Codex Of Secrets - Oltre la Verità
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Chi orienta le nostre scelte? Su @CodexOfSecrets seguiamo le tracce del potere tra propaganda, storia e sorveglianza.

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E Se Non Fosse Una Coincidenza?

Abbiamo ormai la sensazione che molte delle versioni ufficiali che ci vengono offerte siano, più che spiegazioni, forme di adattamento della realtà. Non necessariamente false, ma costruite per essere accettabili.

Il 25 aprile 2026, durante la White House Correspondents’ Dinner, vengono sparati dei colpi. Trump viene evacuato, un uomo armato, identificato come Cole Allen, insegnante di college, viene arrestato e la versione ufficiale parla di un attacco isolato, il classico “lupo solitario”. Fin qui, la storia è chiara. Eppure, osservato a posteriori, l’evento lascia emergere più di una perplessità. Non prove, ma dettagli che, riletti dopo, non si incastrano perfettamente. Ed è sempre dopo che iniziano a emergere i dettagli.

Qualcuno, indagando, nota un account su X, ricco di elementi particolari, creato nel 2023, a nome di Henry Martinez, con un solo post pubblicato. Dentro quel post compare un nome: Cole Allen. È qui che qualcosa inizia a stonare. Inoltre, l’immagine utilizzata per l’header del profilo sembrerebbe provenire da un sito chiamato Time Machine. Anche il nome Henry Martinez non è completamente anonimo. Per quanto sia un nome molto diffuso in America, esisterebbe un ingegnere legato al programma Orion di Lockheed Martin, partner principale della recente missione Artemis. Ovviamente al momento non esiste alcun collegamento dimostrato tra quella persona e l’account, ma la coincidenza resta. E quando le coincidenze iniziano a sommarsi, cambiano peso.

Un’altra peculiarità è la sequenza numerica che appare vicina al nome dell’account: 79561893. A prima vista sembrerebbe un numero casuale, ma sommando le cifre si ottiene 48. E per alcuni, questo numero starebbe a significare il numero del prossimo presidente degli Stati Uniti nel caso l'attentato avesse avuto successo. Un altro elemento riguarda l’immagine del profilo: una rana con un bicchiere di champagne, che qualcuno ha associato simbolicamente a una scena di gala, come quella in cui si è verificato l’attacco. Ovviamente, anche qui, nessuna prova. Solo una lettura.
Ed è proprio questo il punto. Per quanto non esistano prove certe, tutto sembrerebbe prendere una forma definita e sembrerebbe quasi di smettere di apparire completamente casuale. Assomiglierebbe di più ad una struttura, una sequenza. Quasi ad una sceneggiatura. Ed e' proprio questo che ci porta a chiedere se una serie di coincidenze così coerenti possa essere solo il frutto di una fervida immaginazione e, probabilmente, non riusciremo ad avere una risposta al quesito.

Ma esiste un momento preciso in cui cambiano le prospettive da cui guardiamo il mondo, e le coincidenze smettono di essere spiegazioni sufficienti.

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Ad Un Certo Punto Non Puoi Più Ignorarlo

Per molto tempo è stato possibile liquidare certi discorsi come esagerazioni, come letture forzate di fenomeni complessi. Oggi è più difficile farlo, perché alcuni cambiamenti sono ormai visibili e tangibili, e si riflettono direttamente nella vita quotidiana.

La guerra in Iran del 2026 ha mostrato con chiarezza quanto il sistema energetico globale sia fragile e interconnesso. Il rallentamento del traffico nello Stretto di Hormuz ha inciso sui prezzi del petrolio e del gas, con effetti immediati anche in Europa. In paesi come l’Italia, già fortemente dipendenti dalle importazioni, questo si traduce rapidamente in un aumento dei costi per imprese e famiglie, con ripercussioni sull’intero sistema produttivo.

Presi singolarmente, questi effetti possono essere letti come conseguenze naturali di una crisi geopolitica. Tuttavia, osservati nel tempo, iniziano a rivelare una dinamica ricorrente. Ogni crisi non si limita a produrre effetti immediati, ma introduce strumenti, regole e modalità operative che tendono a rimanere anche dopo la fase emergenziale.

È già successo durante la pandemia. In pochi mesi sono stati adottati sistemi di gestione dei movimenti, di accesso ai servizi e di digitalizzazione che, in condizioni normali, avrebbero richiesto anni di dibattito. Una volta introdotti, molti di questi strumenti non sono scomparsi, ma si sono trasformati in nuove basi operative.

Oggi, in un contesto diverso, si osserva una dinamica simile. Le tensioni energetiche e le politiche climatiche stanno ridefinendo il modo in cui si produce e si consuma energia, introducendo vincoli e sistemi di monitoraggio sempre più strutturati. Nel frattempo, altri ambiti evolvono nella stessa direzione: l’agricoltura europea è sottoposta a pressioni che riducono il numero di operatori indipendenti, mentre cresce la concentrazione lungo la filiera; sul piano finanziario, le banche centrali stanno sviluppando valute digitali; in parallelo, si diffondono sistemi di identità digitale che accentrano l’accesso a servizi pubblici e privati.

Presi uno per uno, questi cambiamenti possono apparire razionali, se non necessari. Tuttavia, considerati insieme, mostrano una coerenza: una progressiva riduzione degli spazi di autonomia individuale e una crescente dipendenza da infrastrutture centralizzate.

Non è necessario ipotizzare una regia unica per riconoscere questa traiettoria. È sufficiente osservare come, di fronte a crisi diverse, le risposte tendano a convergere verso soluzioni simili. In questo senso, le crisi funzionano come acceleratori: rendono possibile in tempi brevi ciò che, in condizioni normali, sarebbe stato più lento o più discusso.

