Codex Of Secrets - Oltre la Verità
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Chi orienta le nostre scelte? Su @CodexOfSecrets seguiamo le tracce del potere tra propaganda, storia e sorveglianza.

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Ed è forse questo ciò che molti non vogliono vedere. Una frontiera non viene necessariamente attaccata con carri armati o soldati. Nel mondo contemporaneo si possono usare flussi umani, pressioni economiche, crisi diplomatiche e immagini capaci di paralizzare qualsiasi risposta attraverso il ricatto morale.

Ogni tentativo di difendere il confine viene presentato come disumanità. Ogni cedimento viene raccontato come un'accoglienza. Nel frattempo, la sovranità si dissolve senza che nessuno abbia mai dichiarato guerra. Quando gli occhi sono aperti, diventa impossibile ignorare la struttura. Ma per molti gli occhi restano inutili, perché la mente è stata addestrata a considerare illegittima qualsiasi domanda che esca dalla narrazione consentita.

È proprio per questo che bisogna continuare a osservare, dubitare e chiedere spiegazioni. Non per rinunciare all’umanità, ma per impedire che l’umanità venga usata ancora una volta come copertura di una strategia politica. Perché una società che non riesce più a distinguere tra soccorso e manipolazione finirà per perdere entrambi: la capacità di aiutare chi ne ha davvero bisogno e quella di difendere sé stessa.

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Il Rogo Senza Fiamme

Per secoli, il potere ha cercato di controllare i libri.

Li ha proibiti, censurati, sequestrati e bruciati nelle piazze. Perché chi controlla ciò che una società può leggere esercita un’influenza profonda anche su ciò che quella società può ricordare. Oggi, però, il processo potrebbe assumere una forma diversa, più silenziosa, più efficiente e apparentemente più moderna.

Alcune aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno acquistando enormi quantità di libri cartacei per trasformarli in dati. I volumi vengono privati della rilegatura, le pagine vengono separate, sottoposte a scansione industriale e infine eliminate o riciclate. Dai documenti giudiziari è emerso che Anthropic ha utilizzato questo procedimento su milioni di libri acquistati legalmente per addestrare i propri modelli.

La ragione potrebbe essere semplice. I libri rappresentano una fonte di linguaggio strutturato, selezionato da editori e prodotto da esseri umani. I testi pubblicati prima della diffusione di massa dell’intelligenza artificiale generativa sono particolarmente preziosi, perché hanno minori probabilità di contenere materiale prodotto da altre macchine.

L’intelligenza artificiale ha bisogno della cultura umana per imparare a parlare come noi. La divora, la converte in numeri e conserva ciò che le serve all’interno di archivi digitali che nessun cittadino comune può ispezionare.

A prima vista potrebbe sembrare una semplice operazione tecnica: le parole sopravvivono e diventano accessibili a strumenti capaci di elaborarle in pochi istanti. Eppure esiste una differenza fondamentale tra conservare un libro e assorbirlo dentro un sistema proprietario.

Un libro fisico può essere confrontato, prestato, rivenduto, consultato senza autorizzazione e conservato per generazioni. La sua esistenza non dipende da un abbonamento, da un server, da un aggiornamento o dalla politica di un’azienda. Una copia digitale controllata da un soggetto privato, invece, può essere modificata, filtrata, resa invisibile o interpretata attraverso criteri che il pubblico non conosce.

Quando la copia materiale scompare, scompare anche un testimone indipendente.

Questa distinzione diventa ancora più importante in un’epoca nella quale sempre meno persone cercano direttamente le fonti. Si legge un riassunto, si consulta un motore di ricerca oppure si pone una domanda a un’intelligenza artificiale, accettando spesso la risposta senza verificare da quale testo provenga.

Il passaggio è sottile. In precedenza, per conoscere il contenuto di un libro, era necessario leggerlo. Oggi è sufficiente chiedere a una macchina che cosa quel libro affermi.

Ma chi verifica che la macchina lo rappresenti correttamente?

Chi può sapere quali passaggi siano stati valorizzati, quali siano stati ignorati e quali collegamenti siano stati introdotti durante la risposta?

Un modello linguistico non apre un volume né lo cita necessariamente parola per parola. Ricostruisce una risposta sulla base degli schemi appresi. Il risultato può essere utile, accurato e convincente, pur rimanendo una mediazione. Se quella mediazione diventa la principale porta di accesso alla conoscenza, chi controlla il sistema ottiene un potere che nessuna biblioteca tradizionale ha mai posseduto: il potere di decidere non soltanto quali informazioni rendere disponibili, bensì il modo in cui devono essere ricordate.

È qui che emerge la domanda più preoccupante: che cosa accadrebbe se, nel corso del tempo, alcune opere sopravvivessero principalmente come dati all’interno di sistemi privati?

La storia non dovrebbe essere necessariamente riscritta attraverso una falsificazione evidente. Sarebbe sufficiente modificarne gradualmente il contesto, omettere un dettaglio, privilegiare un’interpretazione, presentare un evento con un linguaggio diverso, ridurre un testo complesso a una risposta breve, compatibile con i criteri culturali e politici del presente.

Una frase rimossa raramente viene notata da chi non ha mai letto l’originale.
Così, un concetto reinterpretato diventa facilmente la nuova versione dei fatti quando nessuno possiede più il documento con cui confrontarlo.

Una società che smette di conservare le proprie fonti materiali e delega la memoria a sistemi opachi crea le condizioni affinché il passato possa essere filtrato senza lasciare tracce evidenti. Non serve distruggere tutti i libri. Basta rendere superfluo consultarli.

