation-team-jorge-claim-meddling-elections-tal-hanan
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/aims-software-avatars-team-jorge-disinformation-fake-profiles
https://www.occrp.org/en/project/story-killers/hacks-bots-and-blackmail-how-secret-cyber-mercenaries-disrupt-elections
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/political-aides-hacked-by-team-jorge-in-run-up-to-kenyan-election
the Guardian
Revealed: the hacking and disinformation team meddling in elections
Unit led by Tal Hanan that boasts vast army of bots exposed by undercover reporters and leaked emails
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DOSSIER | CONTROLLO DIGITALE
Un ordine che il governo non conferma. Una protezione che nel Regno Unito non c’è più.
Il 17 settembre 2026, davanti all’Investigatory Powers Tribunal di Londra, si è tornati a discutere di un provvedimento che il governo britannico continua ufficialmente a non confermare né smentire.
Secondo quanto emerso nel contenzioso e nelle ricostruzioni giornalistiche, le autorità britanniche avrebbero utilizzato i poteri previsti dall’Investigatory Powers Act per chiedere ad Apple una capacità di accesso ai dati protetti dei propri utenti.
La vicenda ha già prodotto un risultato concreto. Nel Regno Unito, infatti, i nuovi utenti non possono più attivare Advanced Data Protection, il sistema Apple che estende la crittografia end-to-end a categorie come i backup iCloud, le fotografie, le note e i file conservati su iCloud Drive.
Apple sostiene di non possedere una chiave universale capace di aprire quei dati e afferma di non voler costruire una backdoor. Il governo britannico, invece, difende la segretezza dei Technical Capability Notices sostenendo che sia necessaria per ragioni di sicurezza nazionale.
Il punto interessante sta proprio qui. Un provvedimento può rimanere coperto dal segreto e, nello stesso tempo, modificare in modo visibile ciò che milioni di persone possono fare con i propri dispositivi.
Il contenuto completo dell’ordine non è pubblico. L’effetto, invece, lo è già.
@CodexOfSecrets
Apple Support
https://support.apple.com/en-ie/122234
Reuters — 17 settembre 2026
https://www.reuters.com/legal/government/uk-silence-over-demand-apple-data-access-is-farcical-lawyer-says-2026-09-17/
Privacy International
https://privacyinternational.org/legal-action/pi-apple-tcn-challenge
Un ordine che il governo non conferma. Una protezione che nel Regno Unito non c’è più.
Il 17 settembre 2026, davanti all’Investigatory Powers Tribunal di Londra, si è tornati a discutere di un provvedimento che il governo britannico continua ufficialmente a non confermare né smentire.
Secondo quanto emerso nel contenzioso e nelle ricostruzioni giornalistiche, le autorità britanniche avrebbero utilizzato i poteri previsti dall’Investigatory Powers Act per chiedere ad Apple una capacità di accesso ai dati protetti dei propri utenti.
La vicenda ha già prodotto un risultato concreto. Nel Regno Unito, infatti, i nuovi utenti non possono più attivare Advanced Data Protection, il sistema Apple che estende la crittografia end-to-end a categorie come i backup iCloud, le fotografie, le note e i file conservati su iCloud Drive.
Apple sostiene di non possedere una chiave universale capace di aprire quei dati e afferma di non voler costruire una backdoor. Il governo britannico, invece, difende la segretezza dei Technical Capability Notices sostenendo che sia necessaria per ragioni di sicurezza nazionale.
Il punto interessante sta proprio qui. Un provvedimento può rimanere coperto dal segreto e, nello stesso tempo, modificare in modo visibile ciò che milioni di persone possono fare con i propri dispositivi.
Il contenuto completo dell’ordine non è pubblico. L’effetto, invece, lo è già.
@CodexOfSecrets
Apple Support
https://support.apple.com/en-ie/122234
Reuters — 17 settembre 2026
https://www.reuters.com/legal/government/uk-silence-over-demand-apple-data-access-is-farcical-lawyer-says-2026-09-17/
Privacy International
https://privacyinternational.org/legal-action/pi-apple-tcn-challenge
Apple Support
Apple can no longer offer Advanced Data Protection in the United Kingdom to new users - Apple Support (IE)
Here’s what it means.
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DOSSIER | PROPAGANDA
Prima vendettero la libertà. Dentro c’erano delle sigarette.
Durante la parata di Pasqua del 1929, a New York, un gruppo di giovani donne percorse Fifth Avenue fumando in pubblico. Oggi una scena del genere passerebbe inosservata, ma all’epoca il gesto poteva ancora essere considerato sconveniente.
I giornalisti erano stati avvisati in anticipo e quelle sigarette avevano già ricevuto un nome pensato per attirare l’attenzione: “Torches of Freedom”, le fiaccole della libertà.
L’iniziativa sembrava una provocazione spontanea contro le convenzioni sociali. In realtà, dietro l’operazione c’era Edward Bernays, uno dei pionieri delle moderne pubbliche relazioni, che lavorava per l’American Tobacco Company.
L’obiettivo commerciale era evidente: convincere più donne a fumare. Bernays, però, non impostò la campagna sulla qualità del prodotto. Preferì associare la sigaretta a un’idea più grande, cioè l’emancipazione femminile.
In questo modo il prodotto smetteva di essere semplicemente tabacco e diventava simbolo di indipendenza, ribellione e libertà personale. I giornali fecero il resto, raccontando l’evento come fenomeno sociale.
La tecnica era semplice nella sua efficacia: non bisognava vendere una sigaretta, ma attribuirle un significato.
Quando quel significato entrò nella cultura, la pubblicità poté fare un passo indietro. Il prodotto aveva ormai acquisito un valore simbolico che andava ben oltre ciò che conteneva.
@CodexOfSecrets
American Historical Association — Creating Circumstances: Edward Bernays, Psychoanalysis, and the Making of American Consumer Culture
https://www.historians.org/perspectives-article/creating-circumstances-edward-bernays-psychoanalysis-and-the-making-of-american-consumer-culture-march-2017/
Prima vendettero la libertà. Dentro c’erano delle sigarette.