A questo punto, la domanda cambia natura. Non si tratta più di stabilire se ogni singolo intervento sia giustificato, ma di comprendere quale direzione stia emergendo dall’insieme di queste trasformazioni.

Ed è proprio qui che diventa difficile ignorare il quadro complessivo. Non perché offra una risposta definitiva, ma perché renda evidente una tendenza. E quando una tendenza si manifesta con questa continuità, il problema non è più interpretarla, ma decidere come muoversi al suo interno.

Perché a un certo punto non si tratta più di capire se ogni passaggio sia giustificato, ma di riconoscere che, crisi dopo crisi, lo spazio di scelta tende a ridursi: non in modo improvviso, né in modo dichiarato, ma in modo progressivo e sistematico.

E quando questo diventa visibile, ignorarlo non è più una posizione. Diventa una rinuncia.

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Quando La Paura Diventa Obbedienza: La Pandemia, La Propaganda e L’Ingegneria Invisibile Dei Rapporti Umani

A un certo punto, la paura ha smesso di essere una reazione naturale. È diventata un linguaggio.

Prima era un’emozione privata, qualcosa che ciascuno portava dentro di sé in silenzio. Poi è entrata nelle case, nei telefoni, nei telegiornali, nei messaggi vocali, nelle conversazioni tra parenti. Ha preso forma nelle parole quotidiane, nei giudizi rapidi, negli sguardi sospettosi, nelle distanze diventate morali prima ancora che fisiche.

La pandemia è stata molte cose. È stata un evento sanitario, una crisi politica, una sospensione della normalità. Ma è stata anche qualcos’altro, qualcosa di più sottile e forse più duraturo.

È stata una prova collettiva di manipolazione emotiva.

Il punto più inquietante non riguarda soltanto ciò che è accaduto ai corpi. Riguarda ciò che è accaduto ai legami.

Amicizie di anni si sono spezzate in pochi giorni. Famiglie intere si sono divise su parole nuove, improvvisamente cariche di valore morale. Persone che fino al mese prima condividevano tavole, pranzi, compleanni e lutti hanno iniziato a guardarsi come potenziali nemici. Il vicino non era più soltanto il vicino. Il collega non era più soltanto il collega. Il parente non era più soltanto il parente. Era diventato un rischio.

E quando una società accetta che l’altro venga percepito prima come rischio e poi come colpa, qualcosa di profondo si rompe.

La propaganda funziona così. Non ha bisogno di convincere tutti con argomenti complessi. Le basta creare una frattura. Una linea semplice, facile da capire, emotivamente immediata. Da una parte i responsabili, dall’altra gli irresponsabili. Da una parte i razionali, dall’altra i pericolosi. Da una parte i buoni cittadini, dall’altra i sospetti.

La teoria classica della propaganda aiuta a capire questo passaggio. Jowett e O’Donnell definiscono la propaganda come un tentativo deliberato e sistematico di modellare percezioni, manipolare cognizioni e orientare comportamenti verso una risposta desiderata. In questa prospettiva, la propaganda non serve soltanto a diffondere informazioni false. Serve a costruire un ambiente mentale dentro cui alcune reazioni diventano automatiche, accettabili, persino moralmente necessarie. Ed una volta tracciata quella linea, il lavoro più difficile è già stato fatto. Il resto lo fanno le persone da sole.

Si controllano, si giudicano, si denunciano, si isolano. La coercizione esterna diventa secondaria, perché la pressione sociale comincia a funzionare dall’interno. La paura produce obbedienza. L’obbedienza produce identità. L’identità produce ostilità verso chi resta fuori. È qui che la propaganda diventa ingegneria sociale.

Non quando impone semplicemente un’idea, ma quando riesce a modificare il modo in cui le persone si percepiscono tra loro. Quando trasforma un dissenso in una colpa morale. Quando trasforma una domanda in una minaccia. Quando trasforma la prudenza in conformismo e il conformismo in virtù pubblica.

Edward Bernays aveva già espresso questo nucleo con una formula brutale e lucidissima: “engineering of consent”, ingegneria del consenso. Nel 1947 descriveva il consenso pubblico come qualcosa che poteva essere organizzato attraverso metodi tecnici, comunicativi e psicologici. È una formula che oggi suona ancora più inquietante, perché non riguarda soltanto la pubblicità o le pubbliche relazioni. Riguarda la possibilità di trattare la società come un materiale da modellare.

Durante quegli anni, la società non si è limitata a discutere. Si è spaccata.

E la frattura più grave non è stata tra opinioni diverse. Le opinioni diverse sono normali, perfino necessarie. La frattura più grave è stata tra persone che hanno smesso di riconoscersi come esseri umani prima ancora che come posizioni. Questo è il passaggio decisivo.

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Quando una persona diventa una categoria, può essere esclusa più facilmente. Quando diventa un’etichetta, può essere disprezzata senza rimorso. Quando diventa un pericolo astratto, può essere sacrificata sull’altare della sicurezza collettiva. La storia conosce bene questo meccanismo. Cambiano le parole, cambiano i simboli, cambiano le emergenze. La struttura resta simile. Si individua una crisi. Si costruisce una divisione. Si assegna a una parte della società il ruolo della minaccia. Si offre all’altra parte una superiorità morale. Poi si lascia che il conflitto si autoalimenti.

A quel punto il potere non ha più bisogno di gridare. Parlano gli altri al posto suo. Parla il cittadino che si sente giusto. Parla il familiare che rimprovera. Parla l’amico che si allontana. Parla il collega che tace per paura di essere associato alla parte sbagliata. Parlano i social, dove ogni posizione viene semplificata, esposta, punita o premiata.