Quando nessuno legge più l’originale, la sintesi prende il suo posto e quando nessuno controlla la sintesi, l’interpretazione diventa realtà. E se quest'ultima viene fornita da una macchina, la domanda decisiva non è soltanto che cosa sappiamo, ma chi ha insegnato alla macchina a dire ciò che dobbiamo sapere.

Forse il rogo dei libri del futuro non avrà fiamme, fumo o piazze affollate. Probabilmente, avrà scanner industriali, server refrigerati e contratti riservati.

I libri non verranno proibiti, verranno assorbiti.

E quando l’ultima copia sarà scomparsa, ciò che resterà potrebbe essere soltanto la versione che l’algoritmo avrà imparato a raccontare.

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1870: Quando il Caldo Non Aveva Ancora Una Cornice

Nel settembre del 1870 George Sand, pseudonimo di Amantine Lucile Aurore Dupin (1804–1876), una delle più importanti scrittrici francesi dell’Ottocento, descriveva un’estate che, a suo dire, sembrava quasi impossibile per un clima temperato.

Raccontava di giornate in cui il termometro, persino all’ombra, raggiungeva i 45 gradi. L’erba era scomparsa, gli alberi ingialliti perdevano le foglie, la terra si spaccava per la siccità e cresceva la paura che l’acqua potesse finire da un giorno all’altro. Leggere oggi queste parole provoca una certa sensazione di straniamento. Sicuramente non può dimostrare che il clima non sia cambiato. Un singolo episodio non potrebbe avere questa pretesa. L’aspetto interessante è un altro: è cambiato il modo in cui eventi simili vengono raccontati.

Per George Sand quell’estate rappresentava qualcosa di eccezionale, quasi incomprensibile. Era un’esperienza osservata direttamente e descritta attraverso ciò che accadeva intorno a lei. Oggi, invece, un’ondata di caldo viene quasi immediatamente inserita all’interno di una narrazione più ampia: mappe colorate di rosso, record, allarmi, scenari futuri, grafici e titoli costruiti sull’emergenza.

Così l’evento non viene soltanto raccontato, ma viene interpretato prima ancora che il pubblico abbia il tempo di osservarlo e formarsi un’opinione. Ed è proprio qui che diventa importante distinguere due elementi che tendiamo spesso a confondere: il fenomeno e la narrazione del fenomeno.

Il caldo può essere reale. La siccità può essere reale. I cambiamenti climatici possono essere analizzati attraverso serie storiche, temperature medie, frequenza e intensità degli eventi estremi. Tutto questo, però, non rende automaticamente neutrale il modo in cui l’informazione viene presentata.

Ogni epoca costruisce il proprio linguaggio della paura e attribuisce agli eventi un significato coerente con la visione dominante del proprio tempo. Nel 1870 George Sand osservava la terra spaccarsi e descriveva ciò che vedeva. Oggi, spesso, prima ancora di guardare fuori dalla finestra, abbiamo già ricevuto una chiave di lettura attraverso cui interpretare ciò che vedremo.

E probabilmente il punto non è se faceva caldo allora, in quanto la risposta è evidentemente sì.

La domanda è un’altra: quanto della nostra percezione del presente nasce dall’esperienza diretta e quanto, invece, dalla cornice narrativa attraverso cui qualcuno ci ha insegnato a interpretarlo?

A volte la propaganda più efficace non consiste nel raccontare qualcosa di falso. Essa semplicemente decide in anticipo quale significato dobbiamo attribuire a qualcosa di vero.

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https://archive.org/details/journaldunvoyage00sand
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Media is too big
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Un documento del 1937 descriveva sette tecniche usate per orientare l’opinione pubblica.

Quasi novant’anni dopo, i mezzi sono cambiati, le dinamiche molto meno.

Nel nuovo dossier, l’Agente X apre il manuale della propaganda e lo mette a confronto con il presente.

Guardate. Ascoltate. E fatevi la vostra idea.

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L’Abitudine all’Impotenza

Forse il problema più profondo del nostro tempo non consiste soltanto in ciò che ci accade, ma nella rapidità con cui impariamo ad accettarlo. Le città cambiano volto, i ritmi di vita diventano più duri, il lavoro invade progressivamente il tempo privato, il costo della vita aumenta e interi territori vengono trasformati nel giro di pochi anni. Molte persone avvertono una crescente sensazione di precarietà, di affaticamento e di perdita di controllo sulla propria esistenza; eppure, proprio mentre questo disagio diventa sempre più evidente, sembra diminuire la capacità di trasformarlo in una riflessione collettiva.

Ci si adatta.

Quando la realtà diventa difficile da sostenere, è spesso più semplice rivolgere altrove l’attenzione: accendere uno schermo, controllare una notifica, lasciarsi trascinare da una polemica destinata a essere sostituita, poche ore dopo, da quella successiva. Non necessariamente per indifferenza, quanto perché fermarsi a osservare ciò che ci circonda costringerebbe a riconoscere una possibilità assai più scomoda: che alcune delle condizioni considerate inevitabili siano diventate tali anche perché abbiamo smesso di immaginarle diversamente. È così che l’uomo finisce progressivamente per allontanarsi dalla dimensione collettiva e per rifugiarsi nella propria sfera privata, lasciando la società più ampia al proprio destino. Una dinamica che richiama da vicino quell’individualismo descritto da Alexis de Tocqueville: il progressivo ripiegamento dell’individuo entro una cerchia sempre più ristretta di interessi personali, mentre si indebolisce il legame con la comunità.

