Codex Of Secrets - Oltre la Verità
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Chi orienta le nostre scelte? Su @CodexOfSecrets seguiamo le tracce del potere tra propaganda, storia e sorveglianza.

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Quando una persona diventa una categoria, può essere esclusa più facilmente. Quando diventa un’etichetta, può essere disprezzata senza rimorso. Quando diventa un pericolo astratto, può essere sacrificata sull’altare della sicurezza collettiva. La storia conosce bene questo meccanismo. Cambiano le parole, cambiano i simboli, cambiano le emergenze. La struttura resta simile. Si individua una crisi. Si costruisce una divisione. Si assegna a una parte della società il ruolo della minaccia. Si offre all’altra parte una superiorità morale. Poi si lascia che il conflitto si autoalimenti.

A quel punto il potere non ha più bisogno di gridare. Parlano gli altri al posto suo. Parla il cittadino che si sente giusto. Parla il familiare che rimprovera. Parla l’amico che si allontana. Parla il collega che tace per paura di essere associato alla parte sbagliata. Parlano i social, dove ogni posizione viene semplificata, esposta, punita o premiata.

Elisabeth Noelle-Neumann ha descritto questo meccanismo nella teoria della “spirale del silenzio”: quando gli individui percepiscono che la propria opinione è minoritaria o socialmente rischiosa, tendono a tacere per evitare isolamento. Il risultato è che l’opinione dominante appare ancora più dominante, mentre il dissenso diventa sempre meno visibile. Non è necessario cancellarlo del tutto. Basta renderlo socialmente costoso e, la cosa più tragica, è che molti non si accorgono di essere strumenti.

Credono di difendere il bene. Credono di proteggere qualcuno. Credono di stare dalla parte della ragione. A volte lo fanno anche in buona fede. Ed è proprio questa la parte più inquietante. La propaganda più efficace non crea soltanto carnefici consapevoli. Crea persone convinte di essere moralmente obbligate a colpire.

La vittima perfetta della propaganda è chi pensa di esserne immune. Jacques Ellul aveva colto questo punto con grande anticipo: la propaganda moderna non è solo un messaggio politico calato dall’alto, ma un fenomeno sociologico radicato nella società tecnologica. Non vive soltanto nei discorsi ufficiali. Vive nelle abitudini, nei riflessi, nel bisogno di adattarsi, nella ricerca di appartenenza, nella paura di restare fuori dal linguaggio ammesso.

Il Covid ha mostrato quanto sia fragile la nostra autonomia interiore. Ha mostrato quanto rapidamente una società moderna, istruita, connessa, apparentemente libera, possa essere attraversata da pulsioni arcaiche: appartenenza, paura dell’esclusione, bisogno di obbedire al gruppo, desiderio di sentirsi migliori di qualcun altro.

La tecnologia ha amplificato tutto. Ogni notizia arrivava subito. Ogni immagine era ripetuta. Ogni parola veniva caricata di urgenza. Non c’era spazio per il silenzio, per la riflessione, per la distanza interiore. Il tempo della coscienza veniva continuamente interrotto dal tempo della notifica.

E quando l’essere umano non ha più tempo per pensare, reagisce. Reagisce con la pancia. Con l’istinto. Con la paura. Con l’appartenenza. Reagisce cercando un gruppo, una bandiera, una formula semplice. Cerca qualcuno da seguire e qualcuno da accusare.

La propaganda vive esattamente lì. Nel momento in cui l’uomo smette di interrogarsi e comincia a identificarsi. Ma la divisione, in questo senso, non è stata soltanto un effetto collaterale. È stata il metodo.

Lo scopo profondo dell’élite non è semplicemente separare una società in due blocchi opposti. Quella è solo la prima fase. La divisione serve a individuare chi resiste, chi dubita, chi obbedisce, chi si adatta, chi è disposto a rinunciare al proprio giudizio pur di restare dentro il perimetro dell’accettabilità.

Ogni crisi diventa così un filtro. Prima si crea una frattura. Poi si osserva chi attraversa la linea nella direzione richiesta. Una parte della società viene spinta a identificarsi con il sistema, a difenderlo, a parlare il suo linguaggio, a interiorizzare i suoi criteri morali. Chi non si allinea viene isolato, ridicolizzato, reso sospetto. Chi invece si conforma viene premiato con appartenenza, rispettabilità e protezione simbolica.

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Ma il processo non si ferma lì. Una volta separata la società, il gruppo conforme viene sottoposto a una nuova selezione. Al suo interno si tracciano nuove linee, più sottili, più esigenti. Ogni passaggio richiede un livello maggiore di adesione. Ogni emergenza restringe ulteriormente il campo. Ogni prova elimina un’altra fascia di persone considerate troppo lente, troppo ambigue, troppo indipendenti, troppo legate a forme residue di coscienza personale.

È una depurazione progressiva, dove alla fine non resta semplicemente un gruppo obbediente, ma resta un gruppo che ha imparato a desiderare la propria obbedienza. Un gruppo che non percepisce più il comando come imposizione, ma come identità. Un gruppo che difende il sistema perché ormai difendere il sistema significa difendere sé stesso, la propria immagine morale, il proprio posto nella nuova gerarchia.

Gli studi di Stanley Milgram sull’obbedienza restano disturbanti proprio per questo: mostrano quanto persone ordinarie possano compiere azioni contrarie al proprio giudizio morale quando l’autorità viene percepita come legittima. La questione non è soltanto la violenza del comando. È la disponibilità dell’individuo a delegare la propria coscienza a una struttura superiore.

Questo è il punto più inquietante. Il potere non ha bisogno di controllare tutti allo stesso modo. Gli basta produrre una minoranza sufficientemente allineata, sufficientemente visibile, sufficientemente aggressiva da sorvegliare il resto della società. Una minoranza che non si vive come strumento del potere, ma come avanguardia del bene. Una minoranza convinta di essere più lucida, più civile, più responsabile, più evoluta. E proprio per questo più utilizzabile.

La divisione serve quindi a creare un gruppo sempre più depurato, sempre più conforme, sempre più obbediente al sistema. Non una massa uniforme, ma una struttura piramidale di adesione. Alla base restano i confusi, gli impauriti, gli opportunisti. Più in alto salgono coloro che hanno interiorizzato il comando. Ancora più in alto si collocano quelli che anticipano il comando, che non aspettano più istruzioni, perché hanno già imparato quale linguaggio usare, quali nemici indicare, quali dubbi reprimere.

Il risultato finale è una società dove la coercizione diventa quasi invisibile.Il sistema non deve più imporre tutto dall’alto. Produce soggetti che lo fanno vivere dal basso. Persone che correggono, giudicano, escludono e disciplinano altre persone in nome di valori che credono propri, ma che sono stati lentamente installati dentro di loro.

Herman e Chomsky hanno parlato di “manufacturing consent”, produzione del consenso, mostrando come i sistemi mediatici possano filtrare l’informazione, marginalizzare il dissenso e rendere più visibili i messaggi compatibili con gli interessi dominanti. Questo non significa che ogni individuo sia manipolato nello stesso modo. Significa che il campo del dicibile può essere organizzato prima ancora che il singolo entri nella discussione.

Così la propaganda raggiunge il suo livello più alto.

Non quando costringe qualcuno a ripetere una frase.

Ma quando lo porta a credere che quella frase sia nata da lui.

Per questo la vera domanda, oggi, non è soltanto cosa sia accaduto durante la pandemia. La domanda più scomoda è cosa sia rimasto dentro di noi dopo.

Siamo tornati davvero liberi?

Oppure abbiamo soltanto cambiato emergenza?

