Quando una piazza si riempie, è facile interpretarla come la voce del popolo. Tuttavia, dietro ogni mobilitazione possono esistere organizzazioni, finanziamenti, campagne e narrazioni costruite molto prima che la protesta raggiunga le strade.
Nel nuovo articolo di @CodexOfSecrets viene analizzato il modo in cui il malcontento può essere intercettato, amplificato e trasformato in consenso politico.
La domanda centrale è semplice: quanto di ciò che appare spontaneo nasce davvero dal basso?
La piazza non è il popolo – Telegraph
Nel nuovo articolo di @CodexOfSecrets viene analizzato il modo in cui il malcontento può essere intercettato, amplificato e trasformato in consenso politico.
La domanda centrale è semplice: quanto di ciò che appare spontaneo nasce davvero dal basso?
La piazza non è il popolo – Telegraph
Telegraph
La piazza non è il popolo
Una piazza piena possiede una forza simbolica enorme. Quando migliaia di persone si riuniscono sotto gli stessi slogan, quella mobilitazione viene facilmente presentata come «la voce del Paese», «la volontà popolare» oppure «la società civile che reagisce».…
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Quando l’antidoto alla propaganda rischia di diventare propaganda
Nel 1937 l’Institute for Propaganda Analysis cercò di insegnare ai cittadini a riconoscere sette tecniche ricorrenti della propaganda: Name Calling, Glittering Generalities, Transfer, Testimonial, Plain Folks, Card Stacking e Bandwagon. Il principio era semplice: fornire strumenti con cui analizzare qualsiasi messaggio, indipendentemente da chi lo producesse. L’obiettivo dichiarato era formare cittadini capaci di pensare autonomamente e di riconoscere anche il diritto degli altri ad arrivare a conclusioni differenti.
Quasi novant’anni dopo, Europeisti.eu annuncia un manuale contro disinformazione e misinformazione in vista delle elezioni italiane. L’intenzione dichiarata è insegnare come valutare una notizia, riconoscere manipolazioni e aiutare altre persone a non cadere nella disinformazione. Fin qui, nulla di particolarmente controverso.
La differenza emerge nell’impostazione. Già prima della pubblicazione, il progetto identifica soprattutto una minaccia proveniente dalla Russia, allargando poi il riferimento alla Cina, alla destra americana e a soggetti politici o mediatici italiani accusati di rilanciarne le narrative.
Ed è qui che nasce la domanda.
Un vero strumento di alfabetizzazione mediatica dovrebbe funzionare allo stesso modo quando analizziamo Russia Today, la Commissione europea, il governo italiano, un partito di opposizione, la NATO, un quotidiano nazionale o un influencer.
Questo sarà quindi il vero banco di prova del nuovo manuale: insegnerà ai cittadini come pensare oppure indicherà loro di chi diffidare?
Nel primo caso avremo educazione critica.
Nel secondo, assisteremmo a qualcosa di molto più interessante: la propaganda che utilizza il linguaggio dell’antipropaganda per definire preventivamente quali narrazioni siano accettabili e quali sospette.
Quando il manuale sarà pubblicato, potremo applicargli proprio le sette tecniche del 1937 e vedere da quale parte dello specchio si trova.
@CodexOfSecrets
https://t.me/CodexOfSecrets/426
https://www.open.online/2026/09/10/manuale-disinformazione-influenze-russe-elezioni-europeisti/
Nel 1937 l’Institute for Propaganda Analysis cercò di insegnare ai cittadini a riconoscere sette tecniche ricorrenti della propaganda: Name Calling, Glittering Generalities, Transfer, Testimonial, Plain Folks, Card Stacking e Bandwagon. Il principio era semplice: fornire strumenti con cui analizzare qualsiasi messaggio, indipendentemente da chi lo producesse. L’obiettivo dichiarato era formare cittadini capaci di pensare autonomamente e di riconoscere anche il diritto degli altri ad arrivare a conclusioni differenti.
Quasi novant’anni dopo, Europeisti.eu annuncia un manuale contro disinformazione e misinformazione in vista delle elezioni italiane. L’intenzione dichiarata è insegnare come valutare una notizia, riconoscere manipolazioni e aiutare altre persone a non cadere nella disinformazione. Fin qui, nulla di particolarmente controverso.
La differenza emerge nell’impostazione. Già prima della pubblicazione, il progetto identifica soprattutto una minaccia proveniente dalla Russia, allargando poi il riferimento alla Cina, alla destra americana e a soggetti politici o mediatici italiani accusati di rilanciarne le narrative.
Ed è qui che nasce la domanda.
Un vero strumento di alfabetizzazione mediatica dovrebbe funzionare allo stesso modo quando analizziamo Russia Today, la Commissione europea, il governo italiano, un partito di opposizione, la NATO, un quotidiano nazionale o un influencer.
Questo sarà quindi il vero banco di prova del nuovo manuale: insegnerà ai cittadini come pensare oppure indicherà loro di chi diffidare?
Nel primo caso avremo educazione critica.
Nel secondo, assisteremmo a qualcosa di molto più interessante: la propaganda che utilizza il linguaggio dell’antipropaganda per definire preventivamente quali narrazioni siano accettabili e quali sospette.
Quando il manuale sarà pubblicato, potremo applicargli proprio le sette tecniche del 1937 e vedere da quale parte dello specchio si trova.
@CodexOfSecrets
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https://www.open.online/2026/09/10/manuale-disinformazione-influenze-russe-elezioni-europeisti/
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Codex Of Secrets - Oltre la verità
Un documento del 1937 descriveva sette tecniche usate per orientare l’opinione pubblica.
Quasi novant’anni dopo, i mezzi sono cambiati, le dinamiche molto meno.
Nel nuovo dossier, l’Agente X apre il manuale della propaganda e lo mette a confronto con il…
Quasi novant’anni dopo, i mezzi sono cambiati, le dinamiche molto meno.
Nel nuovo dossier, l’Agente X apre il manuale della propaganda e lo mette a confronto con il…
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Quando il Corpo Diventò la Password
Nel 2013, durante la conferenza D11 in California, Regina Dugan mostrò al pubblico una piccola pillola. Non si trattava di una metafora. Dugan aveva diretto la DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense incaricata di finanziare e sviluppare tecnologie avanzate, e successivamente era entrata in Motorola Mobility, che in quel periodo apparteneva a Google.
Il problema sul quale stava lavorando appariva semplice: eliminare le password. La soluzione, però, era molto meno ordinaria. La pillola conteneva un sensore elettronico sviluppato da Proteus Digital Health. Una volta ingerito, il dispositivo veniva attivato dai fluidi presenti nello stomaco e produceva un segnale elettrico rilevabile attraverso il corpo. La tecnologia non era teorica. Il sistema Proteus esisteva realmente ed era già stato autorizzato dalla FDA per alcune applicazioni mediche.
Motorola, tuttavia, prese in considerazione un utilizzo differente: impiegare quella stessa tecnologia non soltanto per monitorare l’assunzione di un farmaco, ma anche per identificare digitalmente una persona. Durante la presentazione, Dugan spiegò il concetto in maniera estremamente chiara:
«Your entire body becomes your authentication token.»
In altre parole, l’intero corpo sarebbe diventato un token di autenticazione. Una persona avrebbe quindi potuto essere riconosciuta senza digitare alcuna password, perché il segnale generato all’interno del corpo avrebbe confermato la sua identità a un dispositivo elettronico. Motorola dichiarò inoltre di avere già sperimentato il sistema per autenticare uno smartphone.
La pillola non arrivò mai sul mercato, ma questo potrebbe essere l’aspetto meno interessante della vicenda. Nello stesso periodo, infatti, Motorola stava studiando anche tatuaggi elettronici applicabili sulla pelle e utilizzabili per verificare l’identità dell’utente. La direzione della ricerca appariva quindi abbastanza chiara: ridurre progressivamente la distanza tra il corpo umano e l’identità digitale.
Sono trascorsi più di dieci anni e oggi milioni di persone accedono quotidianamente ai propri dispositivi attraverso il volto, l’impronta digitale o altri sistemi biometrici. La tradizionale password, basata esclusivamente su qualcosa che l’utente deve ricordare, sta progressivamente perdendo centralità.
Ciò che nel 2013 poteva sembrare un esperimento futuristico appare quindi molto meno estraneo alla realtà contemporanea. La questione più interessante non consiste nello stabilire perché quella specifica pillola non sia mai stata commercializzata. La domanda riguarda piuttosto la direzione verso la quale queste tecnologie stavano già guardando. Perché, più di dieci anni fa, alcune delle maggiori aziende tecnologiche stavano sperimentando sistemi capaci di trasformare il corpo umano in una credenziale digitale? E soprattutto, che cosa accade quando l’identità biologica e quella digitale iniziano progressivamente a sovrapporsi?
La pillola è rimasta un esperimento.
L’idea che la rendeva possibile, invece, è ancora con noi.
@CodexOfSecrets
https://allthingsd.com/20130603/passwords-on-your-skin-and-in-your-stomach-inside-googles-wild-motorola-research-projects-video/
https://allthingsd.com/20130529/electronic-tattoos-and-passwords-you-can-swallow-googles-regina-dugan-is-a-badass/
https://www.accessdata.fda.gov/scripts/cdrh/cfdocs/cfpmn/denovo.cfm?denknumber=DEN120011
https://www.accessdata.fda.gov/cdrh_docs/reviews/k113070.pdf
https://www.darpa.mil/sites/default/files/attachment/2025-02/magazine-darpa-60th-anniversary.pdf
Nel 2013, durante la conferenza D11 in California, Regina Dugan mostrò al pubblico una piccola pillola. Non si trattava di una metafora. Dugan aveva diretto la DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense incaricata di finanziare e sviluppare tecnologie avanzate, e successivamente era entrata in Motorola Mobility, che in quel periodo apparteneva a Google.
Il problema sul quale stava lavorando appariva semplice: eliminare le password. La soluzione, però, era molto meno ordinaria. La pillola conteneva un sensore elettronico sviluppato da Proteus Digital Health. Una volta ingerito, il dispositivo veniva attivato dai fluidi presenti nello stomaco e produceva un segnale elettrico rilevabile attraverso il corpo. La tecnologia non era teorica. Il sistema Proteus esisteva realmente ed era già stato autorizzato dalla FDA per alcune applicazioni mediche.
Motorola, tuttavia, prese in considerazione un utilizzo differente: impiegare quella stessa tecnologia non soltanto per monitorare l’assunzione di un farmaco, ma anche per identificare digitalmente una persona. Durante la presentazione, Dugan spiegò il concetto in maniera estremamente chiara:
«Your entire body becomes your authentication token.»
In altre parole, l’intero corpo sarebbe diventato un token di autenticazione. Una persona avrebbe quindi potuto essere riconosciuta senza digitare alcuna password, perché il segnale generato all’interno del corpo avrebbe confermato la sua identità a un dispositivo elettronico. Motorola dichiarò inoltre di avere già sperimentato il sistema per autenticare uno smartphone.
La pillola non arrivò mai sul mercato, ma questo potrebbe essere l’aspetto meno interessante della vicenda. Nello stesso periodo, infatti, Motorola stava studiando anche tatuaggi elettronici applicabili sulla pelle e utilizzabili per verificare l’identità dell’utente. La direzione della ricerca appariva quindi abbastanza chiara: ridurre progressivamente la distanza tra il corpo umano e l’identità digitale.
Sono trascorsi più di dieci anni e oggi milioni di persone accedono quotidianamente ai propri dispositivi attraverso il volto, l’impronta digitale o altri sistemi biometrici. La tradizionale password, basata esclusivamente su qualcosa che l’utente deve ricordare, sta progressivamente perdendo centralità.
Ciò che nel 2013 poteva sembrare un esperimento futuristico appare quindi molto meno estraneo alla realtà contemporanea. La questione più interessante non consiste nello stabilire perché quella specifica pillola non sia mai stata commercializzata. La domanda riguarda piuttosto la direzione verso la quale queste tecnologie stavano già guardando. Perché, più di dieci anni fa, alcune delle maggiori aziende tecnologiche stavano sperimentando sistemi capaci di trasformare il corpo umano in una credenziale digitale? E soprattutto, che cosa accade quando l’identità biologica e quella digitale iniziano progressivamente a sovrapporsi?