Durante la parata di Pasqua del 1929, a New York, un gruppo di giovani donne percorse Fifth Avenue fumando in pubblico. Oggi una scena del genere passerebbe inosservata, ma all’epoca il gesto poteva ancora essere considerato sconveniente.
I giornalisti erano stati avvisati in anticipo e quelle sigarette avevano già ricevuto un nome pensato per attirare l’attenzione: “Torches of Freedom”, le fiaccole della libertà.
L’iniziativa sembrava una provocazione spontanea contro le convenzioni sociali. In realtà, dietro l’operazione c’era Edward Bernays, uno dei pionieri delle moderne pubbliche relazioni, che lavorava per l’American Tobacco Company.
L’obiettivo commerciale era evidente: convincere più donne a fumare. Bernays, però, non impostò la campagna sulla qualità del prodotto. Preferì associare la sigaretta a un’idea più grande, cioè l’emancipazione femminile.
In questo modo il prodotto smetteva di essere semplicemente tabacco e diventava simbolo di indipendenza, ribellione e libertà personale. I giornali fecero il resto, raccontando l’evento come fenomeno sociale.
La tecnica era semplice nella sua efficacia: non bisognava vendere una sigaretta, ma attribuirle un significato.
Quando quel significato entrò nella cultura, la pubblicità poté fare un passo indietro. Il prodotto aveva ormai acquisito un valore simbolico che andava ben oltre ciò che conteneva.
@CodexOfSecrets
American Historical Association — Creating Circumstances: Edward Bernays, Psychoanalysis, and the Making of American Consumer Culture
https://www.historians.org/perspectives-article/creating-circumstances-edward-bernays-psychoanalysis-and-the-making-of-american-consumer-culture-march-2017/
AHA
Creating Circumstances – AHA
In 1929, it was socially acceptable for women to smoke at home and in certain public spaces, like a hotel lobby. But smoking on the streets was another matter.
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ARCHIVIO | SORVEGLIANZA
905.117 volti in tre mesi
La polizia dell’Australia Occidentale ha pubblicato i primi risultati della sperimentazione del riconoscimento facciale dal vivo iniziata il 22 giugno. In 77 operazioni effettuate in 36 località, le telecamere hanno analizzato 905.117 volti confrontandoli in tempo reale con le liste delle persone ricercate.
Il sistema ha generato 209 segnalazioni, delle quali 8 sono risultate errate. La polizia riferisce inoltre che 114 persone presenti nel registro dei sex offender sono state identificate attraverso gli avvisi prodotti dal sistema.
La tecnologia funziona creando una rappresentazione biometrica del volto di chi passa davanti alla telecamera e confrontandola con una watchlist.
Il dato interessante non riguarda soltanto quanti individui siano stati individuati. Riguarda le altre centinaia di migliaia di persone che, senza essere ricercate, sono comunque passate attraverso il confronto biometrico necessario affinché il sistema potesse stabilirlo.
La sorveglianza di massa non richiede necessariamente che tutti siano sospettati: può funzionare anche verificando continuamente che non lo siano.
@CodexOfSecrets
Overt Live Facial Recognition Trial - Update
905.117 volti in tre mesi
La polizia dell’Australia Occidentale ha pubblicato i primi risultati della sperimentazione del riconoscimento facciale dal vivo iniziata il 22 giugno. In 77 operazioni effettuate in 36 località, le telecamere hanno analizzato 905.117 volti confrontandoli in tempo reale con le liste delle persone ricercate.
Il sistema ha generato 209 segnalazioni, delle quali 8 sono risultate errate. La polizia riferisce inoltre che 114 persone presenti nel registro dei sex offender sono state identificate attraverso gli avvisi prodotti dal sistema.
La tecnologia funziona creando una rappresentazione biometrica del volto di chi passa davanti alla telecamera e confrontandola con una watchlist.
Il dato interessante non riguarda soltanto quanti individui siano stati individuati. Riguarda le altre centinaia di migliaia di persone che, senza essere ricercate, sono comunque passate attraverso il confronto biometrico necessario affinché il sistema potesse stabilirlo.
La sorveglianza di massa non richiede necessariamente che tutti siano sospettati: può funzionare anche verificando continuamente che non lo siano.
@CodexOfSecrets
Overt Live Facial Recognition Trial - Update
Western Australian Government
Overt Live Facial Recognition Trial - Update
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DOSSIER | INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Un sistema progettato per osservare circa 25 milioni di SIM
Nel settembre 2026 Anthropic ha pubblicato un rapporto sul possibile utilizzo improprio dei propri modelli di intelligenza artificiale. Tra i casi descritti compare un progetto chiamato Lakana 360.
Secondo la società, il sistema sarebbe stato sviluppato principalmente da un consulente indipendente che utilizzava Claude come strumento di supporto alla programmazione. L’infrastruttura sarebbe stata destinata all’Agence Nationale de la Sécurité d’État del Mali e progettata per operare sui tre principali operatori mobili del Paese, coprendo complessivamente circa 25 milioni di SIM.
Le funzioni descritte nel rapporto comprendevano l’analisi dei registri delle chiamate, dei messaggi e di altre informazioni relative alle comunicazioni. Il sistema avrebbe inoltre potuto produrre dossier d’intelligence associati a specifici numeri telefonici.
Anthropic sostiene che, durante lo sviluppo, sarebbe stato rimosso anche un requisito che prevedeva una procedura giudiziaria prima della produzione di alcuni dossier. La società afferma di avere successivamente bloccato gli account coinvolti e condiviso informazioni con autorità e partner del settore.
Il caso mostra un cambiamento concreto. Attività che un tempo richiedevano squadre numerose di sviluppatori e analisti possono oggi essere accelerate da strumenti di intelligenza artificiale accessibili a gruppi molto più piccoli.
La questione, quindi, non riguarda soltanto ciò che l’AI è in grado di fare. Riguarda anche quante più persone e organizzazioni, grazie all’AI, possono permettersi di farlo.