Perché il punto non è il Covid in sé. Il punto è il metodo. Una società può essere divisa su un virus, su una guerra, su una crisi energetica, su una questione identitaria, su una paura economica, su un nemico interno o esterno. Il contenuto cambia. Il meccanismo resta.

Creare urgenza.

Ridurre il pensiero.

Separare i gruppi.

Moralizzare il conflitto.

Isolare chi dubita.

Premiare chi si allinea.

Ripetere.

Questa è la grammatica invisibile dell’ingegneria sociale.

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E forse il vero lascito della pandemia è proprio questo: ci ha mostrato quanto poco basti per trasformare una società in una somma di fazioni impaurite. Non servono sempre catene. A volte basta una narrazione. Non serve sempre la violenza. A volte basta il bisogno di approvazione. Non serve sempre censurare una persona. Basta renderla impresentabile.

E quando una persona diventa impresentabile, nessuno deve più ascoltarla. Nessuno deve più capirla. Nessuno deve più domandarsi se dentro le sue parole ci sia qualcosa di vero, di sbagliato, di umano o semplicemente di disperato.

È così che si spegne una società. Non tutta insieme. Un rapporto alla volta. Un dubbio alla volta. Una parola alla volta.

La vera resistenza, allora, non comincia urlando contro il sistema. Comincia molto prima. Comincia quando rifiutiamo di odiare qualcuno perché ci è stato indicato come nemico. Comincia quando ci fermiamo prima di ripetere una frase che non abbiamo pensato davvero. Comincia quando proteggiamo la possibilità del dubbio, anche quando il dubbio ci mette a disagio.

Perché una società che non tollera il dubbio è già pronta per l’obbedienza. E una società che trasforma l’obbedienza in virtù ha già consegnato la propria libertà senza accorgersene.

@CodexOfSecrets

Bernays, E.L. (1947) ‘The Engineering of Consent’, The ANNALS of the American Academy of Political and Social Science, 250(1), pp. 113–120.
Ellul, J. (1965) Propaganda: The Formation of Men’s Attitudes. New York: Vintage Books.
Herman, E.S. and Chomsky, N. (1988) Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. New York: Pantheon Books.
Jowett, G.S. and O’Donnell, V. (2012) Propaganda and Persuasion. 5th edn. Thousand Oaks: Sage.
Milgram, S. (1963) ‘Behavioral Study of Obedience’, Journal of Abnormal and Social Psychology, 67(4), pp. 371–378.
Noelle-Neumann, E. (1974) ‘The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion’, Journal of Communication, 24(2), pp. 43–51.
La Prossima Pandemia Arriva Sempre “All’Improvviso”

Ogni emergenza sembra presentarsi come un evento inatteso. Arriva nel dibattito pubblico con il volto dell’imprevedibile, con il linguaggio della prevenzione e con l’apparente neutralità degli esperti. Poi, lentamente, cambia forma. Ciò che all’inizio viene raccontato come semplice attenzione sanitaria diventa sicurezza collettiva, poi responsabilità sociale, infine necessità politica.

Il meccanismo lo abbiamo già visto. Durante il Covid, milioni di persone hanno assistito alla trasformazione rapidissima del linguaggio pubblico. Parole come “protezione”, “solidarietà”, “sicurezza” e “misure temporanee” sono diventate parte della vita quotidiana. Il dissenso è stato spesso trattato come irresponsabilità. Il dubbio è stato associato al pericolo. La paura ha funzionato come collante sociale, ma anche come strumento di pressione.

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare il nome Hantavirus come possibile minaccia futura. Eppure, quasi nessuno spiega perché questo virus fosse già stato discusso nel 2021 da VaccinesWork, piattaforma collegata a Gavi, l’Alleanza Globale per i Vaccini, in un articolo dal titolo piuttosto eloquente: “The Next Pandemic: Hantavirus?”. In quel testo si affrontava apertamente il tema del suo potenziale pandemico. A rendere il quadro ancora più interessante è il fatto che il termine Hantavirus comparisse anche in alcuni documenti di farmacovigilanza, dove veniva indicato tra gli eventi avversi nel contesto dei vaccini anti-Covid.

A questo punto, la vera discussione non è più se arriverà una nuova pandemia. A quella domanda, l’Agenda sembra avere già risposto. La questione decisiva è un’altra: abbiamo imparato qualcosa dalla precedente emergenza? Sapremo riconoscere la propaganda quando tornerà a parlare il linguaggio della protezione? Riusciremo a difendere il diritto al dubbio prima che la paura venga usata, ancora una volta, come ricatto emotivo?

Perché, alla fine, la questione non riguarda soltanto il prossimo virus. Riguarda noi. La nostra memoria collettiva. La nostra capacità critica. La nostra disponibilità a cedere libertà in cambio di rassicurazioni temporanee.

La prossima pandemia, forse, non arriverà davvero all’improvviso. Potrebbe essere annunciata lentamente, attraverso parole già sentite: protezione, sicurezza, responsabilità, necessità. E il primo segnale potrebbe non essere un bollettino sanitario, ma il ritorno di un linguaggio che conosciamo fin troppo bene.

E noi, questa volta, avremo imparato la lezione?

@CodexOfSecrets

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Forwarded from Economia Senza Panico - Prima di aver paura guardiamo i dati.
Hormuz, petrolio e speculazione: quando il panico diventa prezzo

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili dell’energia mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 da lì sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi mondiali di petrolio liquido.
È un dato importante, ma va letto bene. L’International Energy Agency ricorda che una larga parte dei flussi da Hormuz è diretta verso l’Asia. Questo significa che l’Europa non riceve direttamente la maggior parte di quei barili.
Ma non significa che sia immune.
Il punto è che il prezzo dell’energia non dipende solo dalla disponibilità fisica. Dipende anche da aspettative, rischio geopolitico, futures, costi assicurativi, rotte alternative, volatilità del gas e comportamenti speculativi.
In parole semplici: anche quando l’energia non manca, può diventare più cara perché il rischio viene trasformato in prezzo.
Qui nasce il problema. Tra scarsità reale e prezzo finale esiste uno spazio enorme. In quello spazio si muovono mercati finanziari, trader, intermediari, fondi e operatori che possono trasformare il panico collettivo in profitto privato.
Lo abbiamo visto anche nella crisi del gas del 2022-2023. Le forniture russe erano diminuite, la corsa europea al GNL era reale, ma il prezzo pagato da famiglie e imprese è stato amplificato anche da volatilità, competizione globale, meccanismi di mercato e aspettative.
Lo stesso accade nel mercato elettrico europeo. Il sistema marginale, o pay-as-clear, fa sì che il prezzo dell’elettricità sia determinato dall’ultima tecnologia necessaria a soddisfare la domanda. Quando il gas diventa marginale, può trascinare verso l’alto anche il prezzo dell’elettricità prodotta da fonti meno costose.
Per questo una crisi energetica non coincide sempre con una mancanza materiale di energia. Spesso coincide con un meccanismo di prezzo che trasforma uno shock localizzato in un costo generalizzato.
Ed è qui che dovrebbe intervenire lo Stato.
Tutelare i cittadini dalla speculazione non significa negare il mercato. Significa impedire che ogni crisi diventi un moltiplicatore di rendite. Servono trasparenza sui prezzi, vigilanza contro abusi e manipolazioni, tassazione temporanea degli extra-profitti, riduzione mirata di accise e IVA nei momenti critici, sostegni alle famiglie vulnerabili e una politica energetica meno dipendente da rotte fragili.

La domanda seria, quindi, non è solo “la crisi è vera o inventata?”
La domanda è quanto del costo pagato dai cittadini dipende dalla scarsità reale, e quanto dal modo in cui mercati, regole di prezzo, fiscalità e speculazione trasformano ogni shock in aumento del costo della vita?
Perché tra scarsità e prezzo esiste una differenza.
E dentro quella differenza si muove il vero meccanismo: il rischio diventa narrazione, la narrazione diventa panico, il panico diventa prezzo, e il prezzo diventa profitto.