La pillola è rimasta un esperimento.
L’idea che la rendeva possibile, invece, è ancora con noi.
@CodexOfSecrets
https://allthingsd.com/20130603/passwords-on-your-skin-and-in-your-stomach-inside-googles-wild-motorola-research-projects-video/
https://allthingsd.com/20130529/electronic-tattoos-and-passwords-you-can-swallow-googles-regina-dugan-is-a-badass/
https://www.accessdata.fda.gov/scripts/cdrh/cfdocs/cfpmn/denovo.cfm?denknumber=DEN120011
https://www.accessdata.fda.gov/cdrh_docs/reviews/k113070.pdf
https://www.darpa.mil/sites/default/files/attachment/2025-02/magazine-darpa-60th-anniversary.pdf
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Quando la CIA Cercava di Vedere Senza Guardare
Per anni, chi parlava di percezione extrasensoriale, visione a distanza o capacità della mente di superare i normali limiti sensoriali veniva facilmente associato all’occultismo o alla pseudoscienza. Eppure, mentre pubblicamente questi argomenti venivano trattati con scetticismo, all’interno dell’apparato di intelligence statunitense qualcuno li stava studiando sul serio.
Nel 1972 la CIA iniziò a finanziare ricerche sulla cosiddetta remote viewing, la «visione a distanza»: la presunta capacità di descrivere persone, oggetti o luoghi senza poterli osservare direttamente. Quello che potrebbe sembrare un esperimento marginale continuò invece per anni e diede spunto a diversi programmi TV come GRILL FLAME, CENTER LANE, SUN STREAK e STARGATE.
Non si trattava soltanto di esperimenti teorici condotti in qualche laboratorio. La documentazione declassificata mostra che queste tecniche furono utilizzate anche in contesti collegati a vere operazioni di intelligence. Nel 1980, durante la crisi degli ostaggi americani in Iran, alcuni soggetti coinvolti nel programma ricevettero il compito di tentare di ottenere informazioni sugli ostaggi e sui luoghi nei quali potevano essere detenuti. I rapporti relativi a quelle sessioni sono oggi conservati negli archivi della CIA.
La domanda sorge spontanea: se queste pratiche fossero state considerate completamente prive di valore, perché vennero utilizzate in una crisi internazionale reale e il programma continuò fino agli anni Novanta?
Infatti, nel 1995 venne commissionata una valutazione finale; la conclusione non fu semplicemente che tutto fosse stato una fantasia. Uno dei rapporti riconobbe che, in determinate condizioni sperimentali, erano emersi risultati statisticamente superiori a quelli che ci si sarebbe aspettati dal puro caso. Allo stesso tempo, l’intelligence concluse che tali risultati erano troppo irregolari, difficili da interpretare e poco affidabili per essere utilizzati efficacemente nelle operazioni.
Il programma venne quindi chiuso.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante: per oltre vent’anni, strutture legate alla CIA, alla DIA e all’esercito statunitense investirono tempo, personale e risorse nello studio di qualcosa che, ancora oggi, viene generalmente collocato ai margini della scienza convenzionale.
Rimane quindi una domanda che difficilmente può essere liquidata con una battuta: se non c’era assolutamente nulla da vedere, che cosa li spinse a continuare così a lungo?
@CodexOfSecrets
https://www.cia.gov/stories/story/ask-molly-did-cia-really-study-psychic-powers/
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp96-00788r001000090001-2
https://www.cia.gov/readingroom/collection/stargate
Per anni, chi parlava di percezione extrasensoriale, visione a distanza o capacità della mente di superare i normali limiti sensoriali veniva facilmente associato all’occultismo o alla pseudoscienza. Eppure, mentre pubblicamente questi argomenti venivano trattati con scetticismo, all’interno dell’apparato di intelligence statunitense qualcuno li stava studiando sul serio.
Nel 1972 la CIA iniziò a finanziare ricerche sulla cosiddetta remote viewing, la «visione a distanza»: la presunta capacità di descrivere persone, oggetti o luoghi senza poterli osservare direttamente. Quello che potrebbe sembrare un esperimento marginale continuò invece per anni e diede spunto a diversi programmi TV come GRILL FLAME, CENTER LANE, SUN STREAK e STARGATE.
Non si trattava soltanto di esperimenti teorici condotti in qualche laboratorio. La documentazione declassificata mostra che queste tecniche furono utilizzate anche in contesti collegati a vere operazioni di intelligence. Nel 1980, durante la crisi degli ostaggi americani in Iran, alcuni soggetti coinvolti nel programma ricevettero il compito di tentare di ottenere informazioni sugli ostaggi e sui luoghi nei quali potevano essere detenuti. I rapporti relativi a quelle sessioni sono oggi conservati negli archivi della CIA.
La domanda sorge spontanea: se queste pratiche fossero state considerate completamente prive di valore, perché vennero utilizzate in una crisi internazionale reale e il programma continuò fino agli anni Novanta?
Infatti, nel 1995 venne commissionata una valutazione finale; la conclusione non fu semplicemente che tutto fosse stato una fantasia. Uno dei rapporti riconobbe che, in determinate condizioni sperimentali, erano emersi risultati statisticamente superiori a quelli che ci si sarebbe aspettati dal puro caso. Allo stesso tempo, l’intelligence concluse che tali risultati erano troppo irregolari, difficili da interpretare e poco affidabili per essere utilizzati efficacemente nelle operazioni.
Il programma venne quindi chiuso.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante: per oltre vent’anni, strutture legate alla CIA, alla DIA e all’esercito statunitense investirono tempo, personale e risorse nello studio di qualcosa che, ancora oggi, viene generalmente collocato ai margini della scienza convenzionale.
Rimane quindi una domanda che difficilmente può essere liquidata con una battuta: se non c’era assolutamente nulla da vedere, che cosa li spinse a continuare così a lungo?
@CodexOfSecrets
https://www.cia.gov/stories/story/ask-molly-did-cia-really-study-psychic-powers/
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp96-00788r001000090001-2
https://www.cia.gov/readingroom/collection/stargate
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Chi Possiede Chi?
Quando si osservano gli azionisti delle maggiori multinazionali occidentali, gli stessi nomi compaiono continuamente: BlackRock. Vanguard. State Street.
Tecnologia, alimentazione, farmaceutica, energia e finanza: cambiano le società, ma una parte rilevante delle azioni finisce spesso nelle mani degli stessi grandi gestori patrimoniali.
Quei capitali non appartengono necessariamente a BlackRock o Vanguard; si tratta soprattutto del denaro affidato loro da milioni di investitori, fondi, assicurazioni e sistemi pensionistici.
Ed è proprio questo il punto interessante. Perché tra quei soldi possono esserci anche quelli dei lavoratori italiani.
In Italia, infatti, i contributi versati alla previdenza complementare, compreso il TFR destinato a un fondo pensione, non rimangono semplicemente depositati in attesa della pensione. Vengono investiti sui mercati finanziari attraverso banche, società di gestione e grandi operatori internazionali. Un esempio è Cometa, il fondo pensione complementare dei lavoratori metalmeccanici.
Tra i gestori scelti da Cometa compare BlackRock Investment Management. BlackRock partecipa alla gestione dei comparti Reddito e Crescita, mentre quest'ultimo dispone di un patrimonio di diversi miliardi di euro. Ma la storia diventa ancora più interessante quando si osserva dove può essere investito quel denaro. Il benchmark utilizzato dal comparto Crescita comprende, tra le altre cose, obbligazioni societarie statunitensi e una consistente esposizione all'indice MSCI World. Il problema è che l'MSCI World, nonostante il nome suggerisca un indice distribuito uniformemente sul pianeta, è dominato dal mercato americano. Nel 2026 circa il 70% del suo valore era rappresentato da società statunitensi. Tra i nomi principali compaiono aziende come Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta.
Il meccanismo diventa quindi abbastanza chiaro: un lavoratore italiano versa parte del proprio stipendio e, in alcuni casi, il proprio TFR in un fondo pensione. Il fondo affida una parte delle risorse a grandi gestori finanziari e quei gestori investono sui mercati internazionali. È una quota significativa di quel capitale che finisce nei titoli delle grandi società americane.
Così, il lavoratore continua formalmente a possedere il proprio risparmio previdenziale, mentre il capitale entra in una struttura finanziaria globale nella quale gli stessi grandi gestori ricompaiono continuamente. Ed è qui che l'espressione «BlackRock possiede tutto» rischia di nascondere un fenomeno molto più interessante. BlackRock non ha bisogno di possedere personalmente tutti quei capitali, le basta gestirli.
E gestire il denaro di milioni di lavoratori, investitori, assicurazioni e fondi pensione significa avere una presenza enorme nei mercati azionari mondiali.
Il paradosso è evidente.
Gli stessi lavoratori che osservano da lontano la crescita di colossi come Apple, Microsoft, Amazon o Nvidia possono contribuire indirettamente a finanziarli attraverso i propri risparmi pensionistici. Una parte del TFR accumulato in Italia può quindi entrare nei mercati internazionali, essere affidata a un gestore globale e contribuire all'acquisto di titoli delle maggiori aziende statunitensi. Tutto questo avviene legalmente, pubblicamente e attraverso meccanismi finanziari perfettamente regolamentati. Ed è forse proprio questo l'aspetto più interessante. Non occorre immaginare qualcuno che trasferisca segretamente le pensioni italiane a Wall Street.
Il sistema lo fa alla luce del sole: il risparmio viene raccolto localmente, aggregato, affidato ai grandi gestori e distribuito sui mercati globali. In altre parole, una parte del risparmio destinato alla futura pensione di un lavoratore italiano può contribuire oggi a sostenere il valore delle più grandi aziende americane.
Alla fine, quindi, la domanda non è soltanto:
Chi possiede le grandi multinazionali?
Quando si osservano gli azionisti delle maggiori multinazionali occidentali, gli stessi nomi compaiono continuamente: BlackRock. Vanguard. State Street.
Tecnologia, alimentazione, farmaceutica, energia e finanza: cambiano le società, ma una parte rilevante delle azioni finisce spesso nelle mani degli stessi grandi gestori patrimoniali.
Quei capitali non appartengono necessariamente a BlackRock o Vanguard; si tratta soprattutto del denaro affidato loro da milioni di investitori, fondi, assicurazioni e sistemi pensionistici.
Ed è proprio questo il punto interessante. Perché tra quei soldi possono esserci anche quelli dei lavoratori italiani.
In Italia, infatti, i contributi versati alla previdenza complementare, compreso il TFR destinato a un fondo pensione, non rimangono semplicemente depositati in attesa della pensione. Vengono investiti sui mercati finanziari attraverso banche, società di gestione e grandi operatori internazionali. Un esempio è Cometa, il fondo pensione complementare dei lavoratori metalmeccanici.
Tra i gestori scelti da Cometa compare BlackRock Investment Management. BlackRock partecipa alla gestione dei comparti Reddito e Crescita, mentre quest'ultimo dispone di un patrimonio di diversi miliardi di euro. Ma la storia diventa ancora più interessante quando si osserva dove può essere investito quel denaro. Il benchmark utilizzato dal comparto Crescita comprende, tra le altre cose, obbligazioni societarie statunitensi e una consistente esposizione all'indice MSCI World. Il problema è che l'MSCI World, nonostante il nome suggerisca un indice distribuito uniformemente sul pianeta, è dominato dal mercato americano. Nel 2026 circa il 70% del suo valore era rappresentato da società statunitensi. Tra i nomi principali compaiono aziende come Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta.
Il meccanismo diventa quindi abbastanza chiaro: un lavoratore italiano versa parte del proprio stipendio e, in alcuni casi, il proprio TFR in un fondo pensione. Il fondo affida una parte delle risorse a grandi gestori finanziari e quei gestori investono sui mercati internazionali. È una quota significativa di quel capitale che finisce nei titoli delle grandi società americane.
Così, il lavoratore continua formalmente a possedere il proprio risparmio previdenziale, mentre il capitale entra in una struttura finanziaria globale nella quale gli stessi grandi gestori ricompaiono continuamente. Ed è qui che l'espressione «BlackRock possiede tutto» rischia di nascondere un fenomeno molto più interessante. BlackRock non ha bisogno di possedere personalmente tutti quei capitali, le basta gestirli.