@CodexOfSecrets
https://www.anthropic.com/threat-intelligence-report-september-2026
Un sistema progettato per osservare circa 25 milioni di SIM
Nel settembre 2026 Anthropic ha pubblicato un rapporto sul possibile utilizzo improprio dei propri modelli di intelligenza artificiale. Tra i casi descritti compare un progetto chiamato Lakana 360.
Secondo la società, il sistema sarebbe stato sviluppato principalmente da un consulente indipendente che utilizzava Claude come strumento di supporto alla programmazione. L’infrastruttura sarebbe stata destinata all’Agence Nationale de la Sécurité d’État del Mali e progettata per operare sui tre principali operatori mobili del Paese, coprendo complessivamente circa 25 milioni di SIM.
Le funzioni descritte nel rapporto comprendevano l’analisi dei registri delle chiamate, dei messaggi e di altre informazioni relative alle comunicazioni. Il sistema avrebbe inoltre potuto produrre dossier d’intelligence associati a specifici numeri telefonici.
Anthropic sostiene che, durante lo sviluppo, sarebbe stato rimosso anche un requisito che prevedeva una procedura giudiziaria prima della produzione di alcuni dossier. La società afferma di avere successivamente bloccato gli account coinvolti e condiviso informazioni con autorità e partner del settore.
Il caso mostra un cambiamento concreto. Attività che un tempo richiedevano squadre numerose di sviluppatori e analisti possono oggi essere accelerate da strumenti di intelligenza artificiale accessibili a gruppi molto più piccoli.
La questione, quindi, non riguarda soltanto ciò che l’AI è in grado di fare. Riguarda anche quante più persone e organizzazioni, grazie all’AI, possono permettersi di farlo.
@CodexOfSecrets
https://www.anthropic.com/threat-intelligence-report-september-2026
Anthropic
Countering misuse of AI: September 2026 / Anthropic
Case studies from threat actors disrupted between December 2025 and August 2026 across seven areas of harm, from cyber operations to biological misuse.
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Hollywood ci Mostra il Futuro Pima che Arrivi?
Da anni Hollywood mette sullo schermo scenari che, quando escono al cinema, sembrano esagerati o lontanissimi dalla realtà. Sorveglianza continua, città degradate, élite sempre più separate dal resto della popolazione, cibo artificiale, controllo delle risorse, tecnologie invasive.
Poi passa il tempo e certe immagini iniziano a sembrare meno assurde.
Soylent Green, uscito nel 1973, era ambientato nel 2022. Mostrava una società impoverita, sovraffollata, dipendente da grandi corporation per il cibo e con una piccola parte della popolazione ancora capace di vivere nel privilegio.
La domanda viene quasi da sola: Hollywood immagina semplicemente il futuro, oppure ci abitua lentamente alla sua idea?
Quando una cosa viene mostrata una volta può fare impressione, ma quando viene ripetuta per decenni, entra nella normalità. Sorveglianza, controllo, perdita della privacy, dipendenza tecnologica: diventano immagini familiari prima ancora di diventare parte della vita quotidiana.
Forse il punto non è prevedere il futuro. Forse basta farcelo vedere abbastanza volte perché, quando arriva, ci sembri già conosciuto.
Coincidenza? Fantascienza? O qualcosa di più?
@CodexOfSecrets
https://vigilantcitizen.com/moviesandtv/the-frighteningly-accurate-predictions-the-1973-movie-soylent-green-made-about-the-2020s/
Da anni Hollywood mette sullo schermo scenari che, quando escono al cinema, sembrano esagerati o lontanissimi dalla realtà. Sorveglianza continua, città degradate, élite sempre più separate dal resto della popolazione, cibo artificiale, controllo delle risorse, tecnologie invasive.
Poi passa il tempo e certe immagini iniziano a sembrare meno assurde.
Soylent Green, uscito nel 1973, era ambientato nel 2022. Mostrava una società impoverita, sovraffollata, dipendente da grandi corporation per il cibo e con una piccola parte della popolazione ancora capace di vivere nel privilegio.
La domanda viene quasi da sola: Hollywood immagina semplicemente il futuro, oppure ci abitua lentamente alla sua idea?
Quando una cosa viene mostrata una volta può fare impressione, ma quando viene ripetuta per decenni, entra nella normalità. Sorveglianza, controllo, perdita della privacy, dipendenza tecnologica: diventano immagini familiari prima ancora di diventare parte della vita quotidiana.
Forse il punto non è prevedere il futuro. Forse basta farcelo vedere abbastanza volte perché, quando arriva, ci sembri già conosciuto.
Coincidenza? Fantascienza? O qualcosa di più?
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https://vigilantcitizen.com/moviesandtv/the-frighteningly-accurate-predictions-the-1973-movie-soylent-green-made-about-the-2020s/
Vigilant Citizen - Symbols Rule the World
The Frighteningly Accurate Predictions the 1973 Movie “Soylent Green” Made About the 2020s - Vigilant Citizen
The 1973 movie "Soylent Green" takes place in 2022 and many of its darkest predictions have become reality in recent years. Here's a look at this bizarre movie's many accurate predictions.
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INFRASTRUTTURE
Il Sito era Falso, il Certificato era Vero
Tra il 28 e il 30 agosto 2026, qualcuno è riuscito a dirottare parte del traffico Internet destinato ai server di Softaculous attraverso un attacco chiamato BGP hijacking.
In termini semplici, una rete estranea ha iniziato ad annunciare su Internet di essere la destinazione corretta per alcuni indirizzi IP appartenenti alla società.
Il traffico è così finito su un server controllato dall’attaccante.
Ci sarebbe già abbastanza per rendere l’episodio interessante, ma il dettaglio più significativo è un altro: l’autore dell’attacco è riuscito ad ottenere anche un certificato TLS tecnicamente valido per i domini coinvolti.
Di conseguenza, gli utenti colpiti dal dirottamento non vedevano il consueto avviso del browser che segnala un certificato non valido.