Fonti
U.S. Energy Information Administration — Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65504
International Energy Agency — The Middle East and Global Energy Markets
https://www.iea.org/topics/the-middle-east-and-global-energy-markets
European Commission — Electricity market design
https://energy.ec.europa.eu/topics/markets-and-consumers/electricity-market-design_en
International Energy Agency — Gas Market Lessons from the 2022-2023 Energy Crisis
https://www.iea.org/reports/gas-market-lessons-from-the-2022-2023-energy-crisis
Camera dei Deputati — Dossier D.L. 33/2026
https://documenti.camera.it/leg19/dossier/pdf/NC0171.pdf
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La Libertà Selettiva

La propaganda funziona davvero quando riesce a decidere non solo cosa dobbiamo pensare, ma anche quando possiamo indignarci.
Oggi Gaza è al centro del dibattito pubblico. Le immagini circolano ovunque, i giornali ne parlano, le televisioni ne parlano, i social amplificano. La gente scende in piazza, sciopera, si unisce, condanna il silenzio dei governi e rivendica il diritto di opporsi a ciò che percepisce come un’ingiustizia storica.
Ed è giusto reagire davanti alla sofferenza.
Il punto è un altro.
L’indignazione può essere concessa quando non interferisce davvero con le manovre profonde del potere. Può essere tollerata, persino amplificata, quando resta dentro un perimetro gestibile: una causa lontana, una protesta simbolica, una pressione morale che non mette direttamente in discussione i dispositivi interni di controllo.

Perché la stessa unità non si è vista quando la libertà riguardava direttamente il corpo, il lavoro, la vita sociale e la dignità di milioni di cittadini italiani?
Durante il Covid, una parte della popolazione venne separata dall’altra. Chi accettava la vaccinazione veniva presentato come responsabile. Chi rifiutava veniva descritto come pericolo pubblico, egoista, ostacolo alla normalità. L’accesso al lavoro, ai trasporti, agli spazi sociali e alla piena cittadinanza morale fu condizionato da una scelta sanitaria.
Ma allora la piazza non fu unita.

Perché?

Perché in quel caso la propaganda aveva un’arma molto più efficace dell’indignazione: la paura.
Paura del contagio. Paura dell’esclusione. Paura di perdere il lavoro. Paura di essere isolati. Paura di essere indicati come colpevoli.
La paura non spinge le persone a unirsi. Le spinge a proteggersi, a prendere distanza, a cercare un capro espiatorio. Durante il Covid, ogni scintilla di ribellione veniva soffocata prima ancora di accendersi, perché chi provava a sollevare dubbi non veniva trattato come cittadino critico, ma come minaccia.
Gaza, invece, è una tragedia lontana. Colpisce la coscienza, ma non minaccia direttamente il posto di lavoro, il lasciapassare, l’accesso ai servizi, la vita quotidiana. Per questo può diventare una causa collettiva senza produrre lo stesso livello di paura personale.
Ed è qui che emerge il meccanismo.
Quando l’ingiustizia è lontana, il sistema può permettere l’indignazione. Quando la libertà è minacciata dentro casa, il sistema attiva la paura.
Così il cittadino crede di ribellarsi al potere, mentre spesso si muove dentro il perimetro emotivo che il potere gli concede.
Alcune cause vengono rese nobili. Altre vengono isolate.
Alcune sofferenze diventano bandiere. Altre vengono trasformate in colpa.
La vera domanda, allora, non è perché oggi molti scendano in piazza.
La domanda è perché ieri molti siano rimasti in silenzio.
Perché una libertà difesa solo quando non costa nulla non è ancora libertà.
È consenso vestito da coraggio.

@CodexOfSecrets
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Il Telefono Che Ascolterà Tutto

Per anni ci hanno detto che la tecnologia avrebbe aumentato la nostra libertà. Più connessione, più semplicità, più accesso. Ed in effetti è andata così. Ma ogni passaggio tecnologico ha sempre avuto un prezzo nascosto: più la tecnologia si integra nella vita quotidiana, più aumenta la quantità di informazioni che consegniamo spontaneamente ai sistemi che la gestiscono.

L’ultimo passo sembra essere già stato deciso.
Secondo un report pubblicato da The Next Web, OpenAI starebbe sviluppando uno smartphone completamente costruito attorno agli agenti AI, un dispositivo in cui le applicazioni tradizionali diventerebbero obsolete. Non si tratterebbe più di aprire manualmente app, scrivere messaggi o navigare tra schermate, ma di delegare tutto a un’intelligenza artificiale permanente capace di prenotare, acquistare, scrivere, organizzare, cercare informazioni e prendere decisioni al posto dell’utente.

Ed è qui che il discorso cambia completamente.
Perché un sistema del genere, per funzionare davvero, avrebbe bisogno di conoscere ogni dettaglio della vita quotidiana. Lo stesso articolo parla apertamente di “full real-time state”: posizione, attività, comunicazioni, abitudini, contesto ambientale e comportamento dell’utente monitorati continuamente per alimentare gli agenti AI.
In altre parole, non sarebbe più semplicemente uno smartphone.
Sarebbe un sistema di presenza costante.
Un dispositivo che non si limita a rispondere alle richieste, ma osserva continuamente la persona per anticiparle.
Ed è difficile non accorgersi della direzione che sta prendendo il mondo tecnologico. Negli ultimi anni ogni grande piattaforma ha iniziato a muoversi verso lo stesso modello: assistenti AI permanenti, identità digitali integrate, sistemi predittivi, dispositivi sempre in ascolto, raccolta continua di dati comportamentali.

Google sviluppa agenti AI integrati in Android. Samsung lavora su sistemi multi-AI permanenti. Apple punta sull’elaborazione privata ma continua a integrare funzioni predittive nei suoi dispositivi. OpenAI sembra voler eliminare direttamente il concetto stesso di applicazione.
L’interfaccia non sarebbe più lo schermo.
L’interfaccia diventerebbe la persona.

Ed è qui che il tema non riguarda più soltanto la tecnologia, ma il controllo.
Perché un’intelligenza artificiale che conosce in tempo reale posizione, relazioni, preferenze, cronologia, movimenti, acquisti, tono della voce e abitudini quotidiane non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica. Rappresenta la costruzione del profilo umano più dettagliato mai esistito.
Ovviamente tutto viene presentato come comodità.
Ed è sempre così.
La tecnologia non viene quasi mai imposta. Viene desiderata. Viene resa indispensabile lentamente, attraverso la semplificazione della vita quotidiana. Più il sistema diventa utile, più diventa difficile vivere fuori da esso.

Il punto non è stabilire se OpenAI riuscirà davvero a costruire questo telefono. Molti progetti AI hardware sono già falliti, come Humane AI Pin o Rabbit R1. Il punto è che la direzione ormai è evidente.
Tutte le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di costruire sistemi capaci di restare permanentemente accanto all’utente, raccogliendo dati continui e trasformando il comportamento umano in informazione processabile.

A quel punto la domanda cambia.
Non è più se la privacy stia scomparendo.
Ma quanto siamo disposti a sacrificare pur di ottenere comodità, velocità e assistenza permanente.
Perché il vero controllo non nasce quando qualcuno ci obbliga ma quando iniziamo a
consegnare spontaneamente ogni aspetto della nostra vita in cambio di una effimera semplicità.

@CodexOfSecrets

https://thenextweb.com/news/openai-qualcomm-ai-phone-agents-replace-apps
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Quando La Salute Diventa Controllo

La privacy non finisce quando qualcuno la cancella per legge. Finisce molto prima, quando viene presentata come un ostacolo all’efficienza.