E gestire il denaro di milioni di lavoratori, investitori, assicurazioni e fondi pensione significa avere una presenza enorme nei mercati azionari mondiali.
Il paradosso è evidente.
Gli stessi lavoratori che osservano da lontano la crescita di colossi come Apple, Microsoft, Amazon o Nvidia possono contribuire indirettamente a finanziarli attraverso i propri risparmi pensionistici. Una parte del TFR accumulato in Italia può quindi entrare nei mercati internazionali, essere affidata a un gestore globale e contribuire all'acquisto di titoli delle maggiori aziende statunitensi. Tutto questo avviene legalmente, pubblicamente e attraverso meccanismi finanziari perfettamente regolamentati. Ed è forse proprio questo l'aspetto più interessante. Non occorre immaginare qualcuno che trasferisca segretamente le pensioni italiane a Wall Street.
Il sistema lo fa alla luce del sole: il risparmio viene raccolto localmente, aggregato, affidato ai grandi gestori e distribuito sui mercati globali. In altre parole, una parte del risparmio destinato alla futura pensione di un lavoratore italiano può contribuire oggi a sostenere il valore delle più grandi aziende americane.
Alla fine, quindi, la domanda non è soltanto:
Chi possiede le grandi multinazionali?
❤1
La domanda potrebbe essere ancora più interessante:
Chi controlla i flussi di denaro con i quali milioni di lavoratori, spesso senza rendersene conto, contribuiscono a finanziarle?
@CodexOfSecrets
https://www.covip.it/per-il-cittadino/educazione-previdenziale/faq/come-vengono-investiti-contributi-versati-dagli
https://www.cometafondo.it/gestione-finanziaria/
https://www.cometafondo.it/faq/gestione-finanziaria/
https://www.cometafondo.it/wp-content/uploads/2024/03/Comunicazione-ai-sensi-dellArt-124_Sexies-TUF-2023.pdf
https://www.msci.com/documents/10199/1de1e8f9-7db0-4e65-a117-66ea2f625557
Chi controlla i flussi di denaro con i quali milioni di lavoratori, spesso senza rendersene conto, contribuiscono a finanziarle?
@CodexOfSecrets
https://www.covip.it/per-il-cittadino/educazione-previdenziale/faq/come-vengono-investiti-contributi-versati-dagli
https://www.cometafondo.it/gestione-finanziaria/
https://www.cometafondo.it/faq/gestione-finanziaria/
https://www.cometafondo.it/wp-content/uploads/2024/03/Comunicazione-ai-sensi-dellArt-124_Sexies-TUF-2023.pdf
https://www.msci.com/documents/10199/1de1e8f9-7db0-4e65-a117-66ea2f625557
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La Società Senza Contanti Non è Nata Ieri
La progressiva scomparsa del contante viene spesso presentata come una semplice conseguenza dell’evoluzione tecnologica: prima sono arrivate le carte, poi i pagamenti contactless, gli smartphone e infine le valute digitali delle banche centrali.
Eppure, l’idea di una società senza contanti è molto più vecchia.
Nel 1967, Dale L. Reistad, dirigente dell’American Bankers Association, pubblicò un articolo dal titolo molto esplicito:
“The Coming Cashless Society”.
Negli anni successivi, il sistema finanziario iniziò a sviluppare infrastrutture elettroniche capaci di ridurre progressivamente l’uso del denaro fisico. Nel 1988, la Federal Reserve Bank di San Francisco pubblicò un documento intitolato:
“A Cashless Society?”
Nel 1996, la Bank for International Settlements analizzava già le conseguenze della moneta elettronica sulle banche centrali e sul sistema finanziario. Quindi, la direzione non è nata ieri. Esiste però un aspetto ancora più importante. Il contante garantisce un livello di anonimato che il denaro digitale non può offrire nello stesso modo.
Quando una banconota passa da una persona all’altra, non è necessario che una banca autorizzi la transazione. Non serve un server e non viene automaticamente creata una registrazione digitale.
Il denaro elettronico funziona diversamente.
Ogni pagamento deve passare attraverso un’infrastruttura e la transazione può essere registrata, collegata a un conto, a un dispositivo, a un luogo e a un momento preciso. Per questo il controllo non è un elemento estraneo alla trasformazione digitale del denaro, ma ne è una conseguenza della sua stessa struttura.
Con il contante, due persone possono scambiarsi valore quasi anonimamente.
Con il denaro digitale, tra chi paga e chi riceve esiste sempre un sistema.
E chi controlla quel sistema dispone della possibilità di osservare, registrare e analizzare le transazioni. Oggi questa evoluzione continua con le CBDC, le valute digitali delle banche centrali.
La Bank of England studia da anni la sterlina digitale e la Banca Centrale Europea sta sviluppando il progetto dell’euro digitale.
Le istituzioni dichiarano che queste valute dovrebbero affiancare il contante e non sostituirlo.
Ma il punto rimane.
Nel 1967 si parlava già di società senza contanti.
Negli anni Ottanta la Federal Reserve ne discuteva apertamente.
Negli anni Novanta le banche centrali studiavano la moneta elettronica.
Oggi si progettano valute digitali ufficiali.
Il cambiamento è avvenuto lentamente, nel corso di decenni.
E, insieme alla comodità, è aumentata anche la capacità del sistema di sapere dove, quando e come viene utilizzato il denaro.
Il vero nodo, quindi, non riguarda soltanto il futuro delle banconote, ma soprattutto il futuro dell’anonimato economico. Perché, quando il denaro diventa completamente digitale, non cambia soltanto il modo in cui paghiamo ma anche il rapporto tra libertà e controllo.
@CodexOfSecrets
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/0007681367900808
https://www.federalreservehistory.org/essays/electronic-point-of-sale-payments
https://fraser.stlouisfed.org/title/economic-letter-federal-reserve-bank-san-francisco-4960/a-cashless-society-517777
https://www.bis.org/cpmi/publ/d18.pdf
https://www.bis.org/publ/bisp01.pdf
https://www.bankofengland.co.uk/paper/2020/central-bank-digital-currency-opportunities-challenges-and-design-discussion-paper
https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/html/index.en.html
La progressiva scomparsa del contante viene spesso presentata come una semplice conseguenza dell’evoluzione tecnologica: prima sono arrivate le carte, poi i pagamenti contactless, gli smartphone e infine le valute digitali delle banche centrali.
Eppure, l’idea di una società senza contanti è molto più vecchia.
Nel 1967, Dale L. Reistad, dirigente dell’American Bankers Association, pubblicò un articolo dal titolo molto esplicito:
“The Coming Cashless Society”.
Negli anni successivi, il sistema finanziario iniziò a sviluppare infrastrutture elettroniche capaci di ridurre progressivamente l’uso del denaro fisico. Nel 1988, la Federal Reserve Bank di San Francisco pubblicò un documento intitolato:
“A Cashless Society?”
Nel 1996, la Bank for International Settlements analizzava già le conseguenze della moneta elettronica sulle banche centrali e sul sistema finanziario. Quindi, la direzione non è nata ieri. Esiste però un aspetto ancora più importante. Il contante garantisce un livello di anonimato che il denaro digitale non può offrire nello stesso modo.
Quando una banconota passa da una persona all’altra, non è necessario che una banca autorizzi la transazione. Non serve un server e non viene automaticamente creata una registrazione digitale.
Il denaro elettronico funziona diversamente.
Ogni pagamento deve passare attraverso un’infrastruttura e la transazione può essere registrata, collegata a un conto, a un dispositivo, a un luogo e a un momento preciso. Per questo il controllo non è un elemento estraneo alla trasformazione digitale del denaro, ma ne è una conseguenza della sua stessa struttura.
Con il contante, due persone possono scambiarsi valore quasi anonimamente.
Con il denaro digitale, tra chi paga e chi riceve esiste sempre un sistema.
E chi controlla quel sistema dispone della possibilità di osservare, registrare e analizzare le transazioni. Oggi questa evoluzione continua con le CBDC, le valute digitali delle banche centrali.
La Bank of England studia da anni la sterlina digitale e la Banca Centrale Europea sta sviluppando il progetto dell’euro digitale.
Le istituzioni dichiarano che queste valute dovrebbero affiancare il contante e non sostituirlo.
Ma il punto rimane.
Nel 1967 si parlava già di società senza contanti.
Negli anni Ottanta la Federal Reserve ne discuteva apertamente.
Negli anni Novanta le banche centrali studiavano la moneta elettronica.
Oggi si progettano valute digitali ufficiali.
Il cambiamento è avvenuto lentamente, nel corso di decenni.
E, insieme alla comodità, è aumentata anche la capacità del sistema di sapere dove, quando e come viene utilizzato il denaro.
Il vero nodo, quindi, non riguarda soltanto il futuro delle banconote, ma soprattutto il futuro dell’anonimato economico. Perché, quando il denaro diventa completamente digitale, non cambia soltanto il modo in cui paghiamo ma anche il rapporto tra libertà e controllo.
@CodexOfSecrets
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/0007681367900808
https://www.federalreservehistory.org/essays/electronic-point-of-sale-payments
https://fraser.stlouisfed.org/title/economic-letter-federal-reserve-bank-san-francisco-4960/a-cashless-society-517777
https://www.bis.org/cpmi/publ/d18.pdf
https://www.bis.org/publ/bisp01.pdf
https://www.bankofengland.co.uk/paper/2020/central-bank-digital-currency-opportunities-challenges-and-design-discussion-paper
https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/html/index.en.html
🤬1🤨1
Tesla, l’Energia dell’Etere e il Problema del Profitto
Nel 1891 Nikola Tesla parlò pubblicamente dell’idea che l’universo fosse attraversato da un mezzo capace di trasmettere energia attraverso l'etere. Egli riteneva che la natura contenesse immense quantità di energia e immaginava che, un giorno, l’uomo avrebbe potuto ricavarla direttamente dall’ambiente.
Non rimase soltanto sul piano teorico. Nel 1901 ottenne il brevetto US685957A, dedicato a un apparecchio capace di raccogliere e accumulare energia radiante. Parallelamente, stava lavorando a un progetto ancora più ambizioso: utilizzare la Terra stessa come parte di un sistema globale per trasmettere energia senza fili.
Tesla aveva sperimentato queste idee a Colorado Springs.
Secondo John J. O’Neill, uno dei suoi primi biografi, lo scienziato sarebbe riuscito nel 1899 ad accendere 200 lampade a circa 26 miglia, oltre 40 chilometri, dal proprio trasmettitore. L’episodio è diventato uno dei più celebri della storia di Tesla.
Da quelle ricerche nacque Wardenclyffe.
Il progetto venne inizialmente finanziato da J. P. Morgan, che investì 150.000 dollari. Tesla iniziò così a costruire a Long Island una torre alta quasi sessanta metri.
Ufficialmente, il progetto riguardava soprattutto le comunicazioni. Tesla, però, immaginava qualcosa di molto più grande: una rete capace di trasmettere informazioni ed energia senza la tradizionale infrastruttura di cavi. Ed è qui che la questione diventa economica: l’elettricità tradizionale viene prodotta, trasportata, misurata e venduta passando attraverso una rete e monitorata da un contatore.
Così, ogni consumo può essere trasformato in denaro.
Il sistema immaginato da Tesla poneva invece una domanda molto più scomoda: come si vende un’energia che può essere ricevuta senza il tradizionale collegamento fisico?
Nel 1931 TIME, parlando delle idee di Tesla, osservò che un simile sistema avrebbe creato un problema di “financial control of electricity”, cioè di controllo finanziario dell’elettricità. Anche le ricostruzioni storiche dello Smithsonian ricordano che i finanziatori di Wall Street faticavano a comprendere come rendere commercialmente sfruttabile l’energia senza fili. Mentre Tesla pensava alla distribuzione, i finanziatori pensavano al profitto e, quando queste due logiche smisero di coincidere, il denaro cominciò a mancare. Morgan non continuò a finanziare l’espansione del progetto. Tesla cercò altri investitori, senza riuscire a raccogliere il capitale necessario. Così Wardenclyffe rimase incompiuta e, nel 1917, la torre venne demolita.