Softaculous ha successivamente confermato che attraverso l’infrastruttura deviata venne distribuito anche un aggiornamento malevolo di Virtualizor a un numero limitato di server.
Siamo abituati a considerare il lucchetto del browser come una conferma di essere arrivati nel posto giusto. In realtà, il certificato dimostra soprattutto che la connessione è cifrata verso chi il sistema considera proprietario di quel dominio.
Se viene manipolata l’infrastruttura che stabilisce dove deve andare il traffico, perfino un segnale di fiducia autentico può accompagnare una connessione verso la destinazione sbagliata.
@CodexOfSecrets
Security Incident – BGP Hijacking – Virtualizor
Il Sito era Falso, il Certificato era Vero
Tra il 28 e il 30 agosto 2026, qualcuno è riuscito a dirottare parte del traffico Internet destinato ai server di Softaculous attraverso un attacco chiamato BGP hijacking.
In termini semplici, una rete estranea ha iniziato ad annunciare su Internet di essere la destinazione corretta per alcuni indirizzi IP appartenenti alla società.
Il traffico è così finito su un server controllato dall’attaccante.
Ci sarebbe già abbastanza per rendere l’episodio interessante, ma il dettaglio più significativo è un altro: l’autore dell’attacco è riuscito ad ottenere anche un certificato TLS tecnicamente valido per i domini coinvolti.
Di conseguenza, gli utenti colpiti dal dirottamento non vedevano il consueto avviso del browser che segnala un certificato non valido.
Softaculous ha successivamente confermato che attraverso l’infrastruttura deviata venne distribuito anche un aggiornamento malevolo di Virtualizor a un numero limitato di server.
Siamo abituati a considerare il lucchetto del browser come una conferma di essere arrivati nel posto giusto. In realtà, il certificato dimostra soprattutto che la connessione è cifrata verso chi il sistema considera proprietario di quel dominio.
Se viene manipolata l’infrastruttura che stabilisce dove deve andare il traffico, perfino un segnale di fiducia autentico può accompagnare una connessione verso la destinazione sbagliata.
@CodexOfSecrets
Security Incident – BGP Hijacking – Virtualizor
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DOSSIER | INFRASTRUTTURE
Di chi sono le chiavi digitali di un Paese?
Quando si parla di sovranità nazionale, si pensa normalmente ai confini, alle infrastrutture energetiche, ai porti, alle reti ferroviarie o alle telecomunicazioni. Una parte crescente dell’infrastruttura moderna, però, non è immediatamente visibile.
Nel settembre 2026 Proton ha analizzato i record DNS utilizzati per la posta elettronica di 220 tra le maggiori società canadesi, che rappresentavano circa il 70% della capitalizzazione del mercato azionario nazionale.
Secondo l’analisi, l’87% utilizzava infrastrutture email appartenenti a società statunitensi.
Proton ha poi esaminato 14 domini appartenenti al governo federale e alle amministrazioni provinciali e territoriali. Tutti utilizzavano Microsoft 365. Tra le 100 maggiori municipalità analizzate, 78 dipendevano da Microsoft o Google per la propria infrastruttura email.
Quando servizi essenziali come posta elettronica, cloud e software aziendali si concentrano nelle mani di pochi fornitori stranieri, la sovranità tecnologica smette di essere un concetto astratto e diventa un problema concreto di infrastrutture.
Per molto tempo gli Stati hanno considerato strategiche le strade, i porti, l’energia e le telecomunicazioni. Oggi devono fare i conti anche con reti digitali che utilizzano ogni giorno senza necessariamente possederle.
@CodexOfSecrets
https://proton.me/business/blog/canada-us-tech
Di chi sono le chiavi digitali di un Paese?
Quando si parla di sovranità nazionale, si pensa normalmente ai confini, alle infrastrutture energetiche, ai porti, alle reti ferroviarie o alle telecomunicazioni. Una parte crescente dell’infrastruttura moderna, però, non è immediatamente visibile.
Nel settembre 2026 Proton ha analizzato i record DNS utilizzati per la posta elettronica di 220 tra le maggiori società canadesi, che rappresentavano circa il 70% della capitalizzazione del mercato azionario nazionale.
Secondo l’analisi, l’87% utilizzava infrastrutture email appartenenti a società statunitensi.
Proton ha poi esaminato 14 domini appartenenti al governo federale e alle amministrazioni provinciali e territoriali. Tutti utilizzavano Microsoft 365. Tra le 100 maggiori municipalità analizzate, 78 dipendevano da Microsoft o Google per la propria infrastruttura email.
Quando servizi essenziali come posta elettronica, cloud e software aziendali si concentrano nelle mani di pochi fornitori stranieri, la sovranità tecnologica smette di essere un concetto astratto e diventa un problema concreto di infrastrutture.
Per molto tempo gli Stati hanno considerato strategiche le strade, i porti, l’energia e le telecomunicazioni. Oggi devono fare i conti anche con reti digitali che utilizzano ogni giorno senza necessariamente possederle.
@CodexOfSecrets
https://proton.me/business/blog/canada-us-tech
Proton
87% of Canada’s largest companies run on US tech | Proton
Our latest research found that 87% of Canada’s largest companies and 100% of government domains rely on US-owned email infrastructure.
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Media is too big
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Forse continuiamo a chiamarla “crisi energetica” perché chiamarla per quello che potrebbe essere sarebbe molto più scomodo.
Lindsey Williams sosteneva che negli Stati Uniti esistessero risorse petrolifere sufficienti a ridurre drasticamente la dipendenza dall’estero. Eppure, secondo il suo racconto, quel petrolio non doveva arrivare sul mercato.
Il motivo? La dipendenza stessa sarebbe stata funzionale al sistema: comprare petrolio all’estero, pagarlo in dollari e riportare parte di quei dollari negli Stati Uniti attraverso investimenti e debito americano.
Decenni dopo continuiamo a vivere tra guerre, sanzioni, tensioni sulle forniture e nuove emergenze energetiche. Cambiano i protagonisti, cambiano le giustificazioni, ma l’energia rimane uno degli strumenti attraverso cui passano denaro, potere e controllo geopolitico.