Questo processo ha contribuito a modificare anche il modo in cui concepiamo la nostra identità. Non ci percepiamo più, o almeno non nello stesso modo, come parte di un tessuto collettivo, legato a luoghi, responsabilità e appartenenze; tendiamo invece a pensarci come individui autonomi posti al centro della realtà che ci circonda. A ciascuno viene chiesto continuamente di distinguersi, di costruire una propria immagine, di esprimere una personalità unica. Eppure, molto spesso, questa ricerca della diversità passa attraverso gli stessi prodotti, gli stessi linguaggi, gli stessi modelli di successo e persino gli stessi desideri proposti contemporaneamente a milioni di altre persone. Il risultato è un paradosso tanto semplice quanto difficile da riconoscere: essere diversi, purché lo si sia tutti nello stesso modo.

Probabilmente il limite maggiore è l'incapacità di immaginare un orizzonte diverso da quello che ci viene continuamente proposto. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, mentre nello stesso tempo si sono indeboliti molti dei legami che, per secoli, avevano dato forma concreta alla vita collettiva: il quartiere, il territorio, le associazioni, le comunità professionali, le reti familiari e, soprattutto, la percezione di condividere un destino con persone che vivono accanto a noi. Ed al loro posto è rimasta un’identità costruita per contrapposizione. Destra contro sinistra, progressisti contro conservatori, globalisti contro sovranisti. Schieramenti apparentemente inconciliabili che, tuttavia, finiscono talvolta per condividere una caratteristica comune: discutono violentemente delle conseguenze, senza mettere realmente in discussione il terreno sul quale quelle conseguenze si producono. Ed una società composta da individui isolati può essere estremamente rumorosa e, allo stesso tempo, incapace di opporsi davvero a ciò che la trasforma.

Non è necessario credere che la vittoria sia vicina, né avere la certezza che arriverà. Resistere può significare qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile: ricostruire legami, riconoscere responsabilità comuni, difendere i luoghi in cui viviamo e tornare a considerare alcuni problemi come questioni collettive, anziché come pesi da affrontare individualmente. E forse è proprio questo ciò che una società fondata sull’isolamento teme maggiormente: non l’individuo arrabbiato, perché la sua rabbia può essere indirizzata, consumata e
infine dimenticata, ma individui capaci di riconoscersi gli uni negli altri, di organizzarsi e di riscoprire un interesse comune. Perché il vero contrario dell’impotenza, forse, non è il potere, ma la capacità di tornare ad avere qualcosa in comune.

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Dividi et impera: la società delle generazioni

Esiste un modo efficace per dividere una società senza costruire muri e senza imporre apertamente alcuna forma di separazione: convincere le persone di appartenere a gruppi distinti.
Da alcuni decenni abbiamo imparato a definirci attraverso etichette ormai entrate nel linguaggio comune: Baby Boomers, Generazione X, Millennials, Generazione Z, Generazione Alpha. Termini nati per descrivere coorti demografiche sono diventati progressivamente categorie culturali e, in molti casi, vere e proprie identità.

È qui che la questione diventa interessante, perché una categoria non si limita a descrivere la realtà: contribuisce anche a determinarne i confini. Karl Mannheim, già nel 1928, aveva affrontato il problema delle generazioni in termini assai più complessi, affermando che la generazione non era altro che una condizione storica e sociale e non una scatola nella quale rinchiudere milioni di individui. Oggi, invece, sembriamo sapere chi abbiamo davanti ancora prima che abbia parlato.

Così, il Boomer sarebbe conservatore e privilegiato; il Millennial precario e disilluso; la Generazione Z fragile, iperconnessa e incapace di separarsi dalla tecnologia. Si tratta, evidentemente, di generalizzazioni che, quando vengono ripetute abbastanza a lungo, finiscono per assumere l’apparenza di una verità.
La letteratura contemporanea parla, non a caso, di generationalism, ovvero quella tendenza ad attribuire a intere generazioni caratteristiche psicologiche, comportamentali e culturali relativamente omogenee. Diversi studi hanno però mostrato quanto sia difficile distinguere ciò che dipende realmente dall’appartenenza generazionale da ciò che deriva, più semplicemente, dall’età, dalla fase della vita e dalle condizioni storiche.

E la differenza non è marginale.

Infatti, se un ventenne pensa diversamente da un sessantenne perché ha vent’anni, è probabile che parte di quella distanza muti con il trascorrere del tempo. Se, invece, gli viene insegnato che pensa diversamente perché appartiene alla “Generazione Z”, quella differenza può trasformarsi in identità.
A quel punto la categoria non descrive più soltanto una distanza: la consolida, le assegna un nome e costruisce attorno a essa una narrazione. Il figlio non è più semplicemente il prodotto, anche conflittuale, della cultura ricevuta dai propri genitori; diventa un membro della Generazione Z contrapposto alla Generazione X o ai Boomers. Il giovane lavoratore non si confronta più soltanto con colleghi più anziani, ma con rappresentanti di una generazione che dovrebbe avere valori, aspettative e interessi differenti dai suoi.

E la continuità viene così trasformata in contrapposizione.

Eppure, per gran parte della storia umana, la società è stata percepita come una successione naturale. Ogni generazione ereditava lingua, memoria, valori, errori e conoscenze da quella precedente; ne rifiutava una parte, ne conservava un’altra e, trasformandola, la consegnava a chi sarebbe venuto dopo. Il cambiamento non avveniva malgrado la continuità, ma attraverso di essa.