Elisabeth Noelle-Neumann ha descritto questo meccanismo nella teoria della “spirale del silenzio”: quando gli individui percepiscono che la propria opinione è minoritaria o socialmente rischiosa, tendono a tacere per evitare isolamento. Il risultato è che l’opinione dominante appare ancora più dominante, mentre il dissenso diventa sempre meno visibile. Non è necessario cancellarlo del tutto. Basta renderlo socialmente costoso e, la cosa più tragica, è che molti non si accorgono di essere strumenti.

Credono di difendere il bene. Credono di proteggere qualcuno. Credono di stare dalla parte della ragione. A volte lo fanno anche in buona fede. Ed è proprio questa la parte più inquietante. La propaganda più efficace non crea soltanto carnefici consapevoli. Crea persone convinte di essere moralmente obbligate a colpire.

La vittima perfetta della propaganda è chi pensa di esserne immune. Jacques Ellul aveva colto questo punto con grande anticipo: la propaganda moderna non è solo un messaggio politico calato dall’alto, ma un fenomeno sociologico radicato nella società tecnologica. Non vive soltanto nei discorsi ufficiali. Vive nelle abitudini, nei riflessi, nel bisogno di adattarsi, nella ricerca di appartenenza, nella paura di restare fuori dal linguaggio ammesso.

Il Covid ha mostrato quanto sia fragile la nostra autonomia interiore. Ha mostrato quanto rapidamente una società moderna, istruita, connessa, apparentemente libera, possa essere attraversata da pulsioni arcaiche: appartenenza, paura dell’esclusione, bisogno di obbedire al gruppo, desiderio di sentirsi migliori di qualcun altro.

La tecnologia ha amplificato tutto. Ogni notizia arrivava subito. Ogni immagine era ripetuta. Ogni parola veniva caricata di urgenza. Non c’era spazio per il silenzio, per la riflessione, per la distanza interiore. Il tempo della coscienza veniva continuamente interrotto dal tempo della notifica.

E quando l’essere umano non ha più tempo per pensare, reagisce. Reagisce con la pancia. Con l’istinto. Con la paura. Con l’appartenenza. Reagisce cercando un gruppo, una bandiera, una formula semplice. Cerca qualcuno da seguire e qualcuno da accusare.

La propaganda vive esattamente lì. Nel momento in cui l’uomo smette di interrogarsi e comincia a identificarsi. Ma la divisione, in questo senso, non è stata soltanto un effetto collaterale. È stata il metodo.

Lo scopo profondo dell’élite non è semplicemente separare una società in due blocchi opposti. Quella è solo la prima fase. La divisione serve a individuare chi resiste, chi dubita, chi obbedisce, chi si adatta, chi è disposto a rinunciare al proprio giudizio pur di restare dentro il perimetro dell’accettabilità.

Ogni crisi diventa così un filtro. Prima si crea una frattura. Poi si osserva chi attraversa la linea nella direzione richiesta. Una parte della società viene spinta a identificarsi con il sistema, a difenderlo, a parlare il suo linguaggio, a interiorizzare i suoi criteri morali. Chi non si allinea viene isolato, ridicolizzato, reso sospetto. Chi invece si conforma viene premiato con appartenenza, rispettabilità e protezione simbolica.

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Ma il processo non si ferma lì. Una volta separata la società, il gruppo conforme viene sottoposto a una nuova selezione. Al suo interno si tracciano nuove linee, più sottili, più esigenti. Ogni passaggio richiede un livello maggiore di adesione. Ogni emergenza restringe ulteriormente il campo. Ogni prova elimina un’altra fascia di persone considerate troppo lente, troppo ambigue, troppo indipendenti, troppo legate a forme residue di coscienza personale.

È una depurazione progressiva, dove alla fine non resta semplicemente un gruppo obbediente, ma resta un gruppo che ha imparato a desiderare la propria obbedienza. Un gruppo che non percepisce più il comando come imposizione, ma come identità. Un gruppo che difende il sistema perché ormai difendere il sistema significa difendere sé stesso, la propria immagine morale, il proprio posto nella nuova gerarchia.

Gli studi di Stanley Milgram sull’obbedienza restano disturbanti proprio per questo: mostrano quanto persone ordinarie possano compiere azioni contrarie al proprio giudizio morale quando l’autorità viene percepita come legittima. La questione non è soltanto la violenza del comando. È la disponibilità dell’individuo a delegare la propria coscienza a una struttura superiore.

Questo è il punto più inquietante. Il potere non ha bisogno di controllare tutti allo stesso modo. Gli basta produrre una minoranza sufficientemente allineata, sufficientemente visibile, sufficientemente aggressiva da sorvegliare il resto della società. Una minoranza che non si vive come strumento del potere, ma come avanguardia del bene. Una minoranza convinta di essere più lucida, più civile, più responsabile, più evoluta. E proprio per questo più utilizzabile.

La divisione serve quindi a creare un gruppo sempre più depurato, sempre più conforme, sempre più obbediente al sistema. Non una massa uniforme, ma una struttura piramidale di adesione. Alla base restano i confusi, gli impauriti, gli opportunisti. Più in alto salgono coloro che hanno interiorizzato il comando. Ancora più in alto si collocano quelli che anticipano il comando, che non aspettano più istruzioni, perché hanno già imparato quale linguaggio usare, quali nemici indicare, quali dubbi reprimere.