Williams poneva implicitamente una domanda:
e se certe crisi non dovessero essere risolte, perché è proprio dalla loro permanenza che il sistema trae la propria forza?
@CodexOfSecrets
Lindsey Williams sosteneva che negli Stati Uniti esistessero risorse petrolifere sufficienti a ridurre drasticamente la dipendenza dall’estero. Eppure, secondo il suo racconto, quel petrolio non doveva arrivare sul mercato.
Il motivo? La dipendenza stessa sarebbe stata funzionale al sistema: comprare petrolio all’estero, pagarlo in dollari e riportare parte di quei dollari negli Stati Uniti attraverso investimenti e debito americano.
Decenni dopo continuiamo a vivere tra guerre, sanzioni, tensioni sulle forniture e nuove emergenze energetiche. Cambiano i protagonisti, cambiano le giustificazioni, ma l’energia rimane uno degli strumenti attraverso cui passano denaro, potere e controllo geopolitico.
Williams poneva implicitamente una domanda:
e se certe crisi non dovessero essere risolte, perché è proprio dalla loro permanenza che il sistema trae la propria forza?
@CodexOfSecrets
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DOSSIER | CONSENSO
Chi ha scelto ciò che hai visto oggi?
Ogni giorno apriamo un social network e scorriamo una sequenza di contenuti che sembra rappresentare ciò che sta accadendo intorno a noi. Vediamo guerre, polemiche, volti conosciuti, pubblicità, opinioni e notizie che attirano la nostra attenzione.
Quella sequenza, però, non è casuale. L’8 settembre 2026 il governo australiano ha presentato una proposta chiamata “My Feed, My Way”. Se approvata nella forma annunciata, le piattaforme dovrebbero permettere agli utenti di scegliere se continuare a ricevere contenuti personalizzati dagli algoritmi oppure utilizzare come feed principale soltanto ciò che proviene dagli account selezionati personalmente.
La differenza può sembrare tecnica, ma riguarda un aspetto fondamentale dell’esperienza digitale.
Un feed algoritmico stabilisce quali contenuti mostrare per primi, quali riproporre, quali far circolare maggiormente e quali lasciare in secondo piano. In questo modo non determina necessariamente ciò che una persona penserà, ma contribuisce a decidere quali argomenti entreranno nel suo campo visivo.
Il governo australiano presenta la proposta come uno strumento per restituire maggiore controllo agli utenti. Negli Stati Uniti sono state invece espresse obiezioni più ampie nei confronti della Digital Duty of Care australiana, soprattutto per le possibili conseguenze sulla moderazione e sulla libertà di espressione.
Al di là del confronto politico, il tema rimane interessante per un motivo semplice: siamo diventati talmente abituati ai feed personalizzati da dimenticare che qualcuno, o qualcosa, stabilisce continuamente l’ordine con cui vediamo il mondo digitale.
Per questo motivo, forse, la vera alternativa non è tra un algoritmo buono e uno cattivo. È tra un ambiente nel quale la selezione rimane invisibile e uno nel quale l’utente sa almeno che quella selezione esiste.
@CodexOfSecrets
https://www.pm.gov.au/media/my-feed-my-way
https://www.abc.net.au/news/2026-09-08/labour-s-social-media-algorithm-choice-duty-of-care-bill/107130100
https://www.abc.net.au/listen/programs/radionational-breakfast/bereaved-mother-welcomes-proposed-regulation-of-algorithms/107130848
Chi ha scelto ciò che hai visto oggi?
Ogni giorno apriamo un social network e scorriamo una sequenza di contenuti che sembra rappresentare ciò che sta accadendo intorno a noi. Vediamo guerre, polemiche, volti conosciuti, pubblicità, opinioni e notizie che attirano la nostra attenzione.
Quella sequenza, però, non è casuale. L’8 settembre 2026 il governo australiano ha presentato una proposta chiamata “My Feed, My Way”. Se approvata nella forma annunciata, le piattaforme dovrebbero permettere agli utenti di scegliere se continuare a ricevere contenuti personalizzati dagli algoritmi oppure utilizzare come feed principale soltanto ciò che proviene dagli account selezionati personalmente.
La differenza può sembrare tecnica, ma riguarda un aspetto fondamentale dell’esperienza digitale.
Un feed algoritmico stabilisce quali contenuti mostrare per primi, quali riproporre, quali far circolare maggiormente e quali lasciare in secondo piano. In questo modo non determina necessariamente ciò che una persona penserà, ma contribuisce a decidere quali argomenti entreranno nel suo campo visivo.
Il governo australiano presenta la proposta come uno strumento per restituire maggiore controllo agli utenti. Negli Stati Uniti sono state invece espresse obiezioni più ampie nei confronti della Digital Duty of Care australiana, soprattutto per le possibili conseguenze sulla moderazione e sulla libertà di espressione.
Al di là del confronto politico, il tema rimane interessante per un motivo semplice: siamo diventati talmente abituati ai feed personalizzati da dimenticare che qualcuno, o qualcosa, stabilisce continuamente l’ordine con cui vediamo il mondo digitale.
Per questo motivo, forse, la vera alternativa non è tra un algoritmo buono e uno cattivo. È tra un ambiente nel quale la selezione rimane invisibile e uno nel quale l’utente sa almeno che quella selezione esiste.
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https://www.pm.gov.au/media/my-feed-my-way
https://www.abc.net.au/news/2026-09-08/labour-s-social-media-algorithm-choice-duty-of-care-bill/107130100
https://www.abc.net.au/listen/programs/radionational-breakfast/bereaved-mother-welcomes-proposed-regulation-of-algorithms/107130848
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DOSSIER | STORIA
Nel 1949 George Orwell consegnò una lista al governo britannico
È uno degli episodi meno famosi della vita dell'autore di 1984. Nel 1949 George Orwell consegnò alla sua amica Celia Kirwan, che lavorava per l'Information Research Department del Foreign Office, un elenco di persone che riteneva poco adatte a collaborare alla propaganda anticomunista britannica.