Nel Regno Unito, NHS England (la sanità pubblica inglese) ha assegnato nel 2023 a un consorzio guidato da Palantir il contratto per la Federated Data Platform, una grande infrastruttura pensata per collegare e analizzare dati sanitari provenienti da diverse parti del sistema NHS. La spiegazione ufficiale è semplice: usare meglio i dati, ridurre inefficienze, aiutare ospedali e pazienti. NHS England sostiene che la piattaforma resti sotto controllo NHS, con accessi regolati e misure di sicurezza.

Ma la domanda vera è un’altra: cosa accade quando i dati sanitari diventano una struttura centrale di governo?

I dati sanitari non sono dati qualsiasi. Raccontano il corpo, la storia clinica, le fragilità, le terapie, le paure, le dipendenze, le abitudini. Sono la parte più intima della persona. Quando tutto questo viene collegato, ordinato e reso analizzabile dentro grandi piattaforme digitali, il confine tra cura e controllo diventa più sottile.

Non a caso il Guardian ha parlato di timori per la privacy dei pazienti dopo il contratto da 330 milioni di sterline assegnato a Palantir, mentre il BMJ ha definito controversa la nuova piattaforma federata, richiamando problemi di fiducia pubblica e valore democratico del processo.

Il linguaggio, come sempre, risulta decisivo.

Non si parla mai di sorveglianza. Si preferisce la parola efficienza.
Non si dice concentrazione dei dati. Si dice interoperabilità.
Non si dice dipendenza da infrastrutture private. Si dice innovazione.

E, formalmente tutto questo viene giustificato per monitorare, organizzare, prevenire, rendere più efficiente il sistema sanitario.

Ed è proprio qui che bisogna soffermarsi.

Perché ogni sistema nato per organizzare può diventare un sistema capace di osservare. Ogni piattaforma nata per semplificare può diventare una struttura da cui diventa difficile uscire. Ogni emergenza può lasciare dietro di sé strumenti che restano anche quando l’emergenza finisce. Ed il problema non è immaginare che ogni uso dei dati sia automaticamente abusivo. Il problema è capire che, una volta costruita l’infrastruttura, il limite dipende dalla politica, dalle regole, dai contratti e da chi avrà accesso a quei dati domani.

Quello che oggi viene presentato come gestione sanitaria, domani potrebbe diventare modello amministrativo. E quando la salute diventa la porta d’ingresso per abituare una popolazione alla centralizzazione dei dati, la privacy non viene abolita, viene resa semplicemenete negoziabile. Pezzo dopo pezzo.

@CodexOfSecrets

https://www.england.nhs.uk/digitaltechnology/nhs-federated-data-platform/fdp-faqs/
https://www.theguardian.com/society/2023/nov/21/patient-privacy-fears-us-spy-tech-firm-palantir-wins-nhs-contract
https://www.ovid.com/journals/bmjd/abstract/10.1136/bmj.p2776~a-controversial-new-federated-data-platform-for-the-nhs-in?redirectionsource=fulltextview
https://www.reuters.com/world/uk/britains-nhs-grant-palantir-contractors-unlimited-access-patient-data-ft-reports-2026-05-11/
https://www.theguardian.com/technology/2026/mar/12/palantirs-nhs-england-contract-opens-door-to-government-abuse-of-power-health-bosses-told
https://www.digitalhealth.net/2026/03/human-rights-groups-urge-hospitals-not-to-use-palantir-software/
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Le Tecniche Della Propaganda Non Sono Mai Cambiate

Molti immaginano la propaganda come qualcosa di grossolano: manifesti di guerra, slogan urlati, dittature del passato, folle manipolate in modo evidente. Ma la propaganda moderna funziona proprio perché non si presenta mai come propaganda.

Nel 1937, negli Stati Uniti, l’Institute for Propaganda Analysis pubblicò un documento pensato per i cittadini comuni. Lo scopo era semplice: mostrare come certe tecniche potessero orientare il pensiero pubblico senza bisogno di costringere nessuno. Non era una teoria del complotto, ma un manuale di alfabetizzazione civile. Un modo per dire: attenzione, il linguaggio non informa soltanto. Può anche guidare emozioni, consenso e percezione della realtà.

Le tecniche individuate erano sette.

La prima era il name calling: applicare un’etichetta negativa a una persona o a un gruppo, così da impedirne l’ascolto prima ancora che l’argomento venga discusso. È una delle tecniche più comuni ancora oggi. Basta una parola per chiudere il ragionamento: complottista, negazionista, estremista, traditore, servo del sistema, nemico della democrazia. L’etichetta arriva prima del pensiero. E spesso lo sostituisce.

Poi c’erano le glittering generalities: parole nobili, ampie, quasi intoccabili. Libertà, sicurezza, giustizia, progresso, democrazia. Termini che tutti approvano, proprio perché nessuno si ferma davvero a definirli. E quando una parola può significare tutto, può essere usata per giustificare quasi tutto.

Il transfer funziona in modo ancora più sottile. Un messaggio viene legato a qualcosa che la gente già rispetta: una bandiera, una tradizione, una causa morale, una figura religiosa, un simbolo nazionale. In questo modo non si giudica più il messaggio per ciò che dice. Lo si accetta per ciò a cui è stato associato.

Il testimonial fa qualcosa di simile, ma usando le persone. Una celebrità, un esperto, un volto televisivo, un influencer. La competenza reale spesso conta meno della familiarità. Se una voce riconoscibile ripete un’idea abbastanza volte, quella idea inizia a sembrare più credibile.

Poi c’è il plain folks: il potere che si traveste da normalità. Leader, miliardari, funzionari, grandi apparati mediatici che si presentano come gente comune, come se vivessero le stesse paure, gli stessi problemi, la stessa precarietà di chi li ascolta. È una delle finzioni più efficaci: chi sta sopra parla come se fosse sotto.

Il card stacking è probabilmente la tecnica più usata oggi. Non serve mentire apertamente. Basta scegliere. Mostrare alcuni dati e nasconderne altri. Dare spazio ad alcune voci e cancellarne altre. Costruire un racconto con pezzi veri, lasciando fuori tutto ciò che potrebbe renderlo meno comodo.

Infine c’è il bandwagon: far credere che tutti stiano già pensando la stessa cosa. Tutti accettano. Tutti si adeguano. Tutti sono d’accordo. E chi non lo fa viene spinto a sentirsi isolato, arretrato, pericoloso o semplicemente fuori dal tempo.

Queste tecniche furono descritte quasi novant’anni fa e hanno contribuito in modo significativo allo studio della propaganda e dell’ingegneria sociale.

La parte inquietante è che non sono invecchiate. Sono cambiati gli strumenti, non il meccanismo. Oggi la propaganda non passa soltanto attraverso giornali, radio o manifesti. Passa attraverso algoritmi, notifiche, social network, influencer, motori di ricerca, intelligenze artificiali e feed personalizzati. Ma le leve restano le stesse: paura, appartenenza, esclusione, indignazione, desiderio di essere dalla parte giusta.

La propaganda più efficace non obbliga le persone a credere, le porta a pensare di aver scelto liberamente.

Per questo, ogni volta che una voce sicura ci dice chi dobbiamo odiare, cosa dobbiamo temere o quale causa dobbiamo sostenere, forse vale la pena fermarsi un istante. Non per negare tutto, ma per chiedersi se stiamo ascoltando informazioni o se, ancora una volta, stiamo ascoltando il manuale.