Il risultato finale è una società dove la coercizione diventa quasi invisibile.Il sistema non deve più imporre tutto dall’alto. Produce soggetti che lo fanno vivere dal basso. Persone che correggono, giudicano, escludono e disciplinano altre persone in nome di valori che credono propri, ma che sono stati lentamente installati dentro di loro.

Herman e Chomsky hanno parlato di “manufacturing consent”, produzione del consenso, mostrando come i sistemi mediatici possano filtrare l’informazione, marginalizzare il dissenso e rendere più visibili i messaggi compatibili con gli interessi dominanti. Questo non significa che ogni individuo sia manipolato nello stesso modo. Significa che il campo del dicibile può essere organizzato prima ancora che il singolo entri nella discussione.

Così la propaganda raggiunge il suo livello più alto.

Non quando costringe qualcuno a ripetere una frase.

Ma quando lo porta a credere che quella frase sia nata da lui.

Per questo la vera domanda, oggi, non è soltanto cosa sia accaduto durante la pandemia. La domanda più scomoda è cosa sia rimasto dentro di noi dopo.

Siamo tornati davvero liberi?

Oppure abbiamo soltanto cambiato emergenza?

Perché il punto non è il Covid in sé. Il punto è il metodo. Una società può essere divisa su un virus, su una guerra, su una crisi energetica, su una questione identitaria, su una paura economica, su un nemico interno o esterno. Il contenuto cambia. Il meccanismo resta.

Creare urgenza.

Ridurre il pensiero.

Separare i gruppi.

Moralizzare il conflitto.

Isolare chi dubita.

Premiare chi si allinea.

Ripetere.

Questa è la grammatica invisibile dell’ingegneria sociale.

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E forse il vero lascito della pandemia è proprio questo: ci ha mostrato quanto poco basti per trasformare una società in una somma di fazioni impaurite. Non servono sempre catene. A volte basta una narrazione. Non serve sempre la violenza. A volte basta il bisogno di approvazione. Non serve sempre censurare una persona. Basta renderla impresentabile.

E quando una persona diventa impresentabile, nessuno deve più ascoltarla. Nessuno deve più capirla. Nessuno deve più domandarsi se dentro le sue parole ci sia qualcosa di vero, di sbagliato, di umano o semplicemente di disperato.

È così che si spegne una società. Non tutta insieme. Un rapporto alla volta. Un dubbio alla volta. Una parola alla volta.

La vera resistenza, allora, non comincia urlando contro il sistema. Comincia molto prima. Comincia quando rifiutiamo di odiare qualcuno perché ci è stato indicato come nemico. Comincia quando ci fermiamo prima di ripetere una frase che non abbiamo pensato davvero. Comincia quando proteggiamo la possibilità del dubbio, anche quando il dubbio ci mette a disagio.

Perché una società che non tollera il dubbio è già pronta per l’obbedienza. E una società che trasforma l’obbedienza in virtù ha già consegnato la propria libertà senza accorgersene.

@CodexOfSecrets

Bernays, E.L. (1947) ‘The Engineering of Consent’, The ANNALS of the American Academy of Political and Social Science, 250(1), pp. 113–120.
Ellul, J. (1965) Propaganda: The Formation of Men’s Attitudes. New York: Vintage Books.
Herman, E.S. and Chomsky, N. (1988) Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media. New York: Pantheon Books.
Jowett, G.S. and O’Donnell, V. (2012) Propaganda and Persuasion. 5th edn. Thousand Oaks: Sage.
Milgram, S. (1963) ‘Behavioral Study of Obedience’, Journal of Abnormal and Social Psychology, 67(4), pp. 371–378.
Noelle-Neumann, E. (1974) ‘The Spiral of Silence: A Theory of Public Opinion’, Journal of Communication, 24(2), pp. 43–51.
La Prossima Pandemia Arriva Sempre “All’Improvviso”

Ogni emergenza sembra presentarsi come un evento inatteso. Arriva nel dibattito pubblico con il volto dell’imprevedibile, con il linguaggio della prevenzione e con l’apparente neutralità degli esperti. Poi, lentamente, cambia forma. Ciò che all’inizio viene raccontato come semplice attenzione sanitaria diventa sicurezza collettiva, poi responsabilità sociale, infine necessità politica.

Il meccanismo lo abbiamo già visto. Durante il Covid, milioni di persone hanno assistito alla trasformazione rapidissima del linguaggio pubblico. Parole come “protezione”, “solidarietà”, “sicurezza” e “misure temporanee” sono diventate parte della vita quotidiana. Il dissenso è stato spesso trattato come irresponsabilità. Il dubbio è stato associato al pericolo. La paura ha funzionato come collante sociale, ma anche come strumento di pressione.

Negli ultimi giorni ha iniziato a circolare il nome Hantavirus come possibile minaccia futura. Eppure, quasi nessuno spiega perché questo virus fosse già stato discusso nel 2021 da VaccinesWork, piattaforma collegata a Gavi, l’Alleanza Globale per i Vaccini, in un articolo dal titolo piuttosto eloquente: “The Next Pandemic: Hantavirus?”. In quel testo si affrontava apertamente il tema del suo potenziale pandemico. A rendere il quadro ancora più interessante è il fatto che il termine Hantavirus comparisse anche in alcuni documenti di farmacovigilanza, dove veniva indicato tra gli eventi avversi nel contesto dei vaccini anti-Covid.

A questo punto, la vera discussione non è più se arriverà una nuova pandemia. A quella domanda, l’Agenda sembra avere già risposto. La questione decisiva è un’altra: abbiamo imparato qualcosa dalla precedente emergenza? Sapremo riconoscere la propaganda quando tornerà a parlare il linguaggio della protezione? Riusciremo a difendere il diritto al dubbio prima che la paura venga usata, ancora una volta, come ricatto emotivo?