Purtroppo lo scienziato si trovò ad affrontare un problema che non apparteneva alla fisica bensì all'economia. Perché un’energia facilmente accessibile può rappresentare una rivoluzione per chi la utilizza, ma Tesla aveva intravisto una direzione che il sistema economico dell’epoca non aveva alcun interesse a finanziare fino in fondo.
Così la torre scomparve e così anche Tesla.
@CodexOfSecrets
https://teslasciencecenter.org/announcements/experiments-with-alternate-currents-of-very-high-frequency-and-their-application-to-methods-of-artificial-illumination-by-nikola-tesla/
https://patents.google.com/patent/US685957A/en
https://teslasciencecenter.org/teslas-wireless-power/
https://www.pbs.org/tesla/ll/ll_colspr.html
https://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,742063,00.html
https://www.smithsonianmag.com/smithsonian-institution/tesla-at-the-smithsonian-the-story-behind-his-genius-3329176/
Nel 1891 Nikola Tesla parlò pubblicamente dell’idea che l’universo fosse attraversato da un mezzo capace di trasmettere energia attraverso l'etere. Egli riteneva che la natura contenesse immense quantità di energia e immaginava che, un giorno, l’uomo avrebbe potuto ricavarla direttamente dall’ambiente.
Non rimase soltanto sul piano teorico. Nel 1901 ottenne il brevetto US685957A, dedicato a un apparecchio capace di raccogliere e accumulare energia radiante. Parallelamente, stava lavorando a un progetto ancora più ambizioso: utilizzare la Terra stessa come parte di un sistema globale per trasmettere energia senza fili.
Tesla aveva sperimentato queste idee a Colorado Springs.
Secondo John J. O’Neill, uno dei suoi primi biografi, lo scienziato sarebbe riuscito nel 1899 ad accendere 200 lampade a circa 26 miglia, oltre 40 chilometri, dal proprio trasmettitore. L’episodio è diventato uno dei più celebri della storia di Tesla.
Da quelle ricerche nacque Wardenclyffe.
Il progetto venne inizialmente finanziato da J. P. Morgan, che investì 150.000 dollari. Tesla iniziò così a costruire a Long Island una torre alta quasi sessanta metri.
Ufficialmente, il progetto riguardava soprattutto le comunicazioni. Tesla, però, immaginava qualcosa di molto più grande: una rete capace di trasmettere informazioni ed energia senza la tradizionale infrastruttura di cavi. Ed è qui che la questione diventa economica: l’elettricità tradizionale viene prodotta, trasportata, misurata e venduta passando attraverso una rete e monitorata da un contatore.
Così, ogni consumo può essere trasformato in denaro.
Il sistema immaginato da Tesla poneva invece una domanda molto più scomoda: come si vende un’energia che può essere ricevuta senza il tradizionale collegamento fisico?
Nel 1931 TIME, parlando delle idee di Tesla, osservò che un simile sistema avrebbe creato un problema di “financial control of electricity”, cioè di controllo finanziario dell’elettricità. Anche le ricostruzioni storiche dello Smithsonian ricordano che i finanziatori di Wall Street faticavano a comprendere come rendere commercialmente sfruttabile l’energia senza fili. Mentre Tesla pensava alla distribuzione, i finanziatori pensavano al profitto e, quando queste due logiche smisero di coincidere, il denaro cominciò a mancare. Morgan non continuò a finanziare l’espansione del progetto. Tesla cercò altri investitori, senza riuscire a raccogliere il capitale necessario. Così Wardenclyffe rimase incompiuta e, nel 1917, la torre venne demolita.
Purtroppo lo scienziato si trovò ad affrontare un problema che non apparteneva alla fisica bensì all'economia. Perché un’energia facilmente accessibile può rappresentare una rivoluzione per chi la utilizza, ma Tesla aveva intravisto una direzione che il sistema economico dell’epoca non aveva alcun interesse a finanziare fino in fondo.
Così la torre scomparve e così anche Tesla.
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https://teslasciencecenter.org/announcements/experiments-with-alternate-currents-of-very-high-frequency-and-their-application-to-methods-of-artificial-illumination-by-nikola-tesla/
https://patents.google.com/patent/US685957A/en
https://teslasciencecenter.org/teslas-wireless-power/
https://www.pbs.org/tesla/ll/ll_colspr.html
https://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,742063,00.html
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Quando Internet iniziò a Viaggiare nell'Aria
Nell’agosto del 2026, negli Stati Uniti, un esperimento ha mostrato quanto rapidamente possa cambiare la natura stessa delle comunicazioni. Ricercatori del Brookhaven National Laboratory e della Stony Brook University sono riusciti a trasmettere fotoni contenenti informazione quantistica attraverso circa 21 chilometri di spazio aperto, senza utilizzare una tradizionale fibra ottica tra i due punti.
Dal campus della Stony Brook University, impulsi luminosi estremamente deboli sono stati inviati verso il cosiddetto Quantum Lighthouse del Brookhaven National Laboratory.
Non si trattava di una normale connessione wireless. L’obiettivo era costruire un collegamento capace di trasportare informazione quantistica attraverso l’atmosfera.
Per anni, lo sviluppo delle reti quantistiche è rimasto legato soprattutto alla fibra ottica, che però introduce perdite crescenti con la distanza. Ora si sta sperimentando un’altra strada: far viaggiare l’informazione direttamente attraverso lo spazio.
Il sistema utilizza laser, telescopi, specchi e ottiche adattive capaci di compensare le distorsioni provocate dall’atmosfera. Il progetto non si ferma ai 21 chilometri già raggiunti. Infatti, i ricercatori stanno lavorando a collegamenti più lunghi, compreso un percorso verso Yale University, con l’obiettivo di attraversare decine di chilometri sopra il Long Island Sound. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un nuovo passo nella ricerca scientifica, ma ogni nuova infrastruttura di comunicazione porta con sé una seconda questione, molto meno discussa.
Chi la controllerà? Internet nacque come rete distribuita, poi, con il tempo gran parte delle comunicazioni digitali è passata attraverso un numero relativamente ristretto di grandi infrastrutture, piattaforme, data center, provider e nodi strategici. Ora si sta costruendo il livello successivo: una rete nella quale non circoleranno soltanto dati tradizionali, ma anche stati quantistici, indispensabili per collegare computer quantistici, sistemi crittografici e nuove infrastrutture di calcolo. E chi controllerà questi nodi avrà l’accesso alla rete sulla quale viaggeranno le informazioni più sensibili. È qui che il problema diventa politico ed economico prima ancora che tecnologico.
Le grandi infrastrutture raramente rimangono neutrali. Esse richiedono investimenti enormi, autorizzazioni, laboratori, reti, satelliti, telescopi, stazioni terrestri e sistemi di sicurezza. E tutto ciò concentra inevitabilmente l’accesso nelle mani di chi possiede le risorse necessarie per costruire e mantenere la rete.
Oggi stiamo osservando la fase sperimentale, ma domani potrebbe diventare infrastruttura e, successivamente, potrebbe trasformarsi in standard. È già accaduto con Internet, con il cloud, con gli smartphone e con i sistemi di identificazione digitale: all’inizio sono strumenti, poi diventano servizi, infine diventano strutture dalle quali dipende una parte crescente della società.
L’Internet quantistico viene presentato soprattutto attraverso le sue promesse: comunicazioni più sicure, nuove capacità di calcolo e reti crittografiche molto più avanzate. Tutto vero. Ma ogni sistema più sicuro per alcuni può diventare anche più opaco per altri. Ogni nuova infrastruttura introduce un nuovo livello di accesso ed ogni livello di accesso introduce una forma di controllo. Per questo il vero interrogativo non riguarda soltanto la possibilità di trasmettere fotoni quantistici attraverso 21 chilometri di atmosfera. La domanda riguarda ciò che verrà dopo:
Chi costruirà la rete?
Chi potrà utilizzarla?
Chi deciderà quali sistemi potranno collegarsi?
E chi resterà fuori?
Le rivoluzioni tecnologiche raramente arrivano annunciando di voler cambiare i rapporti di potere. Arrivano come esperimenti e poi diventano infrastrutture. E soltanto alla fine ci accorgiamo che il controllo dell’infrastruttura è diventato una forma di potere.
L’Internet quantistico è ancora agli inizi, ma la rete sta già cominciando a uscire dai laboratori. E quando una nuova rete nasce, la
Nell’agosto del 2026, negli Stati Uniti, un esperimento ha mostrato quanto rapidamente possa cambiare la natura stessa delle comunicazioni. Ricercatori del Brookhaven National Laboratory e della Stony Brook University sono riusciti a trasmettere fotoni contenenti informazione quantistica attraverso circa 21 chilometri di spazio aperto, senza utilizzare una tradizionale fibra ottica tra i due punti.
Dal campus della Stony Brook University, impulsi luminosi estremamente deboli sono stati inviati verso il cosiddetto Quantum Lighthouse del Brookhaven National Laboratory.
Non si trattava di una normale connessione wireless. L’obiettivo era costruire un collegamento capace di trasportare informazione quantistica attraverso l’atmosfera.
Per anni, lo sviluppo delle reti quantistiche è rimasto legato soprattutto alla fibra ottica, che però introduce perdite crescenti con la distanza. Ora si sta sperimentando un’altra strada: far viaggiare l’informazione direttamente attraverso lo spazio.
Il sistema utilizza laser, telescopi, specchi e ottiche adattive capaci di compensare le distorsioni provocate dall’atmosfera. Il progetto non si ferma ai 21 chilometri già raggiunti. Infatti, i ricercatori stanno lavorando a collegamenti più lunghi, compreso un percorso verso Yale University, con l’obiettivo di attraversare decine di chilometri sopra il Long Island Sound. A prima vista potrebbe sembrare soltanto un nuovo passo nella ricerca scientifica, ma ogni nuova infrastruttura di comunicazione porta con sé una seconda questione, molto meno discussa.
Chi la controllerà? Internet nacque come rete distribuita, poi, con il tempo gran parte delle comunicazioni digitali è passata attraverso un numero relativamente ristretto di grandi infrastrutture, piattaforme, data center, provider e nodi strategici. Ora si sta costruendo il livello successivo: una rete nella quale non circoleranno soltanto dati tradizionali, ma anche stati quantistici, indispensabili per collegare computer quantistici, sistemi crittografici e nuove infrastrutture di calcolo. E chi controllerà questi nodi avrà l’accesso alla rete sulla quale viaggeranno le informazioni più sensibili. È qui che il problema diventa politico ed economico prima ancora che tecnologico.
Le grandi infrastrutture raramente rimangono neutrali. Esse richiedono investimenti enormi, autorizzazioni, laboratori, reti, satelliti, telescopi, stazioni terrestri e sistemi di sicurezza. E tutto ciò concentra inevitabilmente l’accesso nelle mani di chi possiede le risorse necessarie per costruire e mantenere la rete.
Oggi stiamo osservando la fase sperimentale, ma domani potrebbe diventare infrastruttura e, successivamente, potrebbe trasformarsi in standard. È già accaduto con Internet, con il cloud, con gli smartphone e con i sistemi di identificazione digitale: all’inizio sono strumenti, poi diventano servizi, infine diventano strutture dalle quali dipende una parte crescente della società.
L’Internet quantistico viene presentato soprattutto attraverso le sue promesse: comunicazioni più sicure, nuove capacità di calcolo e reti crittografiche molto più avanzate. Tutto vero. Ma ogni sistema più sicuro per alcuni può diventare anche più opaco per altri. Ogni nuova infrastruttura introduce un nuovo livello di accesso ed ogni livello di accesso introduce una forma di controllo. Per questo il vero interrogativo non riguarda soltanto la possibilità di trasmettere fotoni quantistici attraverso 21 chilometri di atmosfera. La domanda riguarda ciò che verrà dopo:
Chi costruirà la rete?
Chi potrà utilizzarla?
Chi deciderà quali sistemi potranno collegarsi?
E chi resterà fuori?
Le rivoluzioni tecnologiche raramente arrivano annunciando di voler cambiare i rapporti di potere. Arrivano come esperimenti e poi diventano infrastrutture. E soltanto alla fine ci accorgiamo che il controllo dell’infrastruttura è diventato una forma di potere.
L’Internet quantistico è ancora agli inizi, ma la rete sta già cominciando a uscire dai laboratori. E quando una nuova rete nasce, la
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domanda più importante non è soltanto quanto velocemente riuscirà a trasmettere informazioni, ma sarà capire chi avrà le chiavi per attraversarla.