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I Tuoi Messaggi Sono Protetti

Per anni questa frase è stata ripetuta ovunque. WhatsApp l’ha trasformata quasi in un simbolo: crittografia end-to-end, privacy garantita, conversazioni che nessuno può leggere.

Ed è proprio per questo che la causa avviata dal Texas contro Meta e WhatsApp è interessante. Non tanto per il procedimento legale in sé, ma per ciò che rivela sul rapporto ormai ambiguo tra tecnologia, privacy e controllo.

Secondo il procuratore generale del Texas, Meta avrebbe fornito agli utenti un’idea fuorviante del reale livello di riservatezza delle comunicazioni. Meta ha negato le accuse, sostenendo che la crittografia impedisca alla piattaforma di leggere direttamente i messaggi degli utenti. Ma il problema non riguarda più soltanto il contenuto dei messaggi. Riguarda tutto ciò che esiste attorno ad essi.

Perché anche senza leggere una singola parola, una piattaforma può sapere chi contatti, con quale frequenza, in quale posizione geografica ti trovi, a che ora sei attivo, quanto tempo resti online, quali dispositivi utilizzi, quali pagine visiti dopo una conversazione e perfino quali persone fanno parte della tua rete sociale.

Negli ultimi anni è emerso più volte quanto il controllo digitale moderno non dipenda necessariamente dall’accesso diretto ai contenuti. Edward Snowden mostrò già nel 2013 come le agenzie di intelligence considerassero i metadati spesso più utili dei contenuti stessi. Sapere “chi parla con chi” può essere più potente del sapere “cosa viene detto”.

Ed è qui che la parola privacy cambia significato. Una volta privacy significava invisibilità. Oggi sembra significare soltanto che il contenuto resta cifrato, mentre tutto il resto continua a essere raccolto, analizzato e utilizzato per costruire profili comportamentali estremamente dettagliati.

Nel frattempo, le stesse piattaforme che parlano di protezione della privacy vivono economicamente sulla raccolta dei dati. Meta, Google, TikTok e altre grandi aziende tecnologiche basano gran parte del loro modello economico sull’analisi del comportamento umano: interessi, relazioni, reazioni emotive, tempi di attenzione, abitudini quotidiane. E questo sistema non viene imposto con la forza, ma viene accettato spontaneamente.

Così lentamente le persone si abituano a considerare normale vivere immerse in dispositivi che osservano ogni cosa: posizione, movimenti, preferenze, relazioni e abitudini quotidiane. Alla fine il telefono smette di essere uno strumento e diventa un sensore permanente.

Di conseguenza ciò mostra la grande contraddizione della nostra epoca dove, mentre la tecnologia diventa sempre più capace di osservare, misurare e prevedere la vita umana, il linguaggio pubblico continua a rassicurarci con parole come “privacy”, “sicurezza” e “controllo dei dati”. E questo perché il sistema digitale contemporaneo si regge su qualcosa di molto più fragile della tecnologia stessa: la fiducia.


E quando quella fiducia inizia a incrinarsi, emerge una domanda che fino a pochi anni fa sembrava paranoica ma che oggi appare sempre meno assurda, ovvero, quanto della nostra vita digitale è davvero privata e quanto invece è semplicemente tollerata finché resta utile al sistema.

@CodexOfSecrets

https://www.reuters.com/legal/government/texas-sues-meta-whatsapp-over-encryption-privacy-claims-2026-05-21/
https://www.hks.harvard.edu/centers/carr/publications/announcing-carr-centers-2024-2025-surveillance-capitalism-or-democracy
https://www.eff.org/deeplinks/2013/06/why-metadata-matters
https://www.theguardian.com/world/interactive/2013/nov/01/snowden-nsa-files-surveillance-revelations-decoded#section/1
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Codex Of Secrets - Oltre la Verità pinned «I Tuoi Messaggi Sono Protetti Per anni questa frase è stata ripetuta ovunque. WhatsApp l’ha trasformata quasi in un simbolo: crittografia end-to-end, privacy garantita, conversazioni che nessuno può leggere. Ed è proprio per questo che la causa avviata dal…»
Quando Una Vittima Non Serve Alla Narrativa

Uno degli aspetti più rivelatori dell’informazione moderna non riguarda soltanto ciò che viene raccontato ma, soprattutto, quello che viene lasciato ai margini.

Siamo abituati a pensare che le notizie emergano in base alla loro gravità. Più un evento è tragico, più attenzione dovrebbe ricevere. Ma la realtà funziona in modo diverso. Una notizia non diventa centrale solo perché è vera, drammatica o moralmente rilevante. Diventa centrale quando riesce a inserirsi dentro una narrativa utile.

Negli ultimi giorni, nel Regno Unito, è emerso il caso di Henry Nowak, uno studente di 18 anni accoltellato a Southampton. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa britannica, Henry venne inizialmente ammanettato dagli agenti intervenuti sul posto mentre cercava di spiegare di essere lui la vittima dell’aggressione. Nelle immagini delle bodycam avrebbe ripetuto di non riuscire a respirare e di essere stato accoltellato. Morirà poco dopo.

Una storia tragica. Eppure, fuori dal Regno Unito, quasi nessuno ne ha parlato.

Il caso contiene anche un elemento che molti osservatori hanno notato: la vittima era un giovane britannico bianco, mentre l’aggressore apparteneva a una minoranza etnica. Questo dato, da solo, non spiega tutto, ma contribuisce a rendere più evidente una domanda che il sistema mediatico evita volentieri: perché alcuni episodi vengono trasformati in simboli globali, mentre altri restano confinati alla cronaca locale?

Nel 2020 la morte di George Floyd divenne un evento mondiale. Le immagini fecero il giro del pianeta, le piazze si riempirono, aziende, università, media e istituzioni sentirono il bisogno di prendere posizione. Quel caso venne immediatamente inserito in una narrazione più ampia: razzismo sistemico, abuso della polizia, oppressione delle minoranze.

Nel caso di Henry Nowak, invece, non si è visto nulla di simile. E proprio questa differenza di reazione dice molto sul modo in cui funziona l’informazione contemporanea.

La notizia viene amplificata solo quando funzionale e se:

Serve a confermare una visione del mondo.
Serve a rafforzare una sensibilità già accettata.
Serve a spingere una narrazione politica, culturale o morale.

Quando invece un fatto disturba lo schema, viene trattato diversamente. Non necessariamente censurato. Basta lasciarlo scivolare in basso, raccontarlo senza caricarlo di significato, impedirgli di diventare simbolo.

È una forma di selezione molto più sottile della censura. Perché nel mondo dell’informazione moderna il potere non consiste soltanto nel dire cosa è vero o falso, consiste nel decidere quali fatti meritano di diventare importanti. Così alcune vittime diventano bandiere, altre restano nomi. Alcune morti vengono trasformate in movimenti, altri vengono assorbite dalla cronaca e dimenticate.

Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: la nostra indignazione nasce davvero davanti all’ingiustizia oppure viene orientata solo quando l’ingiustizia è funzionale al racconto che qualcuno vuole costruire?

Perché se una tragedia diventa universale solo quando conferma la narrativa giusta, allora il problema non è solo mediatico, è morale.

@CodexOfSecrets

https://www.msn.com/en-us/news/world/uk-cops-handcuffed-dying-stabbing-victim-for-racially-insulting-sikh-who-allegedly-stabbed-him/ar-AA23Ltfw
https://www.thetimes.com/uk/crime/article/sikh-vickrum-digwa-henry-nowak-murder-southampton-9lkh0k55k
https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jun/01/southampton-man-jailed-life-murder-student-religious-knife-vickrum-digwa-henry-nowak
https://www.theguardian.com/uk-news/2026/jun/02/hampshire-police-commissioner-urges-religious-knives-review
https://news.sky.com/video/police-apologise-for-handcuffing-stabbing-victim-who-died-13548769
https://www.britannica.com/topic/Black-Lives-Matter
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Il Carbonio È Un Problema Tranne Quando Non Lo È

Per anni è stato detto che il pianeta era al limite.