Perché, alla fine, la questione non riguarda soltanto il prossimo virus. Riguarda noi. La nostra memoria collettiva. La nostra capacità critica. La nostra disponibilità a cedere libertà in cambio di rassicurazioni temporanee.

La prossima pandemia, forse, non arriverà davvero all’improvviso. Potrebbe essere annunciata lentamente, attraverso parole già sentite: protezione, sicurezza, responsabilità, necessità. E il primo segnale potrebbe non essere un bollettino sanitario, ma il ritorno di un linguaggio che conosciamo fin troppo bene.

E noi, questa volta, avremo imparato la lezione?

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Forwarded from Economia Senza Panico - Prima di aver paura guardiamo i dati.
Hormuz, petrolio e speculazione: quando il panico diventa prezzo

Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più sensibili dell’energia mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 da lì sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi mondiali di petrolio liquido.
È un dato importante, ma va letto bene. L’International Energy Agency ricorda che una larga parte dei flussi da Hormuz è diretta verso l’Asia. Questo significa che l’Europa non riceve direttamente la maggior parte di quei barili.
Ma non significa che sia immune.
Il punto è che il prezzo dell’energia non dipende solo dalla disponibilità fisica. Dipende anche da aspettative, rischio geopolitico, futures, costi assicurativi, rotte alternative, volatilità del gas e comportamenti speculativi.
In parole semplici: anche quando l’energia non manca, può diventare più cara perché il rischio viene trasformato in prezzo.
Qui nasce il problema. Tra scarsità reale e prezzo finale esiste uno spazio enorme. In quello spazio si muovono mercati finanziari, trader, intermediari, fondi e operatori che possono trasformare il panico collettivo in profitto privato.
Lo abbiamo visto anche nella crisi del gas del 2022-2023. Le forniture russe erano diminuite, la corsa europea al GNL era reale, ma il prezzo pagato da famiglie e imprese è stato amplificato anche da volatilità, competizione globale, meccanismi di mercato e aspettative.
Lo stesso accade nel mercato elettrico europeo. Il sistema marginale, o pay-as-clear, fa sì che il prezzo dell’elettricità sia determinato dall’ultima tecnologia necessaria a soddisfare la domanda. Quando il gas diventa marginale, può trascinare verso l’alto anche il prezzo dell’elettricità prodotta da fonti meno costose.
Per questo una crisi energetica non coincide sempre con una mancanza materiale di energia. Spesso coincide con un meccanismo di prezzo che trasforma uno shock localizzato in un costo generalizzato.
Ed è qui che dovrebbe intervenire lo Stato.
Tutelare i cittadini dalla speculazione non significa negare il mercato. Significa impedire che ogni crisi diventi un moltiplicatore di rendite. Servono trasparenza sui prezzi, vigilanza contro abusi e manipolazioni, tassazione temporanea degli extra-profitti, riduzione mirata di accise e IVA nei momenti critici, sostegni alle famiglie vulnerabili e una politica energetica meno dipendente da rotte fragili.

La domanda seria, quindi, non è solo “la crisi è vera o inventata?”
La domanda è quanto del costo pagato dai cittadini dipende dalla scarsità reale, e quanto dal modo in cui mercati, regole di prezzo, fiscalità e speculazione trasformano ogni shock in aumento del costo della vita?
Perché tra scarsità e prezzo esiste una differenza.
E dentro quella differenza si muove il vero meccanismo: il rischio diventa narrazione, la narrazione diventa panico, il panico diventa prezzo, e il prezzo diventa profitto.


Fonti
U.S. Energy Information Administration — Amid regional conflict, the Strait of Hormuz remains critical oil chokepoint
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=65504
International Energy Agency — The Middle East and Global Energy Markets
https://www.iea.org/topics/the-middle-east-and-global-energy-markets
European Commission — Electricity market design
https://energy.ec.europa.eu/topics/markets-and-consumers/electricity-market-design_en
International Energy Agency — Gas Market Lessons from the 2022-2023 Energy Crisis
https://www.iea.org/reports/gas-market-lessons-from-the-2022-2023-energy-crisis
Camera dei Deputati — Dossier D.L. 33/2026
https://documenti.camera.it/leg19/dossier/pdf/NC0171.pdf
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La Libertà Selettiva

La propaganda funziona davvero quando riesce a decidere non solo cosa dobbiamo pensare, ma anche quando possiamo indignarci.
Oggi Gaza è al centro del dibattito pubblico. Le immagini circolano ovunque, i giornali ne parlano, le televisioni ne parlano, i social amplificano. La gente scende in piazza, sciopera, si unisce, condanna il silenzio dei governi e rivendica il diritto di opporsi a ciò che percepisce come un’ingiustizia storica.
Ed è giusto reagire davanti alla sofferenza.
Il punto è un altro.
L’indignazione può essere concessa quando non interferisce davvero con le manovre profonde del potere. Può essere tollerata, persino amplificata, quando resta dentro un perimetro gestibile: una causa lontana, una protesta simbolica, una pressione morale che non mette direttamente in discussione i dispositivi interni di controllo.

Perché la stessa unità non si è vista quando la libertà riguardava direttamente il corpo, il lavoro, la vita sociale e la dignità di milioni di cittadini italiani?
Durante il Covid, una parte della popolazione venne separata dall’altra. Chi accettava la vaccinazione veniva presentato come responsabile. Chi rifiutava veniva descritto come pericolo pubblico, egoista, ostacolo alla normalità. L’accesso al lavoro, ai trasporti, agli spazi sociali e alla piena cittadinanza morale fu condizionato da una scelta sanitaria.
Ma allora la piazza non fu unita.