@CodexOfSecrets
https://www.bnl.gov/newsroom/news.php?a=123096
https://news.stonybrook.edu/newsroom/press-release/general/brookhaven-and-stony-brook-researchers-demonstrate-wireless-capability-for-quantum-network/
https://www.bnl.gov/newsroom/news.php?a=223097
https://www.bnl.gov/instrumentation/quantum/optical-link.php
@CodexOfSecrets
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https://news.stonybrook.edu/newsroom/press-release/general/brookhaven-and-stony-brook-researchers-demonstrate-wireless-capability-for-quantum-network/
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https://www.bnl.gov/instrumentation/quantum/optical-link.php
Brookhaven National Laboratory
Brookhaven and Stony Brook Researchers Demonstrate 'Wireless' Capability for Quantum Network
Researchers have successfully transmitted light particles containing quantum information through open air between Brookhaven Lab and Stony Brook University.
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Quando l’Italia Fascista Addestrava i Futuri Marinai d’Israele
Nel 1934, mentre Benito Mussolini governava l’Italia fascista, a Civitavecchia accadde qualcosa che oggi difficilmente trova spazio nel racconto più semplice di quegli anni: con il consenso del regime venne aperta una scuola navale destinata ai giovani del Betar, il movimento sionista revisionista fondato da Ze’ev Jabotinsky.
L’obiettivo era formare marinai e ufficiali per quella che, nelle intenzioni del movimento, sarebbe diventata un giorno uno Stato ebraico futuro. La scuola funzionava all’interno dell’ambiente marittimo italiano e aveva come principale istruttore il capitano Nicola Fusco. I cadetti arrivavano dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dalla Lettonia, dalla Germania, dalla Palestina e anche dall’Africa. Non si trattò di un piccolo esperimento simbolico. Tra il 1934 e il 1938 vi passarono quasi 150 giovani e, secondo la National Library of Israel, alcuni di loro ebbero successivamente un ruolo nello sviluppo della marina militare e mercantile israeliana.
Il rapporto con l’Italia fascista era più stretto di quanto oggi si potrebbe immaginare. Uno studio pubblicato nel 2022 su Studia Maritima ricostruisce come alcuni cadetti del Betar partecipassero a manifestazioni insieme ai militari italiani, esprimessero sostegno al regime di Mussolini e raccogliessero perfino metallo destinato all’industria bellica durante la guerra d’Etiopia. Il nazionalismo italiano veniva osservato da una parte dei sionisti revisionisti come un possibile modello: disciplina, formazione della gioventù, orgoglio nazionale e costruzione di uno Stato forte.
Tutto questo avveniva pochi anni prima delle leggi razziali del 1938. Ed è proprio questa cronologia a rendere la vicenda così significativa. La storia viene spesso ricordata attraverso categorie nette, nelle quali alleanze e inimicizie sembrano esistere da sempre. Gli archivi mostrano invece rapporti molto più mutevoli, nei quali ideologia e interesse geopolitico potevano produrre collaborazioni che pochi anni dopo sarebbero apparse impensabili.
A volte sono proprio i capitoli che sembrano contraddire ciò che sappiamo a mostrare quanto la politica sia stata, e continui a essere, soprattutto una questione di interessi.
@CodexOfSecrets
https://www.nli.org.il/en/education/teaching-resources/primary-sources/nnl_edu997013134823305171
https://wnus.usz.edu.pl/sm/en/issue/1257/article/20022/
https://www.cambridge.org/core/journals/international-journal-of-middle-eastern-studies/article/school-protests-and-the-making-of-the-postottoman-mediterranean-student-politicization-as-a-challenge-to-italian-colonialism-in-rhodes-19151937/2EA8291020185E52A3EAEBBE8B7CC1A1
Nel 1934, mentre Benito Mussolini governava l’Italia fascista, a Civitavecchia accadde qualcosa che oggi difficilmente trova spazio nel racconto più semplice di quegli anni: con il consenso del regime venne aperta una scuola navale destinata ai giovani del Betar, il movimento sionista revisionista fondato da Ze’ev Jabotinsky.
L’obiettivo era formare marinai e ufficiali per quella che, nelle intenzioni del movimento, sarebbe diventata un giorno uno Stato ebraico futuro. La scuola funzionava all’interno dell’ambiente marittimo italiano e aveva come principale istruttore il capitano Nicola Fusco. I cadetti arrivavano dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dalla Lettonia, dalla Germania, dalla Palestina e anche dall’Africa. Non si trattò di un piccolo esperimento simbolico. Tra il 1934 e il 1938 vi passarono quasi 150 giovani e, secondo la National Library of Israel, alcuni di loro ebbero successivamente un ruolo nello sviluppo della marina militare e mercantile israeliana.
Il rapporto con l’Italia fascista era più stretto di quanto oggi si potrebbe immaginare. Uno studio pubblicato nel 2022 su Studia Maritima ricostruisce come alcuni cadetti del Betar partecipassero a manifestazioni insieme ai militari italiani, esprimessero sostegno al regime di Mussolini e raccogliessero perfino metallo destinato all’industria bellica durante la guerra d’Etiopia. Il nazionalismo italiano veniva osservato da una parte dei sionisti revisionisti come un possibile modello: disciplina, formazione della gioventù, orgoglio nazionale e costruzione di uno Stato forte.
Tutto questo avveniva pochi anni prima delle leggi razziali del 1938. Ed è proprio questa cronologia a rendere la vicenda così significativa. La storia viene spesso ricordata attraverso categorie nette, nelle quali alleanze e inimicizie sembrano esistere da sempre. Gli archivi mostrano invece rapporti molto più mutevoli, nei quali ideologia e interesse geopolitico potevano produrre collaborazioni che pochi anni dopo sarebbero apparse impensabili.
A volte sono proprio i capitoli che sembrano contraddire ciò che sappiamo a mostrare quanto la politica sia stata, e continui a essere, soprattutto una questione di interessi.
@CodexOfSecrets
https://www.nli.org.il/en/education/teaching-resources/primary-sources/nnl_edu997013134823305171
https://wnus.usz.edu.pl/sm/en/issue/1257/article/20022/
https://www.cambridge.org/core/journals/international-journal-of-middle-eastern-studies/article/school-protests-and-the-making-of-the-postottoman-mediterranean-student-politicization-as-a-challenge-to-italian-colonialism-in-rhodes-19151937/2EA8291020185E52A3EAEBBE8B7CC1A1
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Il trucco del 3%
Mentre ai cittadini viene chiesto di accettare vincoli, sacrifici e prudenza nei conti pubblici, per la difesa Bruxelles ha previsto margini di flessibilità specifici.
È solo una questione tecnica oppure le eccezioni rivelano quali siano le vere priorità del sistema europeo?
Perché, quando si tratta di sanità, salari e costo della vita, prevale il rigore, mentre per il riarmo compaiono nuove forme di flessibilità?
@CodexOfSecrets
Il trucco del 3%: sacrifici per i cittadini, flessibilità per il riarmo
Mentre ai cittadini viene chiesto di accettare vincoli, sacrifici e prudenza nei conti pubblici, per la difesa Bruxelles ha previsto margini di flessibilità specifici.
È solo una questione tecnica oppure le eccezioni rivelano quali siano le vere priorità del sistema europeo?
Perché, quando si tratta di sanità, salari e costo della vita, prevale il rigore, mentre per il riarmo compaiono nuove forme di flessibilità?
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Il trucco del 3%: sacrifici per i cittadini, flessibilità per il riarmo
Telegraph
Il trucco del 3%: sacrifici per i cittadini, flessibilità per il riarmo
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella vicenda del deficit italiano. L’Italia ha chiuso il 2025 con un rapporto tra deficit e PIL pari al 3,1%. È mancato appena un decimale per raggiungere la soglia del 3% e avvicinarsi all’uscita anticipata dalla…
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Dal Telefono al Corpo: il Prossimo Dispositivo Saremo Noi?
Per anni ci siamo abituati a portare Internet sempre più vicino al corpo. Prima è arrivato il computer, poi lo smartphone e infine lo smartwatch. Ora la ricerca sta lavorando a un passaggio ulteriore: portare la rete direttamente sul corpo e, in alcuni casi, al suo interno.
Il 6G viene generalmente presentato come la futura generazione delle telecomunicazioni, ma i documenti ufficiali mostrano che il progetto va ben oltre una semplice connessione più veloce. L’International Telecommunication Union, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina gli standard globali delle telecomunicazioni, definisce il futuro 6G con il nome IMT-2030. Tra gli scenari previsti compaiono la connettività ubiqua, l’intelligenza artificiale integrata, una localizzazione estremamente precisa e soprattutto la fusione tra comunicazione e rilevamento.
La rete, quindi, non servirà soltanto a trasmettere dati, ma potrà anche rilevare presenza, movimento, posizione e caratteristiche dell’ambiente circostante.
La parte più interessante riguarda però il corpo umano. Nei documenti dedicati all’IMT-2030 si parla esplicitamente di sanità digitale, monitoraggio remoto, dispositivi indossabili e body sensors destinati a diventare sempre più pervasivi. Parallelamente, la ricerca scientifica sta già sviluppando reti corporee composte da sensori collocati sulla pelle, intorno al corpo oppure direttamente all’interno dell’organismo. Esistono studi su antenne impiantabili, sensori wireless privi di batteria e dispositivi progettati per trasmettere informazioni dall’interno del corpo verso l’esterno.
Per il momento, le applicazioni dichiarate riguardano soprattutto la medicina: monitoraggio cardiaco, parametri metabolici, neurologia e telemedicina. La questione, però, non riguarda soltanto ciò che questi dispositivi possono fare oggi, ma soprattutto l’infrastruttura che si sta costruendo. Un sensore può monitorare la salute, trasmettere dati, contribuire alla localizzazione o diventare parte di un sistema di autenticazione. Quando il corpo entra nella rete, quindi, il problema non riguarda più soltanto la tecnologia, riguarda anche il controllo:
Chi raccoglierà quei dati?
Chi gestirà la rete?
Chi deciderà quali informazioni potranno essere lette, archiviate o incrociate?
La storia dimostra che molte tecnologie nate con una finalità circoscritta finiscono poi per estendersi ben oltre il loro utilizzo originario: Internet nacque come rete di ricerca, il GPS fu sviluppato per scopi militari, il riconoscimento facciale sembrava una tecnologia specialistica. Oggi tutti e tre fanno parte della vita quotidiana.
Con il 6G, il confine potrebbe spostarsi ancora. La rete potrebbe non fermarsi più davanti a uno schermo, ma arrivare al polso, alla pelle e, potenzialmente, all’interno del corpo. Al momento nessun documento dimostra che esista un piano per imporre dispositivi impiantabili alla popolazione. Esiste però un dato difficilmente ignorabile: la tecnologia necessaria per trasformare il corpo umano in un nodo della rete viene già sviluppata, ed è proprio questo che merita attenzione: prima si costruisce l’infrastruttura, successivamente se ne ampliano gli utilizzi e, infine, ciò che sembrava eccezionale diventa normale.
Il futuro delle telecomunicazioni non consisterà nell’avere uno smartphone più potente, ma potrebbe consistere nel non avere più bisogno dello smartphone perché, a quel punto, il dispositivo saremo noi.
@CodexOfSecrets
https://www.itu.int/hub/2026/03/imt-2030-technical-requirements-for-the-6g-future/
https://www.itu.int/dms_pubrec/itu-r/rec/m/R-REC-M.2160-0-202311-I!!PDF-E.pdf
https://www.itu.int/en/ITU-R/study-groups/rsg5/rwp5d/imt-2030/pages/default.aspx
https://www.mdpi.com/2076-3417/15/3/1385
https://www.nature.com/articles/s44460-026-00054-y
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41337163/
Per anni ci siamo abituati a portare Internet sempre più vicino al corpo. Prima è arrivato il computer, poi lo smartphone e infine lo smartwatch. Ora la ricerca sta lavorando a un passaggio ulteriore: portare la rete direttamente sul corpo e, in alcuni casi, al suo interno.