L'elenco derivava da un taccuino privato nel quale Orwell aveva annotato decine di nomi e osservazioni sulle loro presunte simpatie politiche. La lista effettivamente consegnata all'IRD fu più breve e riguardava persone che Orwell riteneva comuniste, simpatizzanti o comunque inaffidabili per quel particolare lavoro.
La circostanza è documentata anche dal materiale dei National Archives britannici. Non risulta che Orwell stesse chiedendo l'arresto o la sorveglianza delle persone indicate; il contesto riguardava la scelta di collaboratori da utilizzare nelle attività informative anticomuniste dell'IRD.
E questo evidenzia un paradosso storico notevole: l'uomo che aveva descritto con straordinaria efficacia uno Stato capace di catalogare opinioni, modificare il linguaggio e organizzare la propaganda partecipò personalmente, nel contesto della Guerra fredda, alla selezione di chi riteneva politicamente affidabile per un'attività informativa governativa.
Ovviamente questo non rende 1984 meno importante e non trasforma Orwell nel personaggio del suo stesso romanzo. Lo rende semplicemente più umano, più politico e molto meno facile da ridurre al solo simbolo che abbiamo costruito dopo la sua morte.
@CodexOfSecrets
The National Archives — materiale sulla propaganda e sull'IRD
https://www.nationalarchives.gov.uk/help-with-your-research/research-guides/propaganda/
The Guardian — Orwell's red-list goes on display
https://www.theguardian.com/uk/2003/oct/26/artsnews.booksnews
The Guardian — ricostruzione della lista e del rapporto con Celia Kirwan
https://www.theguardian.com/uk/2003/jun/21/books.artsandhumanities
Nel 1949 George Orwell consegnò una lista al governo britannico
È uno degli episodi meno famosi della vita dell'autore di 1984. Nel 1949 George Orwell consegnò alla sua amica Celia Kirwan, che lavorava per l'Information Research Department del Foreign Office, un elenco di persone che riteneva poco adatte a collaborare alla propaganda anticomunista britannica.
L'elenco derivava da un taccuino privato nel quale Orwell aveva annotato decine di nomi e osservazioni sulle loro presunte simpatie politiche. La lista effettivamente consegnata all'IRD fu più breve e riguardava persone che Orwell riteneva comuniste, simpatizzanti o comunque inaffidabili per quel particolare lavoro.
La circostanza è documentata anche dal materiale dei National Archives britannici. Non risulta che Orwell stesse chiedendo l'arresto o la sorveglianza delle persone indicate; il contesto riguardava la scelta di collaboratori da utilizzare nelle attività informative anticomuniste dell'IRD.
E questo evidenzia un paradosso storico notevole: l'uomo che aveva descritto con straordinaria efficacia uno Stato capace di catalogare opinioni, modificare il linguaggio e organizzare la propaganda partecipò personalmente, nel contesto della Guerra fredda, alla selezione di chi riteneva politicamente affidabile per un'attività informativa governativa.
Ovviamente questo non rende 1984 meno importante e non trasforma Orwell nel personaggio del suo stesso romanzo. Lo rende semplicemente più umano, più politico e molto meno facile da ridurre al solo simbolo che abbiamo costruito dopo la sua morte.
@CodexOfSecrets
The National Archives — materiale sulla propaganda e sull'IRD
https://www.nationalarchives.gov.uk/help-with-your-research/research-guides/propaganda/
The Guardian — Orwell's red-list goes on display
https://www.theguardian.com/uk/2003/oct/26/artsnews.booksnews
The Guardian — ricostruzione della lista e del rapporto con Celia Kirwan
https://www.theguardian.com/uk/2003/jun/21/books.artsandhumanities
The National Archives
Propaganda - The National Archives
1. Why use this guide? This guide will help you to locate records held at The National Archives of and relating to British propaganda from 1914 to 1980. Some of these records are available to view online but serious in-depth research on this subject will…
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ARCHIVIO | PROPAGANDA
Dieci milioni di libri attraversarono la Cortina di ferro. Il mittente non compariva sulla copertina.
Nel luglio del 1956 la CIA avviò un programma clandestino destinato a far circolare libri nei Paesi del blocco sovietico.
Continuò fino al settembre del 1991.
Secondo la ricostruzione pubblicata dallo stesso Center for the Study of Intelligence della CIA, durante quei trentacinque anni furono distribuiti fino a dieci milioni di volumi di letteratura occidentale e dissidente.
Il sistema non consisteva semplicemente nel spedire pacchi dagli Stati Uniti.
Vennero utilizzate società di copertura, editori già esistenti negli Stati Uniti e in Europa, librerie, fiere, festival giovanili, conferenze, biblioteche, istituzioni educative, associazioni culturali e perfino reti di contrabbando.
Tra le operazioni più conosciute ci fu anche il coinvolgimento della CIA nella pubblicazione e distribuzione di Doctor Zhivago di Boris Pasternak, opera che le autorità sovietiche avevano impedito di pubblicare in patria.
La logica era diversa dalla propaganda tradizionale. Un opuscolo con il simbolo del governo americano avrebbe immediatamente rivelato la propria origine. Un romanzo, un saggio o un'opera filosofica potevano invece entrare nella vita del lettore senza presentarsi come un messaggio politico ufficiale.
La CIA mantenne quindi nascosto il proprio ruolo, mentre i libri viaggiavano.
Si può discutere sull'obiettivo politico dell'operazione e sul contesto della Guerra fredda. Il dato storico rimane più interessante della retorica: uno dei programmi clandestini più longevi dell'intelligence americana non trasportava armi ma idee.
@CodexOfSecrets
CIA — The CIA Book Club: The Secret Mission to Win the Cold War with Forbidden Literature
https://www.cia.gov/resources/csi/studies-in-intelligence/studies-in-intelligence-vol-69-no-4-extracts-december-2025/review-the-cia-book-club-the-secret-mission-to-win-the-cold-war-with-forbidden-literature/
CIA — versione PDF
https://www.cia.gov/resources/csi/static/Review-The-CIA-Book-Club-69-4-Dec2025.pdf
Dieci milioni di libri attraversarono la Cortina di ferro. Il mittente non compariva sulla copertina.