Oggi, al contrario, il discorso pubblico preferisce spesso raccontarci una società divisa: Boomers contro Millennials, Millennials contro Generazione Z, giovani contro anziani. Gli uni avrebbero sottratto opportunità agli altri; gli altri sarebbero incapaci di comprendere sacrificio, responsabilità o cambiamento. E nel frattempo, passa quasi inosservato un fatto assai più significativo: persone appartenenti a generazioni diverse possono condividere interessi economici e sociali molto più profondi di quelli che le legano a individui della loro stessa età. Eppure la lente generazionale invita continuamente a guardare lateralmente, verso chi è nato vent’anni prima o vent’anni dopo, invece di osservare altre forme di divisione assai più concrete.
È qui che il tema dell’ingegneria sociale assume un significato più sottile, rivelando uno sviluppo artificiale e manipolatorio dell’idea stessa di società. È sufficiente osservare come media, pubblicità, aziende e politica abbiano tutto l’interesse a classificare le persone: una categoria è più semplice da analizzare, da raggiungere, da raccontare, da vendere e, soprattutto, da dividere. È così che queste categorie entrano nel linguaggio, dal linguaggio passano nell’immaginario e, infine, dall’immaginario possono trasformarsi in identità.

Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non è quali differenze esistano tra Boomers e Generazione Z, ma quando abbiamo cominciato a considerare naturale dividere la società in questo modo. Perché classificare significa semplificare, e semplificare significa tracciare confini.

Quando la Generazione Z invecchierà, i Millennials diventeranno anziani e la Generazione X verrà un giorno descritta come incapace di comprendere il mondo dei propri nipoti. Le etichette cambieranno, così come cambieranno le accuse. Resterà, tuttavia, una realtà molto più semplice, che queste categorie rischiano di farci dimenticare:

Una generazione non nasce contro quella precedente, nasce da essa.

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Due Titoli. Ventiquattro Ore di Distanza.

Una bambina di quattro anni muore di difterite a Palermo. Nel giro di poche ore, quasi tutta l’attenzione si concentra su un solo elemento: non era vaccinata. Il giorno dopo, i titoli parlano già di un boom di vaccinazioni e di scorte esaurite.

È una sequenza comunicativa semplice, immediata e potente. Ma proprio per questo rischia di trasformare una vicenda complessa in una conclusione già pronta.
La bambina era stata portata in ospedale, visitata e dimessa con una diagnosi di tonsillite essudativa febbrile. Due giorni dopo è tornata in condizioni molto più gravi e la diagnosi di difterite è arrivata successivamente. La magistratura sta ora verificando anche ciò che è accaduto durante il percorso assistenziale.

Ed è questo il punto che merita di essere affrontato.
La scelta dei genitori di non vaccinare la propria figlia può essere discussa, criticata o condivisa, ma non dovrebbe trasformarsi automaticamente nell’unica spiegazione della sua morte. In medicina, infatti, prevenzione e cura sono due piani differenti. La difterite è una malattia seria, ma non è una malattia per la quale, una volta contratta, non esistano possibilità terapeutiche. L’antitossina difterica, gli antibiotici, il controllo delle vie respiratorie e l’assistenza intensiva fanno parte del trattamento. La tempestività è fondamentale, perché l’antitossina può neutralizzare la tossina ancora circolante, mentre non può annullare il danno già prodotto sui tessuti.

Questo significa che, davanti a un caso simile, non basta chiedersi perché una bambina non fosse vaccinata. Bisogna chiedersi anche se la malattia sia stata riconosciuta in tempo e se tutte le cure appropriate siano state somministrate quando potevano ancora essere efficaci.
Non possiamo sapere, allo stato attuale, se una diagnosi più precoce avrebbe certamente salvato questa bambina. Affermarlo sarebbe altrettanto arbitrario quanto sostenere che la mancata vaccinazione spieghi, da sola, l’intera vicenda. Possiamo però dire che una gestione tempestiva della difterite riduce il rischio di complicazioni e che, proprio per questo, il percorso sanitario non può essere escluso dall’analisi.

La questione della scelta genitoriale nasce qui.
Quando si parla della salute di un bambino, i genitori dovrebbero poter conoscere con chiarezza sia i rischi della malattia sia quelli, molto più rari ma esistenti, associati agli interventi preventivi. Dovrebbero conoscere le controindicazioni, gli effetti indesiderati riconosciuti, le caratteristiche individuali del proprio figlio e le possibilità terapeutiche disponibili qualora la malattia si manifestasse.

Questo è il significato autentico del consenso informato: non ricevere una conclusione già confezionata, ma essere messi nelle condizioni di comprendere rischi e benefici prima di assumersi una responsabilità. Ai bambini, inoltre, la componente antidifterica viene normalmente somministrata all’interno di vaccini combinati. La maggior parte delle reazioni è lieve e transitoria, ma le informazioni ufficiali riportano anche eventi seri, sebbene rari o molto rari. Per un singolo genitore, il fatto che un rischio sia statisticamente molto basso non lo rende inesistente; significa semplicemente che deve essere valutato insieme agli altri rischi.

Ed è qui che il racconto mediatico diventa problematico quando sostituisce questa complessità con una formula morale:

non vaccinato = scelta irresponsabile = conseguenza inevitabile.
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La realtà non funziona in questo modo.
Un genitore può scegliere la vaccinazione. Un altro può decidere, dopo essersi informato, di non accettare un determinato intervento medico. In entrambi i casi quella scelta comporta responsabilità e rischi, ed è precisamente per questo che l’informazione dovrebbe permettere di comprenderli, non utilizzare una tragedia per chiudere la discussione. Perché se una bambina entra in un ospedale con una malattia curabile e viene inizialmente rimandata a casa con un’altra diagnosi, la domanda sulla qualità dell’assistenza non scompare soltanto perché non era vaccinata. Anzi, dovrebbe diventare ancora più importante.