Il 6G viene generalmente presentato come la futura generazione delle telecomunicazioni, ma i documenti ufficiali mostrano che il progetto va ben oltre una semplice connessione più veloce. L’International Telecommunication Union, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina gli standard globali delle telecomunicazioni, definisce il futuro 6G con il nome IMT-2030. Tra gli scenari previsti compaiono la connettività ubiqua, l’intelligenza artificiale integrata, una localizzazione estremamente precisa e soprattutto la fusione tra comunicazione e rilevamento.
La rete, quindi, non servirà soltanto a trasmettere dati, ma potrà anche rilevare presenza, movimento, posizione e caratteristiche dell’ambiente circostante.
La parte più interessante riguarda però il corpo umano. Nei documenti dedicati all’IMT-2030 si parla esplicitamente di sanità digitale, monitoraggio remoto, dispositivi indossabili e body sensors destinati a diventare sempre più pervasivi. Parallelamente, la ricerca scientifica sta già sviluppando reti corporee composte da sensori collocati sulla pelle, intorno al corpo oppure direttamente all’interno dell’organismo. Esistono studi su antenne impiantabili, sensori wireless privi di batteria e dispositivi progettati per trasmettere informazioni dall’interno del corpo verso l’esterno.
Per il momento, le applicazioni dichiarate riguardano soprattutto la medicina: monitoraggio cardiaco, parametri metabolici, neurologia e telemedicina. La questione, però, non riguarda soltanto ciò che questi dispositivi possono fare oggi, ma soprattutto l’infrastruttura che si sta costruendo. Un sensore può monitorare la salute, trasmettere dati, contribuire alla localizzazione o diventare parte di un sistema di autenticazione. Quando il corpo entra nella rete, quindi, il problema non riguarda più soltanto la tecnologia, riguarda anche il controllo:
Chi raccoglierà quei dati?
Chi gestirà la rete?
Chi deciderà quali informazioni potranno essere lette, archiviate o incrociate?
La storia dimostra che molte tecnologie nate con una finalità circoscritta finiscono poi per estendersi ben oltre il loro utilizzo originario: Internet nacque come rete di ricerca, il GPS fu sviluppato per scopi militari, il riconoscimento facciale sembrava una tecnologia specialistica. Oggi tutti e tre fanno parte della vita quotidiana.
Con il 6G, il confine potrebbe spostarsi ancora. La rete potrebbe non fermarsi più davanti a uno schermo, ma arrivare al polso, alla pelle e, potenzialmente, all’interno del corpo. Al momento nessun documento dimostra che esista un piano per imporre dispositivi impiantabili alla popolazione. Esiste però un dato difficilmente ignorabile: la tecnologia necessaria per trasformare il corpo umano in un nodo della rete viene già sviluppata, ed è proprio questo che merita attenzione: prima si costruisce l’infrastruttura, successivamente se ne ampliano gli utilizzi e, infine, ciò che sembrava eccezionale diventa normale.
Il futuro delle telecomunicazioni non consisterà nell’avere uno smartphone più potente, ma potrebbe consistere nel non avere più bisogno dello smartphone perché, a quel punto, il dispositivo saremo noi.
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https://www.itu.int/hub/2026/03/imt-2030-technical-requirements-for-the-6g-future/
https://www.itu.int/dms_pubrec/itu-r/rec/m/R-REC-M.2160-0-202311-I!!PDF-E.pdf
https://www.itu.int/en/ITU-R/study-groups/rsg5/rwp5d/imt-2030/pages/default.aspx
https://www.mdpi.com/2076-3417/15/3/1385
https://www.nature.com/articles/s44460-026-00054-y
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41337163/
ITU
IMT-2030: Technical requirements for the 6G future - ITU
Mobile communications experts at ITU have agreed on draft IMT 2030 technical performance requirements to evaluate 6G radio interfaces.
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Prima Crearono il Desiderio e Poi lo Chiamarono Tradizione
Oggi un anello di fidanzamento senza diamante può sembrare quasi incompleto. Siamo stati abituati ad associare quella pietra all’amore, alla promessa e all’eternità. Eppure questa “tradizione” è molto più recente di quanto immaginiamo.
Negli anni Trenta il mercato dei diamanti attraversava un periodo difficile. De Beers, che controllava una parte enorme dell’offerta mondiale, aveva bisogno di aumentare la domanda. Il problema, però, non consisteva soltanto nel vendere più pietre: bisognava convincere milioni di persone che senza un diamante mancasse qualcosa all’amore stesso.
Nel 1938 De Beers affidò il compito all’agenzia pubblicitaria N.W. Ayer. Le attrici di Hollywood iniziarono a essere fotografate con diamanti, mentre riviste e giornali raccontavano i fidanzamenti dei personaggi famosi indicando dimensioni e valore delle pietre. Nel 1947 arrivò lo slogan destinato a cambiare tutto:
“A Diamond Is Forever.”
Un diamante è per sempre.
Lo slogan associava la pietra all’amore eterno, ma produceva anche un altro effetto: suggeriva che un diamante non dovesse essere rivenduto. Cosi, meno pietre tornavano sul mercato, più facilmente si poteva preservarne il valore.
Anche l’idea della rarità merita attenzione. I diamanti naturali non sono tutti ugualmente rari. Alcuni esemplari, per dimensioni, purezza o colore, possono essere eccezionali, ma il diamante comune non è una pietra introvabile. Per decenni De Beers controllò una parte enorme della produzione mondiale e regolò la quantità di pietre immesse sul mercato. La scarsità percepita dipendeva quindi non soltanto da ciò che la natura rendeva disponibile, ma anche da quanto veniva effettivamente lasciato arrivare ai compratori. Nel frattempo, la pubblicità faceva il resto.
Cosi, il diamante diventava amore, impegno e simbolo del matrimonio. Nel giro di alcune generazioni, una strategia commerciale era riuscita a trasformarsi in abitudine sociale. Poi l’abitudine era diventata consuetudine ed infine, la consuetudine era stata percepita come tradizione. Il meccanismo è semplice: si controlla l’offerta, si costruisce il desiderio, lo si lega ad un’emozione. Poi si ripete il messaggio abbastanza a lungo da far dimenticare da dove tutto sia cominciato. A quel punto la pubblicità scompare e rimane soltanto l’idea che sia sempre stato così.
La manipolazione culturale funziona davvero quando riesce a cancellare le proprie tracce. Dopo abbastanza tempo, nessuno ricorda più chi ha creato il desiderio e rimane soltanto la convinzione che sia sempre esistito.
@CodexOfSecrets
https://www.smithsonianmag.com/science-nature/diamonds-on-demand-48545144/
https://4cs.gia.edu/en-us/blog/are-diamonds-rare/
https://4cs.gia.edu/en-us/blog/origin-of-wedding-rings/
Oggi un anello di fidanzamento senza diamante può sembrare quasi incompleto. Siamo stati abituati ad associare quella pietra all’amore, alla promessa e all’eternità. Eppure questa “tradizione” è molto più recente di quanto immaginiamo.
Negli anni Trenta il mercato dei diamanti attraversava un periodo difficile. De Beers, che controllava una parte enorme dell’offerta mondiale, aveva bisogno di aumentare la domanda. Il problema, però, non consisteva soltanto nel vendere più pietre: bisognava convincere milioni di persone che senza un diamante mancasse qualcosa all’amore stesso.
Nel 1938 De Beers affidò il compito all’agenzia pubblicitaria N.W. Ayer. Le attrici di Hollywood iniziarono a essere fotografate con diamanti, mentre riviste e giornali raccontavano i fidanzamenti dei personaggi famosi indicando dimensioni e valore delle pietre. Nel 1947 arrivò lo slogan destinato a cambiare tutto:
“A Diamond Is Forever.”
Un diamante è per sempre.
Lo slogan associava la pietra all’amore eterno, ma produceva anche un altro effetto: suggeriva che un diamante non dovesse essere rivenduto. Cosi, meno pietre tornavano sul mercato, più facilmente si poteva preservarne il valore.
Anche l’idea della rarità merita attenzione. I diamanti naturali non sono tutti ugualmente rari. Alcuni esemplari, per dimensioni, purezza o colore, possono essere eccezionali, ma il diamante comune non è una pietra introvabile. Per decenni De Beers controllò una parte enorme della produzione mondiale e regolò la quantità di pietre immesse sul mercato. La scarsità percepita dipendeva quindi non soltanto da ciò che la natura rendeva disponibile, ma anche da quanto veniva effettivamente lasciato arrivare ai compratori. Nel frattempo, la pubblicità faceva il resto.
Cosi, il diamante diventava amore, impegno e simbolo del matrimonio. Nel giro di alcune generazioni, una strategia commerciale era riuscita a trasformarsi in abitudine sociale. Poi l’abitudine era diventata consuetudine ed infine, la consuetudine era stata percepita come tradizione. Il meccanismo è semplice: si controlla l’offerta, si costruisce il desiderio, lo si lega ad un’emozione. Poi si ripete il messaggio abbastanza a lungo da far dimenticare da dove tutto sia cominciato. A quel punto la pubblicità scompare e rimane soltanto l’idea che sia sempre stato così.
La manipolazione culturale funziona davvero quando riesce a cancellare le proprie tracce. Dopo abbastanza tempo, nessuno ricorda più chi ha creato il desiderio e rimane soltanto la convinzione che sia sempre esistito.
@CodexOfSecrets
https://www.smithsonianmag.com/science-nature/diamonds-on-demand-48545144/
https://4cs.gia.edu/en-us/blog/are-diamonds-rare/
https://4cs.gia.edu/en-us/blog/origin-of-wedding-rings/
Smithsonian Magazine
Diamonds on Demand
Lab-grown gemstones are now practically indistinguishable from mined diamonds. Scientists and engineers see a world of possibilities
💯2
La manipolazione passa anche dalle immagini.
Perche i politici europei indossano la mimetica?
Prima si normalizza il simbolo, poi il linguaggio, infine l’idea stessa del conflitto.
@CodexOfSecrets
Perche i politici europei indossano la mimetica?
Prima si normalizza il simbolo, poi il linguaggio, infine l’idea stessa del conflitto.
@CodexOfSecrets
🤮5
Come il Comportamento Diventa il Tuo Documento d’Identità
Dal 10 dicembre 2025, in Australia, molte piattaforme social devono impedire ai minori di 16 anni di possedere un account. Facebook, Instagram, TikTok, X, YouTube, Reddit, Snapchat e altre piattaforme devono quindi stabilire se una persona abbia realmente l’età dichiarata. Si potrebbe pensare a un semplice documento d’identità. Il sistema, però, può funzionare in modo molto più sofisticato.
Secondo le indicazioni ufficiali dell’eSafety Commissioner australiano, le piattaforme possono utilizzare diversi segnali per stimare l’età di un utente:
Possono analizzare il livello e lo stile del linguaggio utilizzato
Possono osservare i contenuti con cui interagisce
Possono analizzare fotografie e video per stimare l’età del volto
Possono utilizzare la voce
Possono verificare se gli orari di attività coincidono con quelli scolastici
Possono osservare se l’utente frequenta gruppi destinati ai più giovani o se interagisce prevalentemente con persone che sembrano avere meno di 16 anni
Per stabilire se una persona si trovi realmente in Australia possono inoltre essere utilizzati indirizzo IP, GPS, lingua e fuso orario del dispositivo, numero telefonico, identificativo del dispositivo, impostazioni del sistema operativo, fotografie, tag, connessioni e attività dell’account.
In altre parole, non è sempre necessario chiederti chi sei: il sistema può provare a dedurlo dal tuo comportamento. La cosa diventa ancora più significativa perché un controllo già superato non chiude necessariamente la questione. Se successivamente emergono segnali incompatibili con l’età dichiarata, la piattaforma può effettuare una nuova verifica e arrivare alla sospensione dell’account. La finalità dichiarata è proteggere i minori, ma l’infrastruttura necessaria per farlo introduce qualcosa che merita attenzione: la possibilità di costruire un profilo dell’individuo osservando ciò che scrive, guarda, dice, frequenta e il modo in cui utilizza il proprio dispositivo.
Oggi l’obiettivo è stimare l’età, domani la stessa capacità tecnica potrebbe essere utilizzata per dedurre molte altre caratteristiche. È questo il punto che va oltre la legge australiana. Per anni abbiamo pensato che l’identificazione digitale richiedesse un documento, una password o almeno una domanda. Ora stiamo entrando in una fase diversa. Il sistema può osservarti abbastanza a lungo da arrivare da solo alla risposta.