Nel luglio del 1956 la CIA avviò un programma clandestino destinato a far circolare libri nei Paesi del blocco sovietico.
Continuò fino al settembre del 1991.
Secondo la ricostruzione pubblicata dallo stesso Center for the Study of Intelligence della CIA, durante quei trentacinque anni furono distribuiti fino a dieci milioni di volumi di letteratura occidentale e dissidente.
Il sistema non consisteva semplicemente nel spedire pacchi dagli Stati Uniti.
Vennero utilizzate società di copertura, editori già esistenti negli Stati Uniti e in Europa, librerie, fiere, festival giovanili, conferenze, biblioteche, istituzioni educative, associazioni culturali e perfino reti di contrabbando.
Tra le operazioni più conosciute ci fu anche il coinvolgimento della CIA nella pubblicazione e distribuzione di Doctor Zhivago di Boris Pasternak, opera che le autorità sovietiche avevano impedito di pubblicare in patria.
La logica era diversa dalla propaganda tradizionale. Un opuscolo con il simbolo del governo americano avrebbe immediatamente rivelato la propria origine. Un romanzo, un saggio o un'opera filosofica potevano invece entrare nella vita del lettore senza presentarsi come un messaggio politico ufficiale.
La CIA mantenne quindi nascosto il proprio ruolo, mentre i libri viaggiavano.
Si può discutere sull'obiettivo politico dell'operazione e sul contesto della Guerra fredda. Il dato storico rimane più interessante della retorica: uno dei programmi clandestini più longevi dell'intelligence americana non trasportava armi ma idee.
@CodexOfSecrets
CIA — The CIA Book Club: The Secret Mission to Win the Cold War with Forbidden Literature
https://www.cia.gov/resources/csi/studies-in-intelligence/studies-in-intelligence-vol-69-no-4-extracts-december-2025/review-the-cia-book-club-the-secret-mission-to-win-the-cold-war-with-forbidden-literature/
CIA — versione PDF
https://www.cia.gov/resources/csi/static/Review-The-CIA-Book-Club-69-4-Dec2025.pdf
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Il Dead Man's Switch di John McAfee
Cinque anni dopo la morte di John McAfee, una nuova testimonianza riporta in superficie una delle storie più strane che lo circondavano. Jimmy Watson, suo ex responsabile della sicurezza, sostiene che McAfee possedesse terabyte di informazioni su persone estremamente potenti.
Racconta inoltre di aver assistito personalmente alla consegna di hard disk e denaro a due uomini. Il messaggio attribuito a McAfee sarebbe stato semplice: se gli fosse successo qualcosa, quelle informazioni avrebbero dovuto essere pubblicate.
Il 23 giugno 2021 un tribunale spagnolo autorizzò la sua estradizione negli Stati Uniti. Poche ore dopo, McAfee venne trovato morto nella sua cella.
La conclusione ufficiale fu suicidio.
Eppure il famoso “dead man’s switch”, di cui McAfee aveva parlato pubblicamente, non ha mai prodotto quella grande rivelazione che molti aspettavano.
Ora, dopo la testimonianza di Watson, la domanda ritorna.
Quei dati sono mai esistiti davvero?
E se esistevano, chi li possiede oggi?
@CodexOfSecrets
https://shawnryanshow.com/blogs/vigilance-elite-blogs/srs-343-jimmy-watson
https://finance.yahoo.com/news/john-mcafee-found-dead-prison-191521740.html
https://podcasts.apple.com/us/podcast/343-jimmy-watson-john-mcafees-bodyguard-reveals-the/id1492492083?i=1000792003855
Cinque anni dopo la morte di John McAfee, una nuova testimonianza riporta in superficie una delle storie più strane che lo circondavano. Jimmy Watson, suo ex responsabile della sicurezza, sostiene che McAfee possedesse terabyte di informazioni su persone estremamente potenti.
Racconta inoltre di aver assistito personalmente alla consegna di hard disk e denaro a due uomini. Il messaggio attribuito a McAfee sarebbe stato semplice: se gli fosse successo qualcosa, quelle informazioni avrebbero dovuto essere pubblicate.
Il 23 giugno 2021 un tribunale spagnolo autorizzò la sua estradizione negli Stati Uniti. Poche ore dopo, McAfee venne trovato morto nella sua cella.
La conclusione ufficiale fu suicidio.
Eppure il famoso “dead man’s switch”, di cui McAfee aveva parlato pubblicamente, non ha mai prodotto quella grande rivelazione che molti aspettavano.
Ora, dopo la testimonianza di Watson, la domanda ritorna.
Quei dati sono mai esistiti davvero?
E se esistevano, chi li possiede oggi?
@CodexOfSecrets
https://shawnryanshow.com/blogs/vigilance-elite-blogs/srs-343-jimmy-watson
https://finance.yahoo.com/news/john-mcafee-found-dead-prison-191521740.html
https://podcasts.apple.com/us/podcast/343-jimmy-watson-john-mcafees-bodyguard-reveals-the/id1492492083?i=1000792003855
Shawn Ryan Show
SRS #343 Jimmy Watson - Navy SEAL Reveals the Dark World of Protecting
Jimmy Watson is a former Marine, Blackwater contractor, Navy SEAL, and former head of security, CEO, and close confidant to John McAfee. He joined McAfee’s inner circle in 2017 and experienced firsthand the legal turmoil, paranoia, and instability surrounding…
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Il dossier su di te lo stai scrivendo tu
Le preoccupazioni economiche, i problemi con il partner, quello che non sopporti del tuo lavoro o una paura che non hai mai confessato a nessuno. Una conversazione dopo l’altra, a un chatbot possiamo consegnare un ritratto molto intimo di noi stessi.