La propaganda non deve necessariamente mentire. Le basta scegliere quale parte della storia rendere dominante.
Una bambina muore.
Si sottolinea che non era vaccinata.
L’opinione pubblica individua immediatamente la colpa.
Il giorno dopo arrivano le immagini della corsa ai vaccini.

Nel frattempo, domande molto più scomode rimangono sullo sfondo:
Quando è stata riconosciuta la malattia?
Quando è iniziata la terapia specifica?
L’antitossina era disponibile?
Il primo accesso ospedaliero avrebbe potuto condurre a una diagnosi diversa?

Queste domande servono a ricordare che la salute di un bambino non può essere ridotta a un’unica scelta compiuta prima che si ammalasse.
Esiste la prevenzione.
Esiste la cura.
Esiste la responsabilità dei genitori.
Ed esiste anche quella del sistema sanitario.

Quando una di queste responsabilità viene trasformata nell’unica di cui sia lecito parlare, non stiamo più cercando di comprendere una tragedia.
Stiamo già costruendo una narrazione.

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https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/08/20/bimba-di-4-anni-muore-per-sospetta-difterite-a-palermo_88e2de87-751a-4c96-bd7c-517ffd0ff4ff.html

https://www.rainews.it/articoli/2026/08/bimba-morta-per-difterite-la-procura-dei-minori-di-palermo-apre-fascicolo-su-responsabilita-genitoriale-indagati-i-genitori-56813447-54b9-4f74-bc6d-36c912273db6.html

https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/infanrix-hexa

https://www.ema.europa.eu/en/documents/product-information/infanrix-hexa-epar-product-information_en.pdf

https://www.gov.uk/government/publications/diphtheria-the-green-book-chapter-15

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22357833/
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Ci hanno abituati a credere che ogni anomalia del cielo abbia una sola spiegazione.

Ma cosa accade quando scopriamo che, da decenni, governi, università e aziende sviluppano tecnologie capaci di intervenire direttamente sui processi atmosferici?

Cloud seeding, ioduro d’argento, droni, geoingegneria, programmi militari e percezione collettiva.

Non si tratta di stabilire cosa credere. Si tratta di capire quanto sappiamo realmente di ciò che accade sopra le nostre teste.

@CodexOfSecrets

https://telegra.ph/IL-CIELO-CHE-NON-CI-RACCONTANO-08-31
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Quando una piazza si riempie, è facile interpretarla come la voce del popolo. Tuttavia, dietro ogni mobilitazione possono esistere organizzazioni, finanziamenti, campagne e narrazioni costruite molto prima che la protesta raggiunga le strade.

Nel nuovo articolo di @CodexOfSecrets viene analizzato il modo in cui il malcontento può essere intercettato, amplificato e trasformato in consenso politico.

La domanda centrale è semplice: quanto di ciò che appare spontaneo nasce davvero dal basso?

La piazza non è il popolo – Telegraph
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Quando l’antidoto alla propaganda rischia di diventare propaganda

Nel 1937 l’Institute for Propaganda Analysis cercò di insegnare ai cittadini a riconoscere sette tecniche ricorrenti della propaganda: Name Calling, Glittering Generalities, Transfer, Testimonial, Plain Folks, Card Stacking e Bandwagon. Il principio era semplice: fornire strumenti con cui analizzare qualsiasi messaggio, indipendentemente da chi lo producesse. L’obiettivo dichiarato era formare cittadini capaci di pensare autonomamente e di riconoscere anche il diritto degli altri ad arrivare a conclusioni differenti.

Quasi novant’anni dopo, Europeisti.eu annuncia un manuale contro disinformazione e misinformazione in vista delle elezioni italiane. L’intenzione dichiarata è insegnare come valutare una notizia, riconoscere manipolazioni e aiutare altre persone a non cadere nella disinformazione. Fin qui, nulla di particolarmente controverso.

La differenza emerge nell’impostazione. Già prima della pubblicazione, il progetto identifica soprattutto una minaccia proveniente dalla Russia, allargando poi il riferimento alla Cina, alla destra americana e a soggetti politici o mediatici italiani accusati di rilanciarne le narrative.

Ed è qui che nasce la domanda.

Un vero strumento di alfabetizzazione mediatica dovrebbe funzionare allo stesso modo quando analizziamo Russia Today, la Commissione europea, il governo italiano, un partito di opposizione, la NATO, un quotidiano nazionale o un influencer.
Questo sarà quindi il vero banco di prova del nuovo manuale: insegnerà ai cittadini come pensare oppure indicherà loro di chi diffidare?

Nel primo caso avremo educazione critica.
Nel secondo, assisteremmo a qualcosa di molto più interessante: la propaganda che utilizza il linguaggio dell’antipropaganda per definire preventivamente quali narrazioni siano accettabili e quali sospette.

Quando il manuale sarà pubblicato, potremo applicargli proprio le sette tecniche del 1937 e vedere da quale parte dello specchio si trova.

@CodexOfSecrets


https://t.me/CodexOfSecrets/426
https://www.open.online/2026/09/10/manuale-disinformazione-influenze-russe-elezioni-europeisti/
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Quando il Corpo Diventò la Password

Nel 2013, durante la conferenza D11 in California, Regina Dugan mostrò al pubblico una piccola pillola. Non si trattava di una metafora. Dugan aveva diretto la DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense incaricata di finanziare e sviluppare tecnologie avanzate, e successivamente era entrata in Motorola Mobility, che in quel periodo apparteneva a Google.