Quando una macchina conosce la tua posizione, analizza il tuo linguaggio, riconosce il tuo volto, ascolta la tua voce, osserva i tuoi orari e studia le persone con cui interagisci, la verifica dell’età diventa soltanto una delle possibili applicazioni. Il controllo digitale potrebbe quindi non avere bisogno di chiedere sempre più informazioni, potrebbe semplicemente imparare a ricavarle.
@CodexOfSecrets
https://www.esafety.gov.au/parents/social-media-age-restrictions
https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions/faqs
https://www.esafety.gov.au/sites/default/files/2025-09/eSafety-SMMA-Regulatory-Guidance.pdf
Dal 10 dicembre 2025, in Australia, molte piattaforme social devono impedire ai minori di 16 anni di possedere un account. Facebook, Instagram, TikTok, X, YouTube, Reddit, Snapchat e altre piattaforme devono quindi stabilire se una persona abbia realmente l’età dichiarata. Si potrebbe pensare a un semplice documento d’identità. Il sistema, però, può funzionare in modo molto più sofisticato.
Secondo le indicazioni ufficiali dell’eSafety Commissioner australiano, le piattaforme possono utilizzare diversi segnali per stimare l’età di un utente:
Possono analizzare il livello e lo stile del linguaggio utilizzato
Possono osservare i contenuti con cui interagisce
Possono analizzare fotografie e video per stimare l’età del volto
Possono utilizzare la voce
Possono verificare se gli orari di attività coincidono con quelli scolastici
Possono osservare se l’utente frequenta gruppi destinati ai più giovani o se interagisce prevalentemente con persone che sembrano avere meno di 16 anni
Per stabilire se una persona si trovi realmente in Australia possono inoltre essere utilizzati indirizzo IP, GPS, lingua e fuso orario del dispositivo, numero telefonico, identificativo del dispositivo, impostazioni del sistema operativo, fotografie, tag, connessioni e attività dell’account.
In altre parole, non è sempre necessario chiederti chi sei: il sistema può provare a dedurlo dal tuo comportamento. La cosa diventa ancora più significativa perché un controllo già superato non chiude necessariamente la questione. Se successivamente emergono segnali incompatibili con l’età dichiarata, la piattaforma può effettuare una nuova verifica e arrivare alla sospensione dell’account. La finalità dichiarata è proteggere i minori, ma l’infrastruttura necessaria per farlo introduce qualcosa che merita attenzione: la possibilità di costruire un profilo dell’individuo osservando ciò che scrive, guarda, dice, frequenta e il modo in cui utilizza il proprio dispositivo.
Oggi l’obiettivo è stimare l’età, domani la stessa capacità tecnica potrebbe essere utilizzata per dedurre molte altre caratteristiche. È questo il punto che va oltre la legge australiana. Per anni abbiamo pensato che l’identificazione digitale richiedesse un documento, una password o almeno una domanda. Ora stiamo entrando in una fase diversa. Il sistema può osservarti abbastanza a lungo da arrivare da solo alla risposta.
Quando una macchina conosce la tua posizione, analizza il tuo linguaggio, riconosce il tuo volto, ascolta la tua voce, osserva i tuoi orari e studia le persone con cui interagisci, la verifica dell’età diventa soltanto una delle possibili applicazioni. Il controllo digitale potrebbe quindi non avere bisogno di chiedere sempre più informazioni, potrebbe semplicemente imparare a ricavarle.
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https://www.esafety.gov.au/parents/social-media-age-restrictions
https://www.esafety.gov.au/about-us/industry-regulation/social-media-age-restrictions/faqs
https://www.esafety.gov.au/sites/default/files/2025-09/eSafety-SMMA-Regulatory-Guidance.pdf
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In 1984, Orwell descrive un meccanismo quasi perfetto: la razione di cioccolato viene ridotta, poi la propaganda presenta la nuova quantità come un risultato positivo. Il cittadino deve dimenticare quanto riceveva ieri e convincersi che oggi abbia ottenuto qualcosa.
Il meccanismo comunicativo è sorprendentemente attuale.
Un carburante che arriva a 1,99 euro al litro viene presentato attraverso la parola rassicurante «tetto». Un prezzo estremamente elevato smette così di apparire soltanto come un problema e può essere raccontato come una conquista: abbiamo impedito che salisse ancora.
La realtà economica rimane la stessa. Cambia il modo in cui viene confezionata.
Orwell lo aveva capito bene: quando si riesce a controllare il confronto con il passato, perfino un peggioramento può essere trasformato, nella narrazione pubblica, in una vittoria.
@CodexOfSecrets
Il meccanismo comunicativo è sorprendentemente attuale.
Un carburante che arriva a 1,99 euro al litro viene presentato attraverso la parola rassicurante «tetto». Un prezzo estremamente elevato smette così di apparire soltanto come un problema e può essere raccontato come una conquista: abbiamo impedito che salisse ancora.
La realtà economica rimane la stessa. Cambia il modo in cui viene confezionata.
Orwell lo aveva capito bene: quando si riesce a controllare il confronto con il passato, perfino un peggioramento può essere trasformato, nella narrazione pubblica, in una vittoria.
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👏1
Quando le Criptovalute Smettono di Essere Tue
Le criptovalute sono nate anche con una promessa precisa: restituire all’individuo il controllo del proprio denaro, riducendo la dipendenza da banche e intermediari.
Tuttavia, quando vengono custodite su un exchange, quella promessa cambia profondamente.
Il recente attacco contro Bitget, che ha coinvolto trasferimenti non autorizzati per centinaia di milioni di dollari, mostra quanto possa essere fragile la sicurezza di un patrimonio che esiste interamente all’interno di un’infrastruttura digitale.
Chi lascia le proprie criptovalute su una piattaforma non controlla direttamente le chiavi che permettono di utilizzarle. Tra il proprietario e i suoi fondi rimangono server, software, sistemi di autenticazione e società che custodiscono materialmente l’accesso agli asset.
Se quell’infrastruttura viene violata, bloccata o sospende i prelievi, il saldo può continuare ad apparire sullo schermo mentre la possibilità di utilizzare quei fondi viene meno.
Esiste poi un altro aspetto di cui si parla meno: la privacy.
La blockchain può essere pseudonima, ma le transazioni rimangono registrate. Quando gli indirizzi vengono collegati a un’identità attraverso un exchange, procedure KYC o altri servizi, diventa possibile ricostruire una parte considerevole dei movimenti finanziari di una persona.
Si arriva così a un curioso paradosso.
Una tecnologia nata per eliminare gli intermediari viene utilizzata da milioni di persone attraverso nuovi intermediari. Una tecnologia associata alla privacy produce registri permanenti delle transazioni. Una forma di denaro presentata come indipendente può diventare inaccessibile nel momento in cui la piattaforma che la custodisce decide di sospendere i prelievi o subisce un attacco.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto il valore delle criptovalute.
Riguarda soprattutto una domanda molto più semplice: chi possiede realmente il controllo dei fondi?
Nel mondo delle criptovalute esiste da anni una frase che riassume bene questo principio: se non controlli personalmente le chiavi private, il controllo effettivo delle tue criptovalute dipende anche da qualcun altro.
@CodexOfSecrets
https://swentr.site/news/646241-hackers-breach-crypto-exchange/
Le criptovalute sono nate anche con una promessa precisa: restituire all’individuo il controllo del proprio denaro, riducendo la dipendenza da banche e intermediari.
Tuttavia, quando vengono custodite su un exchange, quella promessa cambia profondamente.
Il recente attacco contro Bitget, che ha coinvolto trasferimenti non autorizzati per centinaia di milioni di dollari, mostra quanto possa essere fragile la sicurezza di un patrimonio che esiste interamente all’interno di un’infrastruttura digitale.
Chi lascia le proprie criptovalute su una piattaforma non controlla direttamente le chiavi che permettono di utilizzarle. Tra il proprietario e i suoi fondi rimangono server, software, sistemi di autenticazione e società che custodiscono materialmente l’accesso agli asset.
Se quell’infrastruttura viene violata, bloccata o sospende i prelievi, il saldo può continuare ad apparire sullo schermo mentre la possibilità di utilizzare quei fondi viene meno.
Esiste poi un altro aspetto di cui si parla meno: la privacy.
La blockchain può essere pseudonima, ma le transazioni rimangono registrate. Quando gli indirizzi vengono collegati a un’identità attraverso un exchange, procedure KYC o altri servizi, diventa possibile ricostruire una parte considerevole dei movimenti finanziari di una persona.
Si arriva così a un curioso paradosso.
Una tecnologia nata per eliminare gli intermediari viene utilizzata da milioni di persone attraverso nuovi intermediari. Una tecnologia associata alla privacy produce registri permanenti delle transazioni. Una forma di denaro presentata come indipendente può diventare inaccessibile nel momento in cui la piattaforma che la custodisce decide di sospendere i prelievi o subisce un attacco.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto il valore delle criptovalute.
Riguarda soprattutto una domanda molto più semplice: chi possiede realmente il controllo dei fondi?
Nel mondo delle criptovalute esiste da anni una frase che riassume bene questo principio: se non controlli personalmente le chiavi private, il controllo effettivo delle tue criptovalute dipende anche da qualcun altro.
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https://swentr.site/news/646241-hackers-breach-crypto-exchange/
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Quando il Dissenso Veniva Combattuto dall’Interno
Per anni, negli Stati Uniti, attivisti e movimenti politici sostennero di essere sorvegliati, infiltrati e messi gli uni contro gli altri. Poi vennero aperti gli archivi.
Nel 1956 l’FBI avviò COINTELPRO, un programma segreto che colpì comunisti, Black Panthers, organizzazioni della nuova sinistra e altri gruppi politici. L’FBI stessa riconosce oggi che alcuni agenti entrarono nelle organizzazioni, alimentarono contrasti interni e cercarono di screditarne membri e attività, anche quando esistevano poche o nessuna prova di comportamenti illegali.
Un documento del 1967 indicava chiaramente lo scopo: “expose, disrupt, misdirect, discredit, or otherwise neutralise”. Osservare il dissenso dall’esterno, quindi, non era sempre sufficiente. In alcuni casi bisognava entrare al suo interno.
La stessa Guerra fredda produceva, dall’altra parte dell’Atlantico, strumenti differenti ma inseriti nella medesima strategia di contenimento del comunismo. E l’Italia occupava una posizione centrale. Documenti ufficiali americani confermano che, tra il 1948 e il 1968, Washington finanziò clandestinamente partiti, sindacati e programmi di azione politica italiani con l’obiettivo di rafforzare le forze filo-occidentali. Nel 1952 comparve anche il Piano Demagnetize, rivolto soprattutto all'Italia e alla Francia. Lo scopo era ridurre l’influenza politica e sindacale comunista attraverso strumenti politici e psicologici, mantenendo l’operazione lontana dall’opinione pubblica. Negli stessi anni prendeva forma un’altra struttura destinata a rimanere segreta per decenni: Gladio.
Era la componente italiana della rete Stay Behind, costruita durante la Guerra fredda attraverso la collaborazione tra i servizi italiani e quelli statunitensi. La sua funzione ufficiale era preparare uomini, comunicazioni, depositi clandestini e strutture operative che sarebbero entrati in azione in caso di invasione o occupazione sovietica. Gladio non era COINTELPRO e non era Demagnetize. Tuttavia apparteneva allo stesso mondo nel quale la difesa dell’equilibrio occidentale non passava soltanto dalle istituzioni visibili. Questo a dimostrazione che accanto alla politica ufficiale, esistevano finanziamenti riservati, guerra psicologica, reti clandestine e operazioni di intelligence. E negli anni Settanta questa logica era ancora attiva.
Nel 1976, alla vigilia delle elezioni italiane, la CIA condusse un programma clandestino di propaganda e disinformazione. Un memorandum destinato al presidente Ford riferisce persino della diffusione di materiale fabbricato per rafforzare nell’opinione pubblica il collegamento tra il PCI e l’Unione Sovietica. Nel frattempo, sul fronte interno, i servizi italiani utilizzavano informatori e infiltrati anche contro il terrorismo delle Brigate Rosse.