Hanno spiegato che stavamo consumando troppo, viaggiando troppo, producendo troppo. Ci hanno convinto che ogni aspetto della nostra vita quotidiana dovesse essere ripensato in nome della sostenibilità: l'automobile privata, il riscaldamento domestico, i voli aerei, il consumo di carne, persino il modo in cui utilizziamo l'energia sono stati progressivamente trasformati in questioni morali.

L'idea era semplice: per salvare il pianeta dovevamo ridurre il nostro impatto.

Sono arrivate le tasse sul carbonio, gli aumenti energetici, le limitazioni, i contatori intelligenti, le campagne mediatiche sull'impronta ecologica e gli inviti ad accettare uno standard di vita diverso. Ogni sacrificio veniva giustificato da una necessità superiore. L'emergenza climatica.

Poi qualcosa è cambiato.

Mentre ai cittadini viene ancora chiesto di ridurre consumi ed emissioni, nel mondo è iniziata una corsa senza precedenti alla costruzione di migliaia di nuovi data center (3000) destinati ad alimentare l'intelligenza artificiale e la futura infrastruttura digitale globale. Secondo le stime del settore, queste strutture richiederanno 1500 terawatt per anno di elettricità e 15 miliardi di litri d'acqua ogni anno per il raffreddamento.

Eppure il dibattito ambientale sembra essersi improvvisamente dissolto.

Le stesse istituzioni che per anni hanno misurato ogni grammo di CO₂ prodotto da cittadini e imprese non sembrano particolarmente preoccupate dall'impatto ambientale di una rete planetaria di infrastrutture digitali che richiederà consumi energetici paragonabili a quelli di intere nazioni.

Nessuno blocca i cantieri. Nessuno si incolla alle strade.
Nessuno propone di limitare l'espansione dell'intelligenza artificiale per ridurne l'impatto ambientale. Al contrario, governi e multinazionali stanno accelerando gli investimenti, mentre nuove centrali elettriche vengono progettate per sostenere la futura domanda energetica del settore.

Ma la contraddizione diventa ancora più evidente se si osserva ciò che è accaduto negli ultimi anni. Per decenni ci hanno spiegato che il principale nemico del pianeta era l'inquinamento prodotto dall'uomo. Poi sono arrivate le guerre. La guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e la recente crisi con l'Iran hanno generato consumi energetici enormi. Aerei militari, carri armati, navi da guerra, sistemi logistici, produzione di armamenti, ricostruzioni e infrastrutture distrutte. Intere economie mobilitate attorno allo sforzo bellico.

Ma se davvero il carbonio rappresenta la più grande minaccia esistenziale per l'umanità, perché l'impatto ambientale delle guerre occupa uno spazio così marginale nel dibattito pubblico?

Perché l'inquinamento generato dalla vita quotidiana delle persone viene presentato come una catastrofe imminente, mentre quello prodotto da conflitti e infrastrutture strategiche sembra improvvisamente tollerabile?

Forse la verità è che l'inquinamento non è mai stato il vero problema. Il vero problema è sempre stato indirizzare capitali, comportamenti e potere verso una direzione prestabilita. Perché se l'obiettivo fosse realmente ridurre l'impatto ambientale, allora le stesse regole dovrebbero valere per tutti. Invece sembrano valere soltanto per chi le subisce e mai per chi le impone.

E allora il dubbio diventa inevitabile.

Forse non stiamo assistendo ad una battaglia per salvare il pianeta. Probabilmente stiamo assistendo a qualcosa di molto più terreno: uno spostamento verticale di risorse, ricchezza e potere. Mentre il cittadino viene educato a sentirsi colpevole per la sua vecchia automobile o per la sua bolletta energetica, enormi quantità di capitale vengono indirizzate verso infrastrutture e investimenti definiti strategici. E quasi sempre, alla fine del processo, i sacrifici vengono socializzati mentre i benefici si concentrano nelle mani dei soliti noti.

@CodexOfSecrets

https://newsletter.decisiveliberty.news/p/the-global-data-center-build-out
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La Tua Auto Inizia A Guardarti

L’automobile è stata per decenni uno spazio di libertà, uno degli ultimi luoghi in cui muoversi significava ancora decidere: salire, partire, scegliere una strada, cambiare direzione. Ora anche quello spazio sta cambiando. Prima sono arrivati i sensori di parcheggio, poi la frenata automatica, il mantenimento della corsia, il riconoscimento dei limiti di velocità, gli avvisi sonori e gli assistenti alla guida. Ogni passaggio è stato presentato come progresso e giustificato in nome della sicurezza.

Da luglio 2026, però, l’Unione Europea introduce un passaggio diverso: sulle nuove auto diventa obbligatorio anche il monitoraggio della distrazione del conducente. In pratica, una telecamera a infrarossi potrà osservare il volto di chi guida, seguire lo sguardo e i movimenti della testa e valutare se il conducente è attento o meno.

Ufficialmente la nuova tecnologia è stata introdotta per evitare incidenti. Il punto, però, è che l’auto non osserverà più soltanto la strada; inizierà a osservare chi la guida. E questo cambia il rapporto tra uomo e macchina. Naturalmente è stato assicurato che i dati resteranno nel veicolo, che non verranno inviati all’esterno e che tutto avverrà secondo le regole di tutela della privacy. Ma la storia della tecnologia insegna che ogni infrastruttura, una volta installata, tende ad ampliare progressivamente le proprie funzioni.

Così, oggi magari la telecamera servirà a capire se sei distratto, domani potrebbe servire a capire se sei agitato, stanco, alterato, nervoso, idoneo alla guida o conforme a nuove regole assicurative e amministrative. D'altronde il meccanismo è quasi sempre lo stesso: prima viene introdotta una tecnologia con uno scopo apparentemente utile e condivisibile, poi le persone si abituano alla sua presenza, infine le sue funzioni vengono gradualmente estese. Se fin dall'inizio venisse presentata come uno strumento di controllo, probabilmente incontrerebbe molte più resistenze. Se invece viene introdotta in nome della sicurezza, la sua accettazione diventa molto più semplice. È, in fondo, anche una questione di manipolazione del linguaggio.

Così, pezzo dopo pezzo, ogni spazio della nostra vita diventa progressivamente osservabile: il telefono, la casa, l'orologio, il conto bancario, la città e persino il nostro corpo. Adesso si aggiunge anche l'automobile.

E forse il problema non è soltanto la singola telecamera, ma la direzione verso cui ci stiamo dirigendo. Perché quando ogni oggetto che usiamo inizia ad osservarci, la domanda non è più se saremo più sicuri, ma quanta libertà siamo disposti a cedere prima di accorgerci che, in nome della sicurezza, abbiamo trasformato la sorveglianza in una nuova normalità.

@CodexOfSecrets


https://www.autonext.co/news/eu-new-car-safety-features-mandatory-july-2026
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Panem et Circenses 2.0

Domani Spagna e Argentina si contenderanno la Coppa del Mondo. Ufficialmente assisteremo a una partita di calcio; in realtà, attorno a quei novanta minuti è stata costruita una macchina spettacolare che ha ormai ben poco dello sport e molto di una grande cerimonia collettiva.

Prima del calcio d’inizio saliranno sul palco alcuni dei volti più celebri dell’industria mondiale dell’intrattenimento. Durante l’intervallo, per la prima volta nella storia della competizione, il gioco lascerà spazio a uno spettacolo concepito sul modello del Super Bowl. Musica, celebrità, coreografie, effetti speciali e una produzione planetaria trasformeranno la finale in qualcosa di molto più grande di un incontro sportivo.