Il problema sul quale stava lavorando appariva semplice: eliminare le password. La soluzione, però, era molto meno ordinaria. La pillola conteneva un sensore elettronico sviluppato da Proteus Digital Health. Una volta ingerito, il dispositivo veniva attivato dai fluidi presenti nello stomaco e produceva un segnale elettrico rilevabile attraverso il corpo. La tecnologia non era teorica. Il sistema Proteus esisteva realmente ed era già stato autorizzato dalla FDA per alcune applicazioni mediche.

Motorola, tuttavia, prese in considerazione un utilizzo differente: impiegare quella stessa tecnologia non soltanto per monitorare l’assunzione di un farmaco, ma anche per identificare digitalmente una persona. Durante la presentazione, Dugan spiegò il concetto in maniera estremamente chiara:

«Your entire body becomes your authentication token.»


In altre parole, l’intero corpo sarebbe diventato un token di autenticazione. Una persona avrebbe quindi potuto essere riconosciuta senza digitare alcuna password, perché il segnale generato all’interno del corpo avrebbe confermato la sua identità a un dispositivo elettronico. Motorola dichiarò inoltre di avere già sperimentato il sistema per autenticare uno smartphone.

La pillola non arrivò mai sul mercato, ma questo potrebbe essere l’aspetto meno interessante della vicenda. Nello stesso periodo, infatti, Motorola stava studiando anche tatuaggi elettronici applicabili sulla pelle e utilizzabili per verificare l’identità dell’utente. La direzione della ricerca appariva quindi abbastanza chiara: ridurre progressivamente la distanza tra il corpo umano e l’identità digitale.

Sono trascorsi più di dieci anni e oggi milioni di persone accedono quotidianamente ai propri dispositivi attraverso il volto, l’impronta digitale o altri sistemi biometrici. La tradizionale password, basata esclusivamente su qualcosa che l’utente deve ricordare, sta progressivamente perdendo centralità.

Ciò che nel 2013 poteva sembrare un esperimento futuristico appare quindi molto meno estraneo alla realtà contemporanea. La questione più interessante non consiste nello stabilire perché quella specifica pillola non sia mai stata commercializzata. La domanda riguarda piuttosto la direzione verso la quale queste tecnologie stavano già guardando. Perché, più di dieci anni fa, alcune delle maggiori aziende tecnologiche stavano sperimentando sistemi capaci di trasformare il corpo umano in una credenziale digitale? E soprattutto, che cosa accade quando l’identità biologica e quella digitale iniziano progressivamente a sovrapporsi?

La pillola è rimasta un esperimento.

L’idea che la rendeva possibile, invece, è ancora con noi.

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https://allthingsd.com/20130603/passwords-on-your-skin-and-in-your-stomach-inside-googles-wild-motorola-research-projects-video/
https://allthingsd.com/20130529/electronic-tattoos-and-passwords-you-can-swallow-googles-regina-dugan-is-a-badass/
https://www.accessdata.fda.gov/scripts/cdrh/cfdocs/cfpmn/denovo.cfm?denknumber=DEN120011
https://www.accessdata.fda.gov/cdrh_docs/reviews/k113070.pdf
https://www.darpa.mil/sites/default/files/attachment/2025-02/magazine-darpa-60th-anniversary.pdf
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Quando la CIA Cercava di Vedere Senza Guardare

Per anni, chi parlava di percezione extrasensoriale, visione a distanza o capacità della mente di superare i normali limiti sensoriali veniva facilmente associato all’occultismo o alla pseudoscienza. Eppure, mentre pubblicamente questi argomenti venivano trattati con scetticismo, all’interno dell’apparato di intelligence statunitense qualcuno li stava studiando sul serio.

Nel 1972 la CIA iniziò a finanziare ricerche sulla cosiddetta remote viewing, la «visione a distanza»: la presunta capacità di descrivere persone, oggetti o luoghi senza poterli osservare direttamente. Quello che potrebbe sembrare un esperimento marginale continuò invece per anni e diede spunto a diversi programmi TV come GRILL FLAME, CENTER LANE, SUN STREAK e STARGATE.

Non si trattava soltanto di esperimenti teorici condotti in qualche laboratorio. La documentazione declassificata mostra che queste tecniche furono utilizzate anche in contesti collegati a vere operazioni di intelligence. Nel 1980, durante la crisi degli ostaggi americani in Iran, alcuni soggetti coinvolti nel programma ricevettero il compito di tentare di ottenere informazioni sugli ostaggi e sui luoghi nei quali potevano essere detenuti. I rapporti relativi a quelle sessioni sono oggi conservati negli archivi della CIA.

La domanda sorge spontanea: se queste pratiche fossero state considerate completamente prive di valore, perché vennero utilizzate in una crisi internazionale reale e il programma continuò fino agli anni Novanta?

Infatti, nel 1995 venne commissionata una valutazione finale; la conclusione non fu semplicemente che tutto fosse stato una fantasia. Uno dei rapporti riconobbe che, in determinate condizioni sperimentali, erano emersi risultati statisticamente superiori a quelli che ci si sarebbe aspettati dal puro caso. Allo stesso tempo, l’intelligence concluse che tali risultati erano troppo irregolari, difficili da interpretare e poco affidabili per essere utilizzati efficacemente nelle operazioni.

Il programma venne quindi chiuso.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante: per oltre vent’anni, strutture legate alla CIA, alla DIA e all’esercito statunitense investirono tempo, personale e risorse nello studio di qualcosa che, ancora oggi, viene generalmente collocato ai margini della scienza convenzionale.

Rimane quindi una domanda che difficilmente può essere liquidata con una battuta: se non c’era assolutamente nulla da vedere, che cosa li spinse a continuare così a lungo?