Perché?

Perché in quel caso la propaganda aveva un’arma molto più efficace dell’indignazione: la paura.
Paura del contagio. Paura dell’esclusione. Paura di perdere il lavoro. Paura di essere isolati. Paura di essere indicati come colpevoli.
La paura non spinge le persone a unirsi. Le spinge a proteggersi, a prendere distanza, a cercare un capro espiatorio. Durante il Covid, ogni scintilla di ribellione veniva soffocata prima ancora di accendersi, perché chi provava a sollevare dubbi non veniva trattato come cittadino critico, ma come minaccia.
Gaza, invece, è una tragedia lontana. Colpisce la coscienza, ma non minaccia direttamente il posto di lavoro, il lasciapassare, l’accesso ai servizi, la vita quotidiana. Per questo può diventare una causa collettiva senza produrre lo stesso livello di paura personale.
Ed è qui che emerge il meccanismo.
Quando l’ingiustizia è lontana, il sistema può permettere l’indignazione. Quando la libertà è minacciata dentro casa, il sistema attiva la paura.
Così il cittadino crede di ribellarsi al potere, mentre spesso si muove dentro il perimetro emotivo che il potere gli concede.
Alcune cause vengono rese nobili. Altre vengono isolate.
Alcune sofferenze diventano bandiere. Altre vengono trasformate in colpa.
La vera domanda, allora, non è perché oggi molti scendano in piazza.
La domanda è perché ieri molti siano rimasti in silenzio.
Perché una libertà difesa solo quando non costa nulla non è ancora libertà.
È consenso vestito da coraggio.

@CodexOfSecrets
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Il Telefono Che Ascolterà Tutto

Per anni ci hanno detto che la tecnologia avrebbe aumentato la nostra libertà. Più connessione, più semplicità, più accesso. Ed in effetti è andata così. Ma ogni passaggio tecnologico ha sempre avuto un prezzo nascosto: più la tecnologia si integra nella vita quotidiana, più aumenta la quantità di informazioni che consegniamo spontaneamente ai sistemi che la gestiscono.

L’ultimo passo sembra essere già stato deciso.
Secondo un report pubblicato da The Next Web, OpenAI starebbe sviluppando uno smartphone completamente costruito attorno agli agenti AI, un dispositivo in cui le applicazioni tradizionali diventerebbero obsolete. Non si tratterebbe più di aprire manualmente app, scrivere messaggi o navigare tra schermate, ma di delegare tutto a un’intelligenza artificiale permanente capace di prenotare, acquistare, scrivere, organizzare, cercare informazioni e prendere decisioni al posto dell’utente.

Ed è qui che il discorso cambia completamente.
Perché un sistema del genere, per funzionare davvero, avrebbe bisogno di conoscere ogni dettaglio della vita quotidiana. Lo stesso articolo parla apertamente di “full real-time state”: posizione, attività, comunicazioni, abitudini, contesto ambientale e comportamento dell’utente monitorati continuamente per alimentare gli agenti AI.
In altre parole, non sarebbe più semplicemente uno smartphone.
Sarebbe un sistema di presenza costante.
Un dispositivo che non si limita a rispondere alle richieste, ma osserva continuamente la persona per anticiparle.
Ed è difficile non accorgersi della direzione che sta prendendo il mondo tecnologico. Negli ultimi anni ogni grande piattaforma ha iniziato a muoversi verso lo stesso modello: assistenti AI permanenti, identità digitali integrate, sistemi predittivi, dispositivi sempre in ascolto, raccolta continua di dati comportamentali.

Google sviluppa agenti AI integrati in Android. Samsung lavora su sistemi multi-AI permanenti. Apple punta sull’elaborazione privata ma continua a integrare funzioni predittive nei suoi dispositivi. OpenAI sembra voler eliminare direttamente il concetto stesso di applicazione.
L’interfaccia non sarebbe più lo schermo.
L’interfaccia diventerebbe la persona.

Ed è qui che il tema non riguarda più soltanto la tecnologia, ma il controllo.
Perché un’intelligenza artificiale che conosce in tempo reale posizione, relazioni, preferenze, cronologia, movimenti, acquisti, tono della voce e abitudini quotidiane non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica. Rappresenta la costruzione del profilo umano più dettagliato mai esistito.
Ovviamente tutto viene presentato come comodità.
Ed è sempre così.
La tecnologia non viene quasi mai imposta. Viene desiderata. Viene resa indispensabile lentamente, attraverso la semplificazione della vita quotidiana. Più il sistema diventa utile, più diventa difficile vivere fuori da esso.

Il punto non è stabilire se OpenAI riuscirà davvero a costruire questo telefono. Molti progetti AI hardware sono già falliti, come Humane AI Pin o Rabbit R1. Il punto è che la direzione ormai è evidente.
Tutte le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di costruire sistemi capaci di restare permanentemente accanto all’utente, raccogliendo dati continui e trasformando il comportamento umano in informazione processabile.

A quel punto la domanda cambia.
Non è più se la privacy stia scomparendo.
Ma quanto siamo disposti a sacrificare pur di ottenere comodità, velocità e assistenza permanente.
Perché il vero controllo non nasce quando qualcuno ci obbliga ma quando iniziamo a
consegnare spontaneamente ogni aspetto della nostra vita in cambio di una effimera semplicità.

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https://thenextweb.com/news/openai-qualcomm-ai-phone-agents-replace-apps
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Quando La Salute Diventa Controllo

La privacy non finisce quando qualcuno la cancella per legge. Finisce molto prima, quando viene presentata come un ostacolo all’efficienza.