Ciò dimostra che infiltrazioni, finanziamenti occulti, propaganda, guerra psicologica e strutture clandestine furono strumenti realmente utilizzati durante la guerra fredda nel mondo occidentale. Cambiavano i nomi e cambiavano i metodi a seconda del contesto, ma alla base rimaneva la convinzione che alcuni equilibri politici fossero troppo importanti per essere lasciati esclusivamente al confronto pubblico e alla scelta degli elettori.
Naturalmente, tutto questo avveniva senza che i cittadini ne fossero a conoscenza.
D’altronde, è questo uno dei vantaggi delle operazioni segrete: mentre accadono, chi ne parla sembra vedere complotti ovunque. Quando gli archivi vengono aperti, invece, quelle stesse operazioni diventano storia.
@CodexOfSecrets
https://www.fbi.gov/history/history-of-the-fbi/and-justice-for-all
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v41/d180
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve15p2Ed2/d375
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/264890.pdf
Per anni, negli Stati Uniti, attivisti e movimenti politici sostennero di essere sorvegliati, infiltrati e messi gli uni contro gli altri. Poi vennero aperti gli archivi.
Nel 1956 l’FBI avviò COINTELPRO, un programma segreto che colpì comunisti, Black Panthers, organizzazioni della nuova sinistra e altri gruppi politici. L’FBI stessa riconosce oggi che alcuni agenti entrarono nelle organizzazioni, alimentarono contrasti interni e cercarono di screditarne membri e attività, anche quando esistevano poche o nessuna prova di comportamenti illegali.
Un documento del 1967 indicava chiaramente lo scopo: “expose, disrupt, misdirect, discredit, or otherwise neutralise”. Osservare il dissenso dall’esterno, quindi, non era sempre sufficiente. In alcuni casi bisognava entrare al suo interno.
La stessa Guerra fredda produceva, dall’altra parte dell’Atlantico, strumenti differenti ma inseriti nella medesima strategia di contenimento del comunismo. E l’Italia occupava una posizione centrale. Documenti ufficiali americani confermano che, tra il 1948 e il 1968, Washington finanziò clandestinamente partiti, sindacati e programmi di azione politica italiani con l’obiettivo di rafforzare le forze filo-occidentali. Nel 1952 comparve anche il Piano Demagnetize, rivolto soprattutto all'Italia e alla Francia. Lo scopo era ridurre l’influenza politica e sindacale comunista attraverso strumenti politici e psicologici, mantenendo l’operazione lontana dall’opinione pubblica. Negli stessi anni prendeva forma un’altra struttura destinata a rimanere segreta per decenni: Gladio.
Era la componente italiana della rete Stay Behind, costruita durante la Guerra fredda attraverso la collaborazione tra i servizi italiani e quelli statunitensi. La sua funzione ufficiale era preparare uomini, comunicazioni, depositi clandestini e strutture operative che sarebbero entrati in azione in caso di invasione o occupazione sovietica. Gladio non era COINTELPRO e non era Demagnetize. Tuttavia apparteneva allo stesso mondo nel quale la difesa dell’equilibrio occidentale non passava soltanto dalle istituzioni visibili. Questo a dimostrazione che accanto alla politica ufficiale, esistevano finanziamenti riservati, guerra psicologica, reti clandestine e operazioni di intelligence. E negli anni Settanta questa logica era ancora attiva.
Nel 1976, alla vigilia delle elezioni italiane, la CIA condusse un programma clandestino di propaganda e disinformazione. Un memorandum destinato al presidente Ford riferisce persino della diffusione di materiale fabbricato per rafforzare nell’opinione pubblica il collegamento tra il PCI e l’Unione Sovietica. Nel frattempo, sul fronte interno, i servizi italiani utilizzavano informatori e infiltrati anche contro il terrorismo delle Brigate Rosse.
Ciò dimostra che infiltrazioni, finanziamenti occulti, propaganda, guerra psicologica e strutture clandestine furono strumenti realmente utilizzati durante la guerra fredda nel mondo occidentale. Cambiavano i nomi e cambiavano i metodi a seconda del contesto, ma alla base rimaneva la convinzione che alcuni equilibri politici fossero troppo importanti per essere lasciati esclusivamente al confronto pubblico e alla scelta degli elettori.
Naturalmente, tutto questo avveniva senza che i cittadini ne fossero a conoscenza.
D’altronde, è questo uno dei vantaggi delle operazioni segrete: mentre accadono, chi ne parla sembra vedere complotti ovunque. Quando gli archivi vengono aperti, invece, quelle stesse operazioni diventano storia.
@CodexOfSecrets
https://www.fbi.gov/history/history-of-the-fbi/and-justice-for-all
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v41/d180
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76ve15p2Ed2/d375
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/264890.pdf
Federal Bureau of Investigation
And Justice for All, 1954-1971 | Federal Bureau of Investigation
A history of the FBI from the mid-1950s through the early-1970s, defined by important cases and national and international events, including the Civil Rights movement.
👏2
Nella Tube londinese compaiono messaggi di reclutamento militare che parlano la lingua del calcio: difendere, intercettare, attaccare.
Non è una scelta casuale. Quando si vuole rendere la guerra più accettabile, la si avvicina a qualcosa di familiare, popolare e positivo. In questo modo il conflitto smette di apparire lontano e inizia a sembrare normale.
Prima si abitua la mente alle parole e poi arriva tutto il resto.
@CodexOfSecrets
https://jobs.army.mod.uk/
Non è una scelta casuale. Quando si vuole rendere la guerra più accettabile, la si avvicina a qualcosa di familiare, popolare e positivo. In questo modo il conflitto smette di apparire lontano e inizia a sembrare normale.
Prima si abitua la mente alle parole e poi arriva tutto il resto.
@CodexOfSecrets
https://jobs.army.mod.uk/
🤬3
Manipolare il Consenso: un Servizio a Pagamento
Nel 2023 un’inchiesta internazionale ha mostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato materiale da romanzo politico: tre giornalisti si presentarono sotto copertura come potenziali clienti e incontrarono un gruppo israeliano che operava con il nome di Team Jorge.
A guidarlo era Tal Hanan, ex membro delle forze speciali israeliane, che utilizzava lo pseudonimo “Jorge”. Durante oltre sei ore di incontri registrati, il gruppo presentò servizi di intelligence, hacking, propaganda e manipolazione dei social destinati a campagne politiche, aziende e altri clienti privati. Hanan sostenne di aver partecipato a 33 campagne presidenziali, dichiarando che 27 avrebbero avuto l’esito desiderato dai clienti.
Una delle armi principali si chiamava AIMS, Advanced Impact Media Solutions. Il software permetteva di controllare migliaia di identità digitali false, complete di nomi, fotografie, indirizzi e-mail e profili su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram e YouTube. Alcune disponevano persino di account Amazon, Airbnb, carte di credito e portafogli Bitcoin. Non erano i vecchi bot che ripetevano centinaia di volte lo stesso messaggio. Queste identità venivano costruite per sembrare persone reali; avevano una storia, commentavano sport, musica e politica. Interagivano tra loro e creavano l’impressione che un’opinione fosse condivisa da moltissime persone quando, dietro quelle persone, poteva esserci un’unica regia.
Durante le dimostrazioni, Hanan mostrò inoltre accessi a profili Gmail e Telegram appartenenti a persone coinvolte nella politica. In un caso inviò dall’account Telegram compromesso il messaggio “11” a un contatto e cercò poi di cancellarlo. I giornalisti rintracciarono il destinatario e trovarono il messaggio ancora presente sul suo telefono, fornendo una conferma indipendente dell’accesso mostrato durante l’incontro.
Il servizio aveva anche un prezzo. Secondo quanto dichiarato da Hanan ai giornalisti sotto copertura, un intervento elettorale poteva costare tra 6 e 15 milioni di euro. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Hanan negò qualsiasi illecito.
Nonostante ciò, rimane un dato importante: il mercato della manipolazione dell’opinione pubblica non appartiene soltanto agli Stati e ai servizi segreti. Può essere privatizzato ed acquistato o venduto come un servizio. Hacking, profili falsi, campagne coordinate e materiale costruito per orientare la conversazione pubblica diventano strumenti disponibili per chi possiede abbastanza denaro e accesso.
Per questo, quando migliaia di account sembrano ripetere spontaneamente la stessa opinione, il numero delle voci non ci dice necessariamente quante persone ci siano davvero dietro. In fondo, per manipolare non c'è sempre bisogno di censurare ciò che pensiamo. A volte le basta farci credere che tutti gli altri stiano già pensando la stessa cosa.
@CodexOfSecrets
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/revealed-disinformation-team-jorge-claim-meddling-elections-tal-hanan
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/aims-software-avatars-team-jorge-disinformation-fake-profiles
https://www.occrp.org/en/project/story-killers/hacks-bots-and-blackmail-how-secret-cyber-mercenaries-disrupt-elections
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/political-aides-hacked-by-team-jorge-in-run-up-to-kenyan-election
Nel 2023 un’inchiesta internazionale ha mostrato qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato materiale da romanzo politico: tre giornalisti si presentarono sotto copertura come potenziali clienti e incontrarono un gruppo israeliano che operava con il nome di Team Jorge.
A guidarlo era Tal Hanan, ex membro delle forze speciali israeliane, che utilizzava lo pseudonimo “Jorge”. Durante oltre sei ore di incontri registrati, il gruppo presentò servizi di intelligence, hacking, propaganda e manipolazione dei social destinati a campagne politiche, aziende e altri clienti privati. Hanan sostenne di aver partecipato a 33 campagne presidenziali, dichiarando che 27 avrebbero avuto l’esito desiderato dai clienti.
Una delle armi principali si chiamava AIMS, Advanced Impact Media Solutions. Il software permetteva di controllare migliaia di identità digitali false, complete di nomi, fotografie, indirizzi e-mail e profili su Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram e YouTube. Alcune disponevano persino di account Amazon, Airbnb, carte di credito e portafogli Bitcoin. Non erano i vecchi bot che ripetevano centinaia di volte lo stesso messaggio. Queste identità venivano costruite per sembrare persone reali; avevano una storia, commentavano sport, musica e politica. Interagivano tra loro e creavano l’impressione che un’opinione fosse condivisa da moltissime persone quando, dietro quelle persone, poteva esserci un’unica regia.
Durante le dimostrazioni, Hanan mostrò inoltre accessi a profili Gmail e Telegram appartenenti a persone coinvolte nella politica. In un caso inviò dall’account Telegram compromesso il messaggio “11” a un contatto e cercò poi di cancellarlo. I giornalisti rintracciarono il destinatario e trovarono il messaggio ancora presente sul suo telefono, fornendo una conferma indipendente dell’accesso mostrato durante l’incontro.
Il servizio aveva anche un prezzo. Secondo quanto dichiarato da Hanan ai giornalisti sotto copertura, un intervento elettorale poteva costare tra 6 e 15 milioni di euro. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Hanan negò qualsiasi illecito.
Nonostante ciò, rimane un dato importante: il mercato della manipolazione dell’opinione pubblica non appartiene soltanto agli Stati e ai servizi segreti. Può essere privatizzato ed acquistato o venduto come un servizio. Hacking, profili falsi, campagne coordinate e materiale costruito per orientare la conversazione pubblica diventano strumenti disponibili per chi possiede abbastanza denaro e accesso.
Per questo, quando migliaia di account sembrano ripetere spontaneamente la stessa opinione, il numero delle voci non ci dice necessariamente quante persone ci siano davvero dietro. In fondo, per manipolare non c'è sempre bisogno di censurare ciò che pensiamo. A volte le basta farci credere che tutti gli altri stiano già pensando la stessa cosa.
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https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/revealed-disinformation-team-jorge-claim-meddling-elections-tal-hanan
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/aims-software-avatars-team-jorge-disinformation-fake-profiles
https://www.occrp.org/en/project/story-killers/hacks-bots-and-blackmail-how-secret-cyber-mercenaries-disrupt-elections
https://www.theguardian.com/world/2023/feb/15/political-aides-hacked-by-team-jorge-in-run-up-to-kenyan-election
the Guardian
Revealed: the hacking and disinformation team meddling in elections
Unit led by Tal Hanan that boasts vast army of bots exposed by undercover reporters and leaked emails
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