Persino la Coppa e le medaglie sembrano ormai insufficienti. Alla squadra vincitrice saranno consegnati anche trenta anelli celebrativi, secondo una tradizione tipicamente americana. Ogni dettaglio dovrà essere grandioso, riconoscibile, fotografabile e vendibile. Perché oggi il calcio, da solo, non basta più. Deve diventare concerto, cinema, pubblicità e rito globale.

Ogni minuto deve essere occupato. Ogni emozione deve essere alimentata. Ogni silenzio deve essere riempito.

I Romani chiamavano tutto questo panem et circenses. Avevano compreso che il modo più efficace per governare una popolazione inquieta consisteva nel nutrirla quanto bastava e offrirle uno spettacolo capace di assorbirne l’attenzione. Il meccanismo non è scomparso: si è evoluto, si è raffinato ed è entrato nelle nostre case attraverso miliardi di schermi.

Il circo contemporaneo non ha più bisogno dell’arena. È ovunque. Raggiunge simultaneamente continenti diversi, sincronizza l’emotività di milioni di persone e concentra l’attenzione collettiva sullo stesso evento. Per alcune ore il mondo sembrerà fermarsi. Si parlerà soltanto di gol, rigori, campioni, arbitri e festeggiamenti. Tutto ciò che si trova fuori dallo stadio verrà momentaneamente sospeso.

Le guerre continueranno. Il costo della vita resterà lo stesso. Le bollette non diminuiranno. Chi fatica ad arrivare alla fine del mese continuerà a farlo anche dopo il fischio finale. Eppure, per una sera, l’illusione sarà perfetta: due nazioni in campo, una coppa da sollevare, gli inni, le luci e la sensazione che nulla al mondo sia più importante.

Il problema non è ovviamente il calcio perché lo sport può ancora emozionare, unire e restituire un senso di appartenenza autentico. Il problema nasce quando quella passione viene catturata da una macchina commerciale, mediatica e politica che trasforma ogni sentimento in un prodotto e ogni spettatore in un consumatore.

La finale non sarà più soltanto la conclusione di un torneo. Sarà una piattaforma attraverso cui vendere marchi, personaggi, modelli culturali e visioni del mondo. Lo sport diventa il pretesto, mentre lo spettacolo occupa tutto il resto.

Domani qualcuno solleverà la Coppa e milioni di persone esulteranno. Poi le luci si spegneranno, il palco verrà smontato e ciascuno tornerà alla propria vita, ai propri problemi e alle proprie rinunce.

Il circo avrà compiuto ancora una volta la sua funzione: non cambiare la realtà, ma renderla sopportabile abbastanza a lungo da impedire che qualcuno trovi il tempo e la lucidità per metterla davvero in discussione.

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Ceuta: quando la migrazione diventa un’arma

Quando gli occhi cominciano a vedere, diventa difficile tornare alla versione più comoda degli eventi. Il problema è che una società può avere davanti immagini chiarissime e continuare a non comprenderle, perché gli occhi servono a poco quando la mente è stata educata a escludere in anticipo alcune domande.

A Ceuta, territorio spagnolo e frontiera esterna dell’Unione Europea, migliaia di persone hanno attraversato in poche ore il confine con il Marocco. Le barriere sono state aggirate, i controlli sopraffatti e la Spagna ha dovuto inviare rinforzi di polizia e reparti militari. Le autorità locali hanno parlato apertamente di una situazione fuori controllo. La spiegazione più immediata è quella che conosciamo: persone disperate che cercano una vita migliore. Ma questa formula, ripetuta automaticamente, basta davvero a spiegare ciò che è accaduto?

Il Marocco non è un Paese devastato dalla guerra. Non è una nazione priva di un governo, occupata militarmente o sprofondata in un conflitto civile. Esistono povertà, disoccupazione giovanile, disuguaglianze e forti tensioni sociali, ma questo rende ancora più importante distinguere tra fuga da una persecuzione e migrazione economica. E soprattutto obbliga a chiedersi come migliaia di persone abbiano potuto convergere quasi contemporaneamente sullo stesso punto di frontiera.

Le immagini mostrano una presenza consistente di giovani uomini. La domanda dovrebbe essere perché sono soprattutto uomini giovani e fisicamente capaci ad affrontare per primi il confine? Perché il movimento assume la forma di una pressione collettiva invece che di una normale richiesta individuale di protezione?

A rendere tutto più inquietante è il precedente del 2021. Anche allora migliaia di persone attraversarono improvvisamente il confine di Ceuta mentre era in corso una grave tensione diplomatica tra Madrid e Rabat. Il controllo marocchino si allentò e tornò efficace quando la pressione politica cambiò. Quell’episodio venne descritto anche dalle istituzioni europee come un uso della migrazione per esercitare pressione sulla Spagna.

Per questo oggi la parola “spontaneo” non può essere accettata senza altre domande.

Non è necessario immaginare che ogni persona in movimento conosca il disegno complessivo. Una massa può essere utilizzata senza esserne consapevole. Basta diffondere la convinzione che il confine sia aperto, ridurre temporaneamente i controlli, permettere alle reti di trafficanti di mobilitarsi e lasciare che la disperazione faccia il resto.

Le persone diventano così contemporaneamente vittime e strumenti. Vengono spinte verso una frontiera con la promessa dell’Europa e trasformate in pressione fisica contro un territorio conteso. A pagare sono loro, spesso con la vita, insieme agli abitanti di Ceuta, costretti a vivere il collasso improvviso della sicurezza e dei servizi locali. Anche le scene di violenza meritano attenzione. A Ceuta, le attività commerciali hanno chiuso e la popolazione ha vissuto ore di forte paura. Ridurre tutto a una semplice traversata umanitaria significa cancellare una parte essenziale dell’accaduto: un confine europeo è stato travolto in massa e una città è stata posta sotto una pressione che nessuna comunità potrebbe assorbire normalmente.

La domanda, allora, diventa inevitabile: stiamo osservando soltanto una crisi migratoria o la continuazione di una strategia che utilizza le persone per indebolire i confini, destabilizzare i territori e costringere l’Europa a reagire?

Ceuta e Melilla non sono luoghi qualsiasi. Sono territori spagnoli in Africa rivendicati dal Marocco e rappresentano due delle poche frontiere terrestri tra l’Unione Europea e il continente africano. Chi controlla quella frontiera possiede quindi una leva politica enorme. Può chiuderla, sorvegliarla o lasciarla cedere nel momento più opportuno.
Ed è forse questo ciò che molti non vogliono vedere. Una frontiera non viene necessariamente attaccata con carri armati o soldati. Nel mondo contemporaneo si possono usare flussi umani, pressioni economiche, crisi diplomatiche e immagini capaci di paralizzare qualsiasi risposta attraverso il ricatto morale.

Ogni tentativo di difendere il confine viene presentato come disumanità. Ogni cedimento viene raccontato come un'accoglienza. Nel frattempo, la sovranità si dissolve senza che nessuno abbia mai dichiarato guerra. Quando gli occhi sono aperti, diventa impossibile ignorare la struttura. Ma per molti gli occhi restano inutili, perché la mente è stata addestrata a considerare illegittima qualsiasi domanda che esca dalla narrazione consentita.

È proprio per questo che bisogna continuare a osservare, dubitare e chiedere spiegazioni. Non per rinunciare all’umanità, ma per impedire che l’umanità venga usata ancora una volta come copertura di una strategia politica. Perché una società che non riesce più a distinguere tra soccorso e manipolazione finirà per perdere entrambi: la capacità di aiutare chi ne ha davvero bisogno e quella di difendere sé stessa.