Nel Regno Unito, NHS England (la sanità pubblica inglese) ha assegnato nel 2023 a un consorzio guidato da Palantir il contratto per la Federated Data Platform, una grande infrastruttura pensata per collegare e analizzare dati sanitari provenienti da diverse parti del sistema NHS. La spiegazione ufficiale è semplice: usare meglio i dati, ridurre inefficienze, aiutare ospedali e pazienti. NHS England sostiene che la piattaforma resti sotto controllo NHS, con accessi regolati e misure di sicurezza.

Ma la domanda vera è un’altra: cosa accade quando i dati sanitari diventano una struttura centrale di governo?

I dati sanitari non sono dati qualsiasi. Raccontano il corpo, la storia clinica, le fragilità, le terapie, le paure, le dipendenze, le abitudini. Sono la parte più intima della persona. Quando tutto questo viene collegato, ordinato e reso analizzabile dentro grandi piattaforme digitali, il confine tra cura e controllo diventa più sottile.

Non a caso il Guardian ha parlato di timori per la privacy dei pazienti dopo il contratto da 330 milioni di sterline assegnato a Palantir, mentre il BMJ ha definito controversa la nuova piattaforma federata, richiamando problemi di fiducia pubblica e valore democratico del processo.

Il linguaggio, come sempre, risulta decisivo.

Non si parla mai di sorveglianza. Si preferisce la parola efficienza.
Non si dice concentrazione dei dati. Si dice interoperabilità.
Non si dice dipendenza da infrastrutture private. Si dice innovazione.

E, formalmente tutto questo viene giustificato per monitorare, organizzare, prevenire, rendere più efficiente il sistema sanitario.

Ed è proprio qui che bisogna soffermarsi.

Perché ogni sistema nato per organizzare può diventare un sistema capace di osservare. Ogni piattaforma nata per semplificare può diventare una struttura da cui diventa difficile uscire. Ogni emergenza può lasciare dietro di sé strumenti che restano anche quando l’emergenza finisce. Ed il problema non è immaginare che ogni uso dei dati sia automaticamente abusivo. Il problema è capire che, una volta costruita l’infrastruttura, il limite dipende dalla politica, dalle regole, dai contratti e da chi avrà accesso a quei dati domani.

Quello che oggi viene presentato come gestione sanitaria, domani potrebbe diventare modello amministrativo. E quando la salute diventa la porta d’ingresso per abituare una popolazione alla centralizzazione dei dati, la privacy non viene abolita, viene resa semplicemenete negoziabile. Pezzo dopo pezzo.

@CodexOfSecrets

https://www.england.nhs.uk/digitaltechnology/nhs-federated-data-platform/fdp-faqs/
https://www.theguardian.com/society/2023/nov/21/patient-privacy-fears-us-spy-tech-firm-palantir-wins-nhs-contract
https://www.ovid.com/journals/bmjd/abstract/10.1136/bmj.p2776~a-controversial-new-federated-data-platform-for-the-nhs-in?redirectionsource=fulltextview
https://www.reuters.com/world/uk/britains-nhs-grant-palantir-contractors-unlimited-access-patient-data-ft-reports-2026-05-11/
https://www.theguardian.com/technology/2026/mar/12/palantirs-nhs-england-contract-opens-door-to-government-abuse-of-power-health-bosses-told
https://www.digitalhealth.net/2026/03/human-rights-groups-urge-hospitals-not-to-use-palantir-software/
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Le Tecniche Della Propaganda Non Sono Mai Cambiate

Molti immaginano la propaganda come qualcosa di grossolano: manifesti di guerra, slogan urlati, dittature del passato, folle manipolate in modo evidente. Ma la propaganda moderna funziona proprio perché non si presenta mai come propaganda.

Nel 1937, negli Stati Uniti, l’Institute for Propaganda Analysis pubblicò un documento pensato per i cittadini comuni. Lo scopo era semplice: mostrare come certe tecniche potessero orientare il pensiero pubblico senza bisogno di costringere nessuno. Non era una teoria del complotto, ma un manuale di alfabetizzazione civile. Un modo per dire: attenzione, il linguaggio non informa soltanto. Può anche guidare emozioni, consenso e percezione della realtà.

Le tecniche individuate erano sette.

La prima era il name calling: applicare un’etichetta negativa a una persona o a un gruppo, così da impedirne l’ascolto prima ancora che l’argomento venga discusso. È una delle tecniche più comuni ancora oggi. Basta una parola per chiudere il ragionamento: complottista, negazionista, estremista, traditore, servo del sistema, nemico della democrazia. L’etichetta arriva prima del pensiero. E spesso lo sostituisce.

Poi c’erano le glittering generalities: parole nobili, ampie, quasi intoccabili. Libertà, sicurezza, giustizia, progresso, democrazia. Termini che tutti approvano, proprio perché nessuno si ferma davvero a definirli. E quando una parola può significare tutto, può essere usata per giustificare quasi tutto.

Il transfer funziona in modo ancora più sottile. Un messaggio viene legato a qualcosa che la gente già rispetta: una bandiera, una tradizione, una causa morale, una figura religiosa, un simbolo nazionale. In questo modo non si giudica più il messaggio per ciò che dice. Lo si accetta per ciò a cui è stato associato.

Il testimonial fa qualcosa di simile, ma usando le persone. Una celebrità, un esperto, un volto televisivo, un influencer. La competenza reale spesso conta meno della familiarità. Se una voce riconoscibile ripete un’idea abbastanza volte, quella idea inizia a sembrare più credibile.