Un sondaggio di Proton su 4.014 utilizzatori di chatbot in Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti mostra una contraddizione: il 66% dichiara di aver discusso almeno un argomento sensibile con un chatbot. Il 42% ha poca o nessuna fiducia nelle aziende che gestiscono quei servizi. Eppure scriviamo.
Sondaggio Proton
Un chatbot è sempre disponibile e possiamo raccontargli qualcosa di imbarazzante senza dover sostenere lo sguardo di un’altra persona. Comodità e assenza di giudizio sono tra i motivi indicati dagli intervistati.
Ma per farci aiutare gli spieghiamo anche dove siamo vulnerabili: un debito che ci preoccupa, una relazione che non funziona, il bisogno di essere accettati. La richiesta di un consiglio può diventare un resoconto dettagliato di ciò che ci muove. Ed è questo il punto: sapere cosa compriamo permette di conoscere le nostre abitudini. Sapere cosa temiamo e cosa desideriamo può offrire strumenti per orientare le nostre decisioni.
La diffidenza verso l’azienda resta, ma durante la conversazione può passare in secondo piano. Per ottenere una risposta migliore aggiungiamo dettagli, spieghiamo il contesto, raccontiamo altro. E il ritratto che consegniamo diventa sempre più preciso.
Quando chiudi la chat, dove finiscono le tue confidenze?
Chi orienta le nostre scelte? Su @CodexOfSecrets seguiamo le tracce del potere tra propaganda, storia e sorveglianza.
Segui il canale per i prossimi dossier e inoltra questo a chi vuole vederci più chiaro.
💬 Per discuterne, entra nella chat di Codex Of Secrets.
Le preoccupazioni economiche, i problemi con il partner, quello che non sopporti del tuo lavoro o una paura che non hai mai confessato a nessuno. Una conversazione dopo l’altra, a un chatbot possiamo consegnare un ritratto molto intimo di noi stessi.
Un sondaggio di Proton su 4.014 utilizzatori di chatbot in Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti mostra una contraddizione: il 66% dichiara di aver discusso almeno un argomento sensibile con un chatbot. Il 42% ha poca o nessuna fiducia nelle aziende che gestiscono quei servizi. Eppure scriviamo.
Sondaggio Proton
Un chatbot è sempre disponibile e possiamo raccontargli qualcosa di imbarazzante senza dover sostenere lo sguardo di un’altra persona. Comodità e assenza di giudizio sono tra i motivi indicati dagli intervistati.
Ma per farci aiutare gli spieghiamo anche dove siamo vulnerabili: un debito che ci preoccupa, una relazione che non funziona, il bisogno di essere accettati. La richiesta di un consiglio può diventare un resoconto dettagliato di ciò che ci muove. Ed è questo il punto: sapere cosa compriamo permette di conoscere le nostre abitudini. Sapere cosa temiamo e cosa desideriamo può offrire strumenti per orientare le nostre decisioni.
La diffidenza verso l’azienda resta, ma durante la conversazione può passare in secondo piano. Per ottenere una risposta migliore aggiungiamo dettagli, spieghiamo il contesto, raccontiamo altro. E il ritratto che consegniamo diventa sempre più preciso.
Quando chiudi la chat, dove finiscono le tue confidenze?
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🔥3
Ti proteggeva dai virus. Vendeva la tua navigazione.
Quando installi un antivirus gli concedi accesso al computer perché ti aspetti che lo difenda. È una fiducia particolare: per proteggerti, quel programma deve poter vedere molto.
Il caso Avast mostra quanto possa diventare delicato questo rapporto.
Secondo la Federal Trade Commission statunitense, l’azienda raccoglieva informazioni sulla navigazione attraverso antivirus ed estensioni del browser, mentre prometteva agli utenti protezione dal tracciamento. Attraverso la controllata Jumpshot, quei dati venivano venduti a oltre cento clienti, tra cui società pubblicitarie. FTC
La questione riguardava anche la promessa dell’anonimato. Per la FTC, le informazioni erano abbastanza dettagliate da poter essere ricollegate alle persone. Togliere un nome non basta necessariamente a rendere anonima una storia di navigazione: siti visitati, percorsi e interessi possono lasciare una firma riconoscibile. FTC
Nel giugno 2024 l’accordo con l’autorità ha imposto ad Avast il pagamento di 16,5 milioni di dollari e il divieto di vendere o concedere in licenza dati di navigazione per scopi pubblicitari. Documentazione
Il punto che resta è la fiducia: un software di sicurezza ottiene accessi che esiteremmo a concedere ad altri programmi. Lo lasciamo entrare proprio perché pensiamo che terrà fuori chi vuole osservarci.
Ma chi controlla cosa fa il guardiano con quello che vede?
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Quando installi un antivirus gli concedi accesso al computer perché ti aspetti che lo difenda. È una fiducia particolare: per proteggerti, quel programma deve poter vedere molto.
Il caso Avast mostra quanto possa diventare delicato questo rapporto.
Secondo la Federal Trade Commission statunitense, l’azienda raccoglieva informazioni sulla navigazione attraverso antivirus ed estensioni del browser, mentre prometteva agli utenti protezione dal tracciamento. Attraverso la controllata Jumpshot, quei dati venivano venduti a oltre cento clienti, tra cui società pubblicitarie. FTC
La questione riguardava anche la promessa dell’anonimato. Per la FTC, le informazioni erano abbastanza dettagliate da poter essere ricollegate alle persone. Togliere un nome non basta necessariamente a rendere anonima una storia di navigazione: siti visitati, percorsi e interessi possono lasciare una firma riconoscibile. FTC
Nel giugno 2024 l’accordo con l’autorità ha imposto ad Avast il pagamento di 16,5 milioni di dollari e il divieto di vendere o concedere in licenza dati di navigazione per scopi pubblicitari. Documentazione
Il punto che resta è la fiducia: un software di sicurezza ottiene accessi che esiteremmo a concedere ad altri programmi. Lo lasciamo entrare proprio perché pensiamo che terrà fuori chi vuole osservarci.
Ma chi controlla cosa fa il guardiano con quello che vede?
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