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Il Rogo Senza Fiamme

Per secoli, il potere ha cercato di controllare i libri.

Li ha proibiti, censurati, sequestrati e bruciati nelle piazze. Perché chi controlla ciò che una società può leggere esercita un’influenza profonda anche su ciò che quella società può ricordare. Oggi, però, il processo potrebbe assumere una forma diversa, più silenziosa, più efficiente e apparentemente più moderna.

Alcune aziende impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno acquistando enormi quantità di libri cartacei per trasformarli in dati. I volumi vengono privati della rilegatura, le pagine vengono separate, sottoposte a scansione industriale e infine eliminate o riciclate. Dai documenti giudiziari è emerso che Anthropic ha utilizzato questo procedimento su milioni di libri acquistati legalmente per addestrare i propri modelli.

La ragione potrebbe essere semplice. I libri rappresentano una fonte di linguaggio strutturato, selezionato da editori e prodotto da esseri umani. I testi pubblicati prima della diffusione di massa dell’intelligenza artificiale generativa sono particolarmente preziosi, perché hanno minori probabilità di contenere materiale prodotto da altre macchine.

L’intelligenza artificiale ha bisogno della cultura umana per imparare a parlare come noi. La divora, la converte in numeri e conserva ciò che le serve all’interno di archivi digitali che nessun cittadino comune può ispezionare.

A prima vista potrebbe sembrare una semplice operazione tecnica: le parole sopravvivono e diventano accessibili a strumenti capaci di elaborarle in pochi istanti. Eppure esiste una differenza fondamentale tra conservare un libro e assorbirlo dentro un sistema proprietario.

Un libro fisico può essere confrontato, prestato, rivenduto, consultato senza autorizzazione e conservato per generazioni. La sua esistenza non dipende da un abbonamento, da un server, da un aggiornamento o dalla politica di un’azienda. Una copia digitale controllata da un soggetto privato, invece, può essere modificata, filtrata, resa invisibile o interpretata attraverso criteri che il pubblico non conosce.

Quando la copia materiale scompare, scompare anche un testimone indipendente.

Questa distinzione diventa ancora più importante in un’epoca nella quale sempre meno persone cercano direttamente le fonti. Si legge un riassunto, si consulta un motore di ricerca oppure si pone una domanda a un’intelligenza artificiale, accettando spesso la risposta senza verificare da quale testo provenga.

Il passaggio è sottile. In precedenza, per conoscere il contenuto di un libro, era necessario leggerlo. Oggi è sufficiente chiedere a una macchina che cosa quel libro affermi.

Ma chi verifica che la macchina lo rappresenti correttamente?

Chi può sapere quali passaggi siano stati valorizzati, quali siano stati ignorati e quali collegamenti siano stati introdotti durante la risposta?

Un modello linguistico non apre un volume né lo cita necessariamente parola per parola. Ricostruisce una risposta sulla base degli schemi appresi. Il risultato può essere utile, accurato e convincente, pur rimanendo una mediazione. Se quella mediazione diventa la principale porta di accesso alla conoscenza, chi controlla il sistema ottiene un potere che nessuna biblioteca tradizionale ha mai posseduto: il potere di decidere non soltanto quali informazioni rendere disponibili, bensì il modo in cui devono essere ricordate.

È qui che emerge la domanda più preoccupante: che cosa accadrebbe se, nel corso del tempo, alcune opere sopravvivessero principalmente come dati all’interno di sistemi privati?

La storia non dovrebbe essere necessariamente riscritta attraverso una falsificazione evidente. Sarebbe sufficiente modificarne gradualmente il contesto, omettere un dettaglio, privilegiare un’interpretazione, presentare un evento con un linguaggio diverso, ridurre un testo complesso a una risposta breve, compatibile con i criteri culturali e politici del presente.

Una frase rimossa raramente viene notata da chi non ha mai letto l’originale.
Così, un concetto reinterpretato diventa facilmente la nuova versione dei fatti quando nessuno possiede più il documento con cui confrontarlo.

Una società che smette di conservare le proprie fonti materiali e delega la memoria a sistemi opachi crea le condizioni affinché il passato possa essere filtrato senza lasciare tracce evidenti. Non serve distruggere tutti i libri. Basta rendere superfluo consultarli.

Quando nessuno legge più l’originale, la sintesi prende il suo posto e quando nessuno controlla la sintesi, l’interpretazione diventa realtà. E se quest'ultima viene fornita da una macchina, la domanda decisiva non è soltanto che cosa sappiamo, ma chi ha insegnato alla macchina a dire ciò che dobbiamo sapere.

Forse il rogo dei libri del futuro non avrà fiamme, fumo o piazze affollate. Probabilmente, avrà scanner industriali, server refrigerati e contratti riservati.

I libri non verranno proibiti, verranno assorbiti.

E quando l’ultima copia sarà scomparsa, ciò che resterà potrebbe essere soltanto la versione che l’algoritmo avrà imparato a raccontare.

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1870: Quando il Caldo Non Aveva Ancora Una Cornice

Nel settembre del 1870 George Sand, pseudonimo di Amantine Lucile Aurore Dupin (1804–1876), una delle più importanti scrittrici francesi dell’Ottocento, descriveva un’estate che, a suo dire, sembrava quasi impossibile per un clima temperato.

Raccontava di giornate in cui il termometro, persino all’ombra, raggiungeva i 45 gradi. L’erba era scomparsa, gli alberi ingialliti perdevano le foglie, la terra si spaccava per la siccità e cresceva la paura che l’acqua potesse finire da un giorno all’altro. Leggere oggi queste parole provoca una certa sensazione di straniamento. Sicuramente non può dimostrare che il clima non sia cambiato. Un singolo episodio non potrebbe avere questa pretesa. L’aspetto interessante è un altro: è cambiato il modo in cui eventi simili vengono raccontati.

Per George Sand quell’estate rappresentava qualcosa di eccezionale, quasi incomprensibile. Era un’esperienza osservata direttamente e descritta attraverso ciò che accadeva intorno a lei. Oggi, invece, un’ondata di caldo viene quasi immediatamente inserita all’interno di una narrazione più ampia: mappe colorate di rosso, record, allarmi, scenari futuri, grafici e titoli costruiti sull’emergenza.

Così l’evento non viene soltanto raccontato, ma viene interpretato prima ancora che il pubblico abbia il tempo di osservarlo e formarsi un’opinione. Ed è proprio qui che diventa importante distinguere due elementi che tendiamo spesso a confondere: il fenomeno e la narrazione del fenomeno.

Il caldo può essere reale. La siccità può essere reale. I cambiamenti climatici possono essere analizzati attraverso serie storiche, temperature medie, frequenza e intensità degli eventi estremi. Tutto questo, però, non rende automaticamente neutrale il modo in cui l’informazione viene presentata.

Ogni epoca costruisce il proprio linguaggio della paura e attribuisce agli eventi un significato coerente con la visione dominante del proprio tempo. Nel 1870 George Sand osservava la terra spaccarsi e descriveva ciò che vedeva. Oggi, spesso, prima ancora di guardare fuori dalla finestra, abbiamo già ricevuto una chiave di lettura attraverso cui interpretare ciò che vedremo.

E probabilmente il punto non è se faceva caldo allora, in quanto la risposta è evidentemente sì.

La domanda è un’altra: quanto della nostra percezione del presente nasce dall’esperienza diretta e quanto, invece, dalla cornice narrativa attraverso cui qualcuno ci ha insegnato a interpretarlo?

A volte la propaganda più efficace non consiste nel raccontare qualcosa di falso. Essa semplicemente decide in anticipo quale significato dobbiamo attribuire a qualcosa di vero.

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