Poi c’è il plain folks: il potere che si traveste da normalità. Leader, miliardari, funzionari, grandi apparati mediatici che si presentano come gente comune, come se vivessero le stesse paure, gli stessi problemi, la stessa precarietà di chi li ascolta. È una delle finzioni più efficaci: chi sta sopra parla come se fosse sotto.

Il card stacking è probabilmente la tecnica più usata oggi. Non serve mentire apertamente. Basta scegliere. Mostrare alcuni dati e nasconderne altri. Dare spazio ad alcune voci e cancellarne altre. Costruire un racconto con pezzi veri, lasciando fuori tutto ciò che potrebbe renderlo meno comodo.

Infine c’è il bandwagon: far credere che tutti stiano già pensando la stessa cosa. Tutti accettano. Tutti si adeguano. Tutti sono d’accordo. E chi non lo fa viene spinto a sentirsi isolato, arretrato, pericoloso o semplicemente fuori dal tempo.

Queste tecniche furono descritte quasi novant’anni fa e hanno contribuito in modo significativo allo studio della propaganda e dell’ingegneria sociale.

La parte inquietante è che non sono invecchiate. Sono cambiati gli strumenti, non il meccanismo. Oggi la propaganda non passa soltanto attraverso giornali, radio o manifesti. Passa attraverso algoritmi, notifiche, social network, influencer, motori di ricerca, intelligenze artificiali e feed personalizzati. Ma le leve restano le stesse: paura, appartenenza, esclusione, indignazione, desiderio di essere dalla parte giusta.

La propaganda più efficace non obbliga le persone a credere, le porta a pensare di aver scelto liberamente.

Per questo, ogni volta che una voce sicura ci dice chi dobbiamo odiare, cosa dobbiamo temere o quale causa dobbiamo sostenere, forse vale la pena fermarsi un istante. Non per negare tutto, ma per chiedersi se stiamo ascoltando informazioni o se, ancora una volta, stiamo ascoltando il manuale.

@CodexOfSecrets
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I Tuoi Messaggi Sono Protetti

Per anni questa frase è stata ripetuta ovunque. WhatsApp l’ha trasformata quasi in un simbolo: crittografia end-to-end, privacy garantita, conversazioni che nessuno può leggere.

Ed è proprio per questo che la causa avviata dal Texas contro Meta e WhatsApp è interessante. Non tanto per il procedimento legale in sé, ma per ciò che rivela sul rapporto ormai ambiguo tra tecnologia, privacy e controllo.

Secondo il procuratore generale del Texas, Meta avrebbe fornito agli utenti un’idea fuorviante del reale livello di riservatezza delle comunicazioni. Meta ha negato le accuse, sostenendo che la crittografia impedisca alla piattaforma di leggere direttamente i messaggi degli utenti. Ma il problema non riguarda più soltanto il contenuto dei messaggi. Riguarda tutto ciò che esiste attorno ad essi.

Perché anche senza leggere una singola parola, una piattaforma può sapere chi contatti, con quale frequenza, in quale posizione geografica ti trovi, a che ora sei attivo, quanto tempo resti online, quali dispositivi utilizzi, quali pagine visiti dopo una conversazione e perfino quali persone fanno parte della tua rete sociale.

Negli ultimi anni è emerso più volte quanto il controllo digitale moderno non dipenda necessariamente dall’accesso diretto ai contenuti. Edward Snowden mostrò già nel 2013 come le agenzie di intelligence considerassero i metadati spesso più utili dei contenuti stessi. Sapere “chi parla con chi” può essere più potente del sapere “cosa viene detto”.

Ed è qui che la parola privacy cambia significato. Una volta privacy significava invisibilità. Oggi sembra significare soltanto che il contenuto resta cifrato, mentre tutto il resto continua a essere raccolto, analizzato e utilizzato per costruire profili comportamentali estremamente dettagliati.

Nel frattempo, le stesse piattaforme che parlano di protezione della privacy vivono economicamente sulla raccolta dei dati. Meta, Google, TikTok e altre grandi aziende tecnologiche basano gran parte del loro modello economico sull’analisi del comportamento umano: interessi, relazioni, reazioni emotive, tempi di attenzione, abitudini quotidiane. E questo sistema non viene imposto con la forza, ma viene accettato spontaneamente.

Così lentamente le persone si abituano a considerare normale vivere immerse in dispositivi che osservano ogni cosa: posizione, movimenti, preferenze, relazioni e abitudini quotidiane. Alla fine il telefono smette di essere uno strumento e diventa un sensore permanente.

Di conseguenza ciò mostra la grande contraddizione della nostra epoca dove, mentre la tecnologia diventa sempre più capace di osservare, misurare e prevedere la vita umana, il linguaggio pubblico continua a rassicurarci con parole come “privacy”, “sicurezza” e “controllo dei dati”. E questo perché il sistema digitale contemporaneo si regge su qualcosa di molto più fragile della tecnologia stessa: la fiducia.


E quando quella fiducia inizia a incrinarsi, emerge una domanda che fino a pochi anni fa sembrava paranoica ma che oggi appare sempre meno assurda, ovvero, quanto della nostra vita digitale è davvero privata e quanto invece è semplicemente tollerata finché resta utile al sistema.

@CodexOfSecrets

https://www.reuters.com/legal/government/texas-sues-meta-whatsapp-over-encryption-privacy-claims-2026-05-21/
https://www.hks.harvard.edu/centers/carr/publications/announcing-carr-centers-2024-2025-surveillance-capitalism-or-democracy
https://www.eff.org/deeplinks/2013/06/why-metadata-matters
https://www.theguardian.com/world/interactive/2013/nov/01/snowden-nsa-files-surveillance-revelations-decoded#section/1
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