@CodexOfSecrets


https://www.cia.gov/stories/story/ask-molly-did-cia-really-study-psychic-powers/
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp96-00788r001000090001-2
https://www.cia.gov/readingroom/collection/stargate
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Chi Possiede Chi?

Quando si osservano gli azionisti delle maggiori multinazionali occidentali, gli stessi nomi compaiono continuamente: BlackRock. Vanguard. State Street.

Tecnologia, alimentazione, farmaceutica, energia e finanza: cambiano le società, ma una parte rilevante delle azioni finisce spesso nelle mani degli stessi grandi gestori patrimoniali.
Quei capitali non appartengono necessariamente a BlackRock o Vanguard; si tratta soprattutto del denaro affidato loro da milioni di investitori, fondi, assicurazioni e sistemi pensionistici.

Ed è proprio questo il punto interessante. Perché tra quei soldi possono esserci anche quelli dei lavoratori italiani.

In Italia, infatti, i contributi versati alla previdenza complementare, compreso il TFR destinato a un fondo pensione, non rimangono semplicemente depositati in attesa della pensione. Vengono investiti sui mercati finanziari attraverso banche, società di gestione e grandi operatori internazionali. Un esempio è Cometa, il fondo pensione complementare dei lavoratori metalmeccanici.

Tra i gestori scelti da Cometa compare BlackRock Investment Management. BlackRock partecipa alla gestione dei comparti Reddito e Crescita, mentre quest'ultimo dispone di un patrimonio di diversi miliardi di euro. Ma la storia diventa ancora più interessante quando si osserva dove può essere investito quel denaro. Il benchmark utilizzato dal comparto Crescita comprende, tra le altre cose, obbligazioni societarie statunitensi e una consistente esposizione all'indice MSCI World. Il problema è che l'MSCI World, nonostante il nome suggerisca un indice distribuito uniformemente sul pianeta, è dominato dal mercato americano. Nel 2026 circa il 70% del suo valore era rappresentato da società statunitensi. Tra i nomi principali compaiono aziende come Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta.

Il meccanismo diventa quindi abbastanza chiaro: un lavoratore italiano versa parte del proprio stipendio e, in alcuni casi, il proprio TFR in un fondo pensione. Il fondo affida una parte delle risorse a grandi gestori finanziari e quei gestori investono sui mercati internazionali. È una quota significativa di quel capitale che finisce nei titoli delle grandi società americane.

Così, il lavoratore continua formalmente a possedere il proprio risparmio previdenziale, mentre il capitale entra in una struttura finanziaria globale nella quale gli stessi grandi gestori ricompaiono continuamente. Ed è qui che l'espressione «BlackRock possiede tutto» rischia di nascondere un fenomeno molto più interessante. BlackRock non ha bisogno di possedere personalmente tutti quei capitali, le basta gestirli.

E gestire il denaro di milioni di lavoratori, investitori, assicurazioni e fondi pensione significa avere una presenza enorme nei mercati azionari mondiali.

Il paradosso è evidente.

Gli stessi lavoratori che osservano da lontano la crescita di colossi come Apple, Microsoft, Amazon o Nvidia possono contribuire indirettamente a finanziarli attraverso i propri risparmi pensionistici. Una parte del TFR accumulato in Italia può quindi entrare nei mercati internazionali, essere affidata a un gestore globale e contribuire all'acquisto di titoli delle maggiori aziende statunitensi. Tutto questo avviene legalmente, pubblicamente e attraverso meccanismi finanziari perfettamente regolamentati. Ed è forse proprio questo l'aspetto più interessante. Non occorre immaginare qualcuno che trasferisca segretamente le pensioni italiane a Wall Street.

Il sistema lo fa alla luce del sole: il risparmio viene raccolto localmente, aggregato, affidato ai grandi gestori e distribuito sui mercati globali. In altre parole, una parte del risparmio destinato alla futura pensione di un lavoratore italiano può contribuire oggi a sostenere il valore delle più grandi aziende americane.

Alla fine, quindi, la domanda non è soltanto:
Chi possiede le grandi multinazionali?
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La Società Senza Contanti Non è Nata Ieri

La progressiva scomparsa del contante viene spesso presentata come una semplice conseguenza dell’evoluzione tecnologica: prima sono arrivate le carte, poi i pagamenti contactless, gli smartphone e infine le valute digitali delle banche centrali.

Eppure, l’idea di una società senza contanti è molto più vecchia.

Nel 1967, Dale L. Reistad, dirigente dell’American Bankers Association, pubblicò un articolo dal titolo molto esplicito:

“The Coming Cashless Society”.

Negli anni successivi, il sistema finanziario iniziò a sviluppare infrastrutture elettroniche capaci di ridurre progressivamente l’uso del denaro fisico. Nel 1988, la Federal Reserve Bank di San Francisco pubblicò un documento intitolato:

“A Cashless Society?”

Nel 1996, la Bank for International Settlements analizzava già le conseguenze della moneta elettronica sulle banche centrali e sul sistema finanziario. Quindi, la direzione non è nata ieri. Esiste però un aspetto ancora più importante. Il contante garantisce un livello di anonimato che il denaro digitale non può offrire nello stesso modo.

Quando una banconota passa da una persona all’altra, non è necessario che una banca autorizzi la transazione. Non serve un server e non viene automaticamente creata una registrazione digitale.

Il denaro elettronico funziona diversamente.

Ogni pagamento deve passare attraverso un’infrastruttura e la transazione può essere registrata, collegata a un conto, a un dispositivo, a un luogo e a un momento preciso. Per questo il controllo non è un elemento estraneo alla trasformazione digitale del denaro, ma ne è una conseguenza della sua stessa struttura.

Con il contante, due persone possono scambiarsi valore quasi anonimamente.
Con il denaro digitale, tra chi paga e chi riceve esiste sempre un sistema.
E chi controlla quel sistema dispone della possibilità di osservare, registrare e analizzare le transazioni. Oggi questa evoluzione continua con le CBDC, le valute digitali delle banche centrali.
La Bank of England studia da anni la sterlina digitale e la Banca Centrale Europea sta sviluppando il progetto dell’euro digitale.
Le istituzioni dichiarano che queste valute dovrebbero affiancare il contante e non sostituirlo.
Ma il punto rimane.

Nel 1967 si parlava già di società senza contanti.
Negli anni Ottanta la Federal Reserve ne discuteva apertamente.
Negli anni Novanta le banche centrali studiavano la moneta elettronica.
Oggi si progettano valute digitali ufficiali.


Il cambiamento è avvenuto lentamente, nel corso di decenni.
E, insieme alla comodità, è aumentata anche la capacità del sistema di sapere dove, quando e come viene utilizzato il denaro.

Il vero nodo, quindi, non riguarda soltanto il futuro delle banconote, ma soprattutto il futuro dell’anonimato economico. Perché, quando il denaro diventa completamente digitale, non cambia soltanto il modo in cui paghiamo ma anche il rapporto tra libertà e controllo.

@CodexOfSecrets


https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/0007681367900808
https://www.federalreservehistory.org/essays/electronic-point-of-sale-payments
https://fraser.stlouisfed.org/title/economic-letter-federal-reserve-bank-san-francisco-4960/a-cashless-society-517777
https://www.bis.org/cpmi/publ/d18.pdf
https://www.bis.org/publ/bisp01.pdf
https://www.bankofengland.co.uk/paper/2020/central-bank-digital-currency-opportunities-challenges-and-design-discussion-paper
https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/html/index.en.html
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Tesla, l’Energia dell’Etere e il Problema del Profitto

Nel 1891 Nikola Tesla parlò pubblicamente dell’idea che l’universo fosse attraversato da un mezzo capace di trasmettere energia attraverso l'etere. Egli riteneva che la natura contenesse immense quantità di energia e immaginava che, un giorno, l’uomo avrebbe potuto ricavarla direttamente dall’ambiente.
Non rimase soltanto sul piano teorico. Nel 1901 ottenne il brevetto US685957A, dedicato a un apparecchio capace di raccogliere e accumulare energia radiante. Parallelamente, stava lavorando a un progetto ancora più ambizioso: utilizzare la Terra stessa come parte di un sistema globale per trasmettere energia senza fili.

Tesla aveva sperimentato queste idee a Colorado Springs.
Secondo John J. O’Neill, uno dei suoi primi biografi, lo scienziato sarebbe riuscito nel 1899 ad accendere 200 lampade a circa 26 miglia, oltre 40 chilometri, dal proprio trasmettitore. L’episodio è diventato uno dei più celebri della storia di Tesla.

Da quelle ricerche nacque Wardenclyffe.

Il progetto venne inizialmente finanziato da J. P. Morgan, che investì 150.000 dollari. Tesla iniziò così a costruire a Long Island una torre alta quasi sessanta metri.
Ufficialmente, il progetto riguardava soprattutto le comunicazioni. Tesla, però, immaginava qualcosa di molto più grande: una rete capace di trasmettere informazioni ed energia senza la tradizionale infrastruttura di cavi. Ed è qui che la questione diventa economica: l’elettricità tradizionale viene prodotta, trasportata, misurata e venduta passando attraverso una rete e monitorata da un contatore.
Così, ogni consumo può essere trasformato in denaro.

Il sistema immaginato da Tesla poneva invece una domanda molto più scomoda: come si vende un’energia che può essere ricevuta senza il tradizionale collegamento fisico?

Nel 1931 TIME, parlando delle idee di Tesla, osservò che un simile sistema avrebbe creato un problema di “financial control of electricity”, cioè di controllo finanziario dell’elettricità. Anche le ricostruzioni storiche dello Smithsonian ricordano che i finanziatori di Wall Street faticavano a comprendere come rendere commercialmente sfruttabile l’energia senza fili. Mentre Tesla pensava alla distribuzione, i finanziatori pensavano al profitto e, quando queste due logiche smisero di coincidere, il denaro cominciò a mancare. Morgan non continuò a finanziare l’espansione del progetto. Tesla cercò altri investitori, senza riuscire a raccogliere il capitale necessario. Così Wardenclyffe rimase incompiuta e, nel 1917, la torre venne demolita.

Purtroppo lo scienziato si trovò ad affrontare un problema che non apparteneva alla fisica bensì all'economia. Perché un’energia facilmente accessibile può rappresentare una rivoluzione per chi la utilizza, ma Tesla aveva intravisto una direzione che il sistema economico dell’epoca non aveva alcun interesse a finanziare fino in fondo.
Così la torre scomparve e così anche Tesla.

@CodexOfSecrets


https://teslasciencecenter.org/announcements/experiments-with-alternate-currents-of-very-high-frequency-and-their-application-to-methods-of-artificial-illumination-by-nikola-tesla/
https://patents.google.com/patent/US685957A/en
https://teslasciencecenter.org/teslas-wireless-power/
https://www.pbs.org/tesla/ll/ll_colspr.html
https://content.time.com/time/subscriber/article/0,33009,742063,00.html
https://www.smithsonianmag.com/smithsonian-institution/tesla-at-the-smithsonian-the-story-behind-his-genius-3329